Venezia 2025

Venezia 82 celebra Werner Herzog che presenta Ghost Elephants

Leone alla carriera al maestro tedesco

A Venezia finalmente si celebra Werner Herzog, come fosse Natale quando si celebra Dio. Per chi scrive
il regista di Fitzcarraldo si aggira da quelle parti.
Dopo aver ricevuto nella serata di inaugurazione il Leone d’oro alla carriera dalle mani di Francis Ford Coppola, il cineasta tedesco ha presentato fuori concorso il suo ultimo lavoro: il documentario Ghost Elephants.
Come al solito con Herzog ci immergiamo in una storia sul sogno, ma anche sui misteri del nostro mondo, sulla natura malvagia e mai pacifica, sulla piccolezza dell’uomo sempre più evidente e ovviamente sulla ricerca di un significato profondo che va oltre la ricerca stessa.
Ghost Elephants ruota attorno alla figura Steve Boyes, partito alla ricerca di un misterioso e sfuggente branco di elefanti fantasma negli altopiani dell’Angola. Come ha fatto in tutta la sua carriera, il regista tedesco porta lo spettatore in un angolo del mondo praticamente sconosciuto. Questa spedizione, come in Aguirre, come nel Diamante bianco o come in Fitzcarraldo, ci regala emozioni, a prescindere dal fatto che si raggiunga la meta prevista, o che si trovi ciò che si sperava. Anzi, è sempre meglio che non si raggiunga.
Questo altopiano remoto dell’Angola è un altro luogo herzoghiano, è “la fonte della vita” da cui arriva gran parte dell’acqua che alimenta l’Africa e che millenni fa diede sostentamento ai primi individui della nostra specie. Noi siamo i discendenti di questi primi boscimani di queste terre. Grazie ad alcuni componenti delle antiche tribù locali, i migliori “seguitori” di tracce rimasti al mondo, la troupe del cineasta testimonia l’affascinante ricerca di un fantomatico branco di elefanti che il dr. Boyes ritiene essere i discendenti diretti di Henry, il più grande elefante mai conosciuto dall’essere umano.
Sondando il legame ancestrale tra gli esseri umani e gli elefanti, il film prova a rispondere alla stessa domanda che si pose Melville con il suo Moby Dick: è meglio che il sogno di scoperta diventi realtà o continuare eternamente a immaginare? Praticamente è la domanda che Herzog si pone da quando adolescente iniziò a
fare cinema. E proprio come in Moby Dick, che è lungo 600 pagine ma soltanto in alcune si incontra effettivamente la balena, anche questo film diventa una incessante ricerca di elefanti, ma ci sono solo pochissimi elefanti nel film. E anche quando davvero la spedizione riesce finalmente ad arrivare vicino a questi maestosi
elefanti ecco che qualcosa si inceppa, le telecamere non riescono ad arrivare. Sono solamente gli smartphone che riescono a immortalarli, è un discorso filosofico ma anche un ragionamento sul cinema. Cosa è che possiamo riprendere? Filmare con i nostri occhi o con i nostri aggeggi? Forse quelle immagini di elefanti che abbiamo sempre sognato rimangono immagini deludenti. E così che dice Herzog proprio quando vede queste scene con il cellulare. Immagini deludenti. Meglio sognare. Sognare e credere in Werner Herzog.

da Venezia, Claudio Casazza

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