Presentato in concorso alla 82^ Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Un film fatto per Bene (Bravo Bene!) di Franco Maresco (1958) non è, e non può essere, soltanto, un film su Carmelo Bene (1937-2002); invece, come suggeritoci dal titolo, esso è per (Carmelo) Bene e, in un certo senso, il film è stato scritto, rigorosamente post mortem, dall’attore e autore salentino. Meglio ancora, Un film fatto per Bene si costruisce attraverso un’assenza: in primis di Bene (come persona e personaggio), ma anche, e innanzitutto, di Franco Maresco e dello stesso film su Carmelo, vittima di un vero e proprio ‘filmicidio’.
Denuncia Maresco: «Il cinema è morto». Gli imputati sono sia il produttore Andrea Occhipinti (il fondatore della Lucky Red) che, in un accumularsi infinito di ciak e ore su ore di girato con protagonista Pulcinella che balla attorno a un falò, taglia letteralmente ‘i viveri’ all’opera, sia tout court il sistema-cinema italiano in cui, se neanche essere provocatori ‘vende’, si vende (e paga) soltanto ciò che appunto vende. Ne consegue, con estrema lucidità, l’interrogativo del regista che si domanda se sia Maresco a odiare il cinema italiano o se sia il cinema italiano a odiare Maresco, perché manifesto inclassificabile di una certa arte d’essai e perché oggetto alieno alle spietate logiche di produzione in cui a pagare è, in senso stretto, tutto quanto non ri-paga. Maresco non risparmia nessuno: sia che si tratti di dissacrare i ‘mostri’ dell’audiovisivo nostrano o di auto-criticarsi nelle sue kubrickiane ossessioni, siano esse cinematografiche o strettamente ossessivo-compulsive.
Quindi, la scomparsa. A tirare (avanti) le fila della narrazione interviene Umberto Cantone, amico di Franco, che si mette alla ricerca del latitante in un’avventura tragicomica a metà strada tra il road movie americano e l’espiazione religiosa.
Quindi, ai film (in senso metacinematografico, il film e il film del film) manca quasi tutto: il soggetto Carmelo Bene (come sopra), il regista fuggiasco, il produttore (o i produttori) che esercitano il veto, San Giuseppe da Copertino con il suo asino Carmelo (sic!) e il film nella doppia accezione di opera cinematografica e pellicola (che Maresco, si noti, utilizza per girare il bianco e nero).
Ciò nonostante, a mancare non è niente. L’assenza si tramuta in uno spazio di riflessione che in un volo, si pindarico, ma sempre coeso e coerente, abbraccia l’intera storia umana e artistica di un autore caustico e necessario come Maresco: dagli esperimenti Ciprì-Maresco con Cinico TV (1992-1996) che violarono la televisione italiana, all’opera ‘maledetta’ Totò che visse due volte (1998) fino ai più recenti Belluscone – Una storia siciliana (2014) e La mafia non è più quella di una volta (2019); una storia, che è anche quella del cinema, italiano e in genere, e una storia che è anche quella dell’Italia, di un’Italia del Sud abitata da presenze tragico-grottesche già protagoniste della sua opera e di cui, in quanto siciliano, Maresco si sente forse anche un po’ parte.
Scrive Maresco a Cantone: «Questo film (Un film fatto per Bene) volevo farlo a ogni costo: era il solo modo di dare forma alla rabbia e all’orrore che provo per questo mondo di merda» e aggiunge, perentorio, che un film, di questi tempi, non si nega a nessuno. Scroscianti applausi in Sala Grande (N.d.r.).
Nondimeno, è proprio in questo suo essere, con cinismo e disillusione, anticinematografico che Un film fatto per Bene diventa invece il paradigma di un certo stile e cinefilia in cui, a ‘divinizzare’ il cinema non è il pensiero alto ma il pensiero altro o non-pensiero del santo volante Giuseppe da Copertino. La catarsi non si raggiunge qui con la filosofia ma attraverso il potere consacrante dell’assurdo, del grottesco e della comicità che, più che mai, si fanno espressione di un’opera a cui si può contestare tutto, ma proprio tutto, tranne la sincerità.
