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Warfare – Tempo di guerra

Da un conflitto ipotetico a uno che ha segnato la storia recente, da Civil War a Warfare, Alex Garland, coadiuvato da un ex Navy Seal, Ray Mendoza, con il suo cinema sembra mettere di fronte a uno specchio il suo paese, invischiato, direttamente o indirettamente, in sanguinosi conflitti che dal secondo dopoguerra hanno finito per descriverne la natura profondamente ambigua. Se Civil War scavava nell’inconscio collettivo americano (statunitense) rappresentando come un incubo una guerra civile non più così implausibile, Warfare – Tempo di guerra si inserisce nel filone ben più oliato del cinema di guerra che vede un plotone di giovani soldati scaraventati in un teatro drammatico dove sopravvivere. Come il Vietnam al cinema dopo il Vietnam, da più di un decennio il mirino dei registi angloamericani si è spostato sulla direttrice irachena-afgana. Giusto qualche nome: Eastwood, Greengrass, De Palma, Bigelow. Garland, scrittore regalato al cinema, rinunciando a qualsiasi espediente retorico hollywoodiano, sceglie di stringere su un solo episodio raccontato quasi in tempo reale, per mostrarci, se ce ne fosse ancora bisogno (probabilