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SPECIALE Sirât 

L'ipnotico road movie di Oliver Laxe

Premio della Giuria alla 78ª edizione del Festival di Cannes e oggi in shortlist agli Oscar in numerose categorie, Sirât (2025) è un road movie inaspettato e contemporaneo. Il quarto film del regista spagnolo Oliver Laxe racconta di un viaggio fisico e spirituale per la ricerca della propria famiglia. O forse per qualcosa di più radicale.
In un mondo quasi alieno, i frame iniziali del deserto del Marocco trasmettono una forte sensazione di claustrofobia (nonostante la sua immensità), numerose casse vibrano suoni profondi e decine di corpi ballano senza pensieri su quel ritmo ipnotico: sembra un rituale prima della fine del mondo. Uomini e donne si muovono in direzioni diverse, ma legati da un’unica frequenza, tranne Luis (Sergi Lopez) impegnato nella ricerca di sua figlia, Mar, scomparsa da mesi. Chiede di lei a chiunque, con l’aiuto del figlio minore Esteban (Bruno Núñez), ma nessuno sembra averla vista. Improvvisamente, un blitz militare interrompe il rave costringendo tutti ad evacuare la zona. È iniziata una guerra chi sa dove, ma Luis ed Esteban decidono comunque di seguire un gruppo di raver in direzione sud, verso la Mauritania, per raggiungere un’altra festa: lì potrebbero trovare Mar. Così inizia Sirât.

“Sirāt” (الصراط) è un termine islamico che significa “sentiero”, “via”, ma indica anche un ponte sottile e affilato che collega l’inferno al paradiso e che le anime possono provare ad attraversare nel Giorno del Giudizio. Il regista Oliver Laxe, convertitosi all’Islam, è rimasto affascinato da questa parola proprio perché è un simbolo che comunica in profondità e, allo stesso tempo, lascia qualcosa di misterioso (lo racconta nell’intervista per Il Manifesto). Nella stessa intervista parla della comunità dei free party e di essere lui stesso uno di loro: “solo un raver poteva realizzare questo film”.
In Sirât vediamo un padre alla ricerca della propria figlia, della propria famiglia. Ma la vita raramente ti dà quello che stai cercando, ti dona più ciò di cui hai bisogno, e quando si spezza qualcosa può nascere una luce inaspettata. I protagonisti Luis ed Esteban imparano a conoscere sempre meglio questo ambiguo gruppo di raver. Persone rotte dentro che si sono scelte per non rimanere sole. Nessun legame di sangue, il battito sembra uno solo: quello techno.
Nel lungometraggio i legami si trasformano, così come la sua struttura. Sirât non ha sempre lo stesso suono: cambia direzione, si amplifica e vibra con più intensità. Dalla metà in poi il film ha totalmente un’atmosfera diversa e la tensione creata dal regista diventa incredibilmente tangibile.

Nonostante Sirât sia un road movie, a questo punto del film smetti di chiederti dove sono realmente destinati i personaggi, tutti interpretati da attori non professionisti (tranne Sergi Lopez). Sono anime che desiderano fuggire da un sistema e da una quotidianità rigida e soffocante. Ma in questo lungo viaggio attraverso una natura sconfinata e apparentemente vergine, Oliver Laxe sembra raccontarci un mondo violento al quale non puoi sfuggire.
Sirât è stato girato in 16 millimetri tra Spagna e Marocco, principalmente nel deserto marocchino del sud. Sicuramente non le condizioni più semplici per realizzare un film, ma con il risultato di un’autentica armonia tra gli attori, i propri ruoli e l’ambientazione.
E questo equilibrio riesce a prendere vita nelle immagini grazie alla musica (un’importante protagonista di Sirât). Il regista ha lavorato insieme a Kangding Ray, un musicista techno molto famoso: “Volevamo creare qualcosa di catartico all’inizio del film. E lentamente la musica diventa più trascendentale, esoterica, spirituale. Ci avviciniamo, attraverso la musica ambient, alla musica sacra” (sempre dall’intervista citata).
Anche se a tratti potrebbe risultare scarno, lento e senza un concreto obiettivo da raggiungere, Sirât non puoi far altro che portartelo a casa. Sorprendentemente ricco di colpi di scena e metafore da digerire, questo film è un folle capolavoro contemporaneo.

Francesca Ponti

In bilico sulla linea del destino

Uno dei più classici incipit, un padre alla ricerca disperata della figlia, per un film che non ha nulla di canonico e che sa stupire, sorprendere e fare terribilmente male nei momenti più inaspettati: tutto questo è Sirât, l’ultimo film di Oliver Laxe, presentato in concorso a Cannes 78 e vincitore del Premio della Giuria, oltre che candidato spagnolo agli Oscar 2026.
Ma facciamo un passo indietro, che cos’è Sirât? Nella religione islamica è un ponte sottilissimo che tutte le anime dovranno attraversare nel Giorno del Giudizio, sotto di esso l’inferno e in lontananza la meta, il paradiso. Solo i giusti riusciranno ad attraversarlo indenni, i peccatori cadranno. Questa definizione, che, in termini molto simili, ci viene presentata a inizio pellicola, sarà da tenere a mente come bussola per orientarsi all’interno della sfaccettata opera di Laxe. Opera che si presenta come un film di incontro e di scontro culturale tra un padre europeo, borghese ed educato che, in coppia col figlio adolescente e il fedele cagnolino, parte alla ricerca della figlia di cui non ha più notizie e le cui tracce conducono alle porte di un mondo a lui molto distante, quello dei rave clandestini, organizzati nel bel mezzo del deserto del Marocco. Da qui partirà quella che, ad una prima e distratta occhiata, potrebbe sembrare un’avventura, con tanto di momenti di contrasto, di accettazione e di formazione di un piccolo nucleo-comunità e con una serie di prove da superare: il deserto e tutte le sue insidie, asperità e pericoli, la presenza dei militari, la difficoltà nella gestione dei mezzi utilizzati e le limitate risorse a disposizione.
In questa parte riecheggiano echi di pellicole come Mad Max (2015) o Il salario della paura (1977), grazie alla commistione di suoni ritmici e battenti tipici della musica techno e gli sconfinati paesaggi, inospitali e lunari, a fare da contraltare. Sullo sfondo si sentono ogni tanto notizie, allarmanti bollettini che fanno presumere che nel mondo si stia consumando una terribile guerra (forse mondiale?), una guerra che, come dirà uno dei protagonisti, non rappresenta la fine del mondo “perché il mondo ha iniziato a finire già da un pezzo”.
Il viaggio procede inizialmente per il meglio e anche il distacco culturale e di modalità di intendere la vita sembra colmarsi tra i nostri due protagonisti e il gruppo di freaks, un po’ stranianti e non facilmente decodificabili, che li affianca e li guida e con il quale si è formato un nuovo legame, di cura e di rispetto reciproco. Ma di colpo, inaspettatamente, lo shock, e in un momento Sirât sprofonda nel nero di un devastante trauma emotivo (e non sarà l’unico).
Dopo questa cesura, il film svela il suo vero volto, cambia nel ritmo, nei toni e risultano ora palesi gli intenti metaforici di questo bellissimo road movie. Chi cammina su Sirât, nel suo incedere, compie già una scelta: questi uomini e donne, spogliati di tutto e lontani da tutto, cercano in quel ventre desertico della Terra una risposta essenziale, forse una verità che resista alla perdita. Si sforzano di trovare ciò che resta quando tutto il superfluo è stato abbandonato.
Non tutte le domande avranno una risposta ma, sicuramente, rimarranno negli occhi dello spettatore i suoi paesaggi mozzafiato, i colori della sabbia e delle rocce e nelle orecchie i suoni dei beat, dei colpi, di ritmi tanto moderni quanto tribali ed infine quei momenti in cui la tensione cresce, diventa quasi insostenibile e si cammina sempre più faticosamente sull’esile linea che separa la vita dalla morte, il bene dal male, un vecchio mondo che sta finendo da uno nuovo nel quale non bisogna perdere la speranza di poter ritrovare un primigenio contatto umano.
Resta, incessante, quel suono, quel battito ritmico e pulsante che sembra quello del cuore stesso della Terra, una terra africana che è stata culla dell’umanità e verso cui, forse, i nostri dovranno tornare.

Stefano Luppi

Sirât

Regia: Oliver Laxe. Sceneggiatura: Santiago Fillol, Óliver Laxe. Fotografia: Mauro Herce. Montaggio: Cristóbal Fernández. Musiche: Kangding Ray. Interpreti: Sergi López, Bruno Núñez Arjona, Richard Bellamy, Stefania Gadda, Joshua Liam Henderson, Tonin Janvier, Jade Oukid. Origine: Spagna/Francia, 2025. Durata: 115′.

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