Era il 2008 quando Kathryn Bigelow portava alla Mostra del Cinema di Venezia The Hurt Locker, il film con cui diventò la prima donna a vincere l’Oscar per il Miglior Film e la Miglior Regia. Oggi, la grande cineasta americana torna in concorso con il suo nuovo progetto, A House of Dynamite, un film fondamentale per i tempi in cui viviamo: le guerre ci circondano sempre di più, il riarmo europeo è sotto gli occhi di tutti e gli Stati non fanno che parlare di armamenti senza capirne davvero ila pericolosità.
Il film è ambientato all’interno di una Casa Bianca in completo caos, dopo che un missile balistico ha attraversato i cieli, puntando dritto verso il cuore degli Stati Uniti. Nessuna nazione lo rivendica. Eppure, l’arma è reale e il conto alla rovescia è già iniziato. Il film segue le frenetiche ore che sconvolgono l’amministrazione americana, i quesiti sono tanti, ma due sono quelli più incisivi: chi è il responsabile? E come reagire? Si decide se rispondere o attendere, le tensioni geopolitiche salgono e i segreti di Stato sono pronti a esplodere.
In A House of Dynamite ritorna il tema della minaccia bellica, spesso ricorrente nella filmografia di Bigelow, ma questa volta in una chiave in cui si mescolano dramma e thriller con anche un tocco di grottesco tipico di molti film ambientati nel mondo della politica americana: a proposito ricordiamo Bush trascinato via da un asilo durante l’11 settembre, qui vediamo il presidente trascinato via da una partita di basket. Militari e uomini della sicurezza nazionale sono spesso in balia degli eventi, miliardi e miliardi di spese militari e poi arriva un inarrestabile vuoto quando succede l’irreparabile.
Bigelow narrativamente sceglie un approccio alla Rashomon, la storia è raccontata tre volte, in cui vediamo i medesimi 25 minuti: partiamo dal punto di vista dei tecnici che rilevano il missile; poi dal punto di vista dei diplomatici, che in quei minuti cercano di contattare le grandi superpotenze per capire se è una loro testata quella in volo e comprendere le loro intenzioni; infine dal punto di vista del presidente degli Stati Uniti, che deve prendere l’ultima decisione. Ne esce un miracolo narrativo di tensione crescente, facendo anche un discorso sul potere decisionale che cresce tra prima, seconda e terza parte, ma, al tempo stesso, con un’incapacità di comprensione della realtà che cresce.
Bigelow ha più di 70 anni, ha raccontato qui a Venezia che è cresciuta in un’epoca in cui nascondersi sotto il banco di scuola era considerato il protocollo di riferimento per sopravvivere a una bomba atomica. Ora sembra assurdo ma all’epoca la minaccia era così immediata che tali misure venivano prese sul serio. Oggi il pericolo non ha fatto che aumentare e sembriamo non accorgercene. Diverse nazioni possiedono armi nucleari sufficienti a porre fine alla civiltà in pochi minuti. Eppure c’è una sorta di intorpidimento collettivo, Bigelow stessa la definisce “una silenziosa normalizzazione dell’impensabile”. Ecco, la stessa normalizzazione con cui si accetta il genocidio in Palestina è la medesima con cui si accetta un dibattito politico che ci porta al riarmo europeo di questi giorni, alla costruzione della nostra Casa di Dinamite. Come possiamo chiamare tutto questo “Difesa” quando l’inevitabile risultato è la distruzione totale?
A House of Dynamite, è un film che affronta straordinariamente questo paradosso esplorando la follia di un mondo che vive all’ombra costante dell’annientamento, eppure ne parla raramente. Chiunque dei nostri politicanti parli di riarmo è meglio che si veda questo film per capire in che mani mettiamo soldi e speranze, nostre e dei nostri figli.
da Venezia, Claudio Casazza




