La questione palestinese, anche grazie al lavoro del collettivo Venice For Palestine, ha attraversato la Mostra del cinema di Venezia in maniera evidente: dai dibattiti nelle sale alle manifestazioni al Lido, dove non sono mancate prese di posizione forti, con l’uso del termine “genocidio” pronunciato senza esitazioni. Il nuovo film scritto e diretto dalla regista dalla regista tunisina Kaouther ben Hania è senza alcun dubbio
il film più importante di questa Mostra, per molti il favorito per il Leone d’oro.
Diciamo subito che è un film che esce dal discorso cinema, è un’opera che restituisce implacabilmente la tragica realtà del nostro presente. In una Mostra che finalmente ha messo al centro del discorso pubblico il genocidio del popolo palestinese, The voice of Hind Rajab ci dice chiaramente che è impossibile chiudere gli occhi e
soprattutto tapparsi le orecchie di fronte alla tragedia più importante dei nostri giorni.
Il film racconta dei volontari della Mezzaluna Rossa che ricevono una chiamata di emergenza. Siamo a Gaza, una bambina di 6 anni è intrappolata in un’auto sotto il fuoco dell’esercito israeliano e implora di essere soccorsa. Mentre cercano di mantenere il contatto con lei, fanno tutto il possibile per farle arrivare un’ambulanza. Il suo nome era Hind Rajab. Le registrazioni audio sono quelle originali, Kaouther ben Hania costruisce la storia in maniera intelligente, filmando in un’unica location e lasciando la violenza fuori dallo schermo. È una scelta
deliberata perché le immagini violente sono ovunque sui nostri schermi, sulle nostre timeline, sui nostri
telefoni.
The voice of Hind Raja si concentra così sull’invisibile: l’attesa, la paura, il suono insopportabile del silenzio quando gli aiuti non arrivano. A volte, ciò che non vedi è più devastante di ciò che fai. Saja Kilani, l’attice protagonista ha commosso Venezia con questo discorso prima dell’inizio della conferenza stampa: «Questo film non è un’opinione, ma ha salde radici nella realtà. La sua voce è quella di 10.000 bambini uccisi in due anni a Gaza, la voce di ogni figlio o figlia che ha diritto di esistere e di sognare. Dietro ogni numero c’è una storia che non ha avuto l’opportunità di essere raccontata. Questa è la storia di una bambina che chiede “salvatemi”. Nessuno può essere in pace quando i bambini ci chiedono di essere salvati. Dobbiamo ricordarci che non ne possiamo più, adesso dobbiamo chiedere giustizia per l’umanità intera, per il futuro di ogni bambino. Adesso basta».
Al centro di questo film c’è qualcosa di molto semplice e molto difficile da tollerare. Non si può accettare
un mondo in cui un bambino chiede aiuto e nessuno accorre. Quel dolore, quel fallimento, appartiene a
tutti noi.
The Voice of Hind Rajab è un film asciutto, 90 minuti di tensione senza orpelli e intellettualismi che va direttamente al cuore del pubblico senza paura di sembrare didascalico. Ma è quasi inutile soffermarci su qualcosa che può non funzionare perfettamente: parliamo di un documento imponente che ci mette ancora una volta di fronte a quello che sta accadendo, e quindi sul trauma storico che stiamo vivendo. L’impotenza e il panico dei protagonisti di questa storia sono i nostri. Il silenzio impavido di molti non può più andare avanti.
Non ha molto senso disquisire su altro.
The Voice of Hind Rajab uscirà prossimamente al cinema con I Wonder Pictures.
da Venezia, Claudio Casazza