Penelope Beltrami
La rabbia e l’orrore per il mondo di oggi
Come dice a un certo punto del bizzarro e originale mockumentary, che ha un impianto simile a La mafia non è più quella di una volta, che ottenne il Premio speciale della giuria sempre a Venezia nel 2019, il regista palermitano usa la “misantropia” di Carmelo Bene per esprimere “la rabbia e l’orrore per il mondo di oggi”. Il titolo è un omaggio all’uomo di teatro pugliese che però è poco più di un pretesto per il racconto, al cui centro c’è la fuga di Maresco dopo che le riprese della sua nuova pellicola sono state interrotte dal produttore Andrea Occhipinti, molto autoironico nel prendersi in giro. A quel punto il cosceneggiatore Umberto Cantone si mette alla ricerca del regista affidandosi al suo autista, l’unico a conoscere dove si sia nascosto e sempre raccolto in preghiera anche quando è al volante.
Da sempre in bilico tra sacro e profano, e spesso frainteso (e censurato per Totò che visse due volte), Maresco propende stavolta per il misticismo con una svolta finale sorprendente, dopo un carnevale di trovate (e di sfoghi) dove succede un po’ di tutto. Del resto il film nel film è incentrato sul santo “volante” Giuseppe Desa da Copertino (che non a caso era citato in Nostra signora dei turchi di Bene) che nella Sicilia del Seicento va con l’asino di nome Carmelo a incontrare Santa Rosalia: proprio durante una scena di levitazione accade un incidente e la lavorazione si interrompe. Prendendo spunto dalla realtà e mescolandola con l’invenzione più assurda, il regista rilegge la propria carriera (compreso il rapporto con Daniele Ciprì con il quale inventò Cinico Tv oltre a Lo zio di Brooklyn e lo stesso Totò), gli incontri con personaggi improbabili, la pervasività della mafia che ha sempre cercato di evidenziare e denunciare e infine lanciare un j’accuse verso la tecnologia e il mondo del cinema. “La tecnologia è la vendetta dei mediocri sugli artisti veri: chi non sa fare niente oggi può sempre fare un film. Un film, al giorno d’oggi, non si nega a nessuno”, sbotta. Sebbene la rabbia sia una componente fondamentale, si tratta di un lavoro ispirato e, letteralmente, illuminato, che cita John Ford e Pasolini come modelli e rifà in maniera geniale (con un cameo magistrale di Antonio Rezza) la scena della partita a scacchi de Il settimo sigillo di Ingmar Bergman. Nell’alternarsi di alto e basso (nella scena più divertente c’è un attore colpito da diarrea sul set), Maresco si auto-analizza (“ha bisogno di uno psichiatra e io non ho queste competenze” afferma al telefono Occhipinti) e guarda il cielo, fino a volare. Il film è stato accolto con ovazioni della platea veneziana che ha apprezzato le battute su Gigi Marzullo (“uno che in un Paese normale venderebbe i pop-corn”) e riconosciuto i complici di Maresco, come l’attore Francesco Puma, protagonista del quarto d’ora più esilarante.
Nicola Falcinella
Un film fatto per Bene (Bravo Bene!)
Regia: Franco Maresco. Sceneggiatura: Franco Maresco, Claudia Uzzo, con Umberto Cantone, Francesco Guttuso. Fotografia: Alessandro Abate. Montaggio: Paola Freddi, Francesco Guttuso. Musiche: Salvatore Bonafede. Interpreti: Franco Maresco, Umberto Cantone, Bernardo Greco, Francesco Conticelli, Marco Alessi, Francesco Puma, Antonio Rezza. Origine: Italia, 2023. Durata: 100’.




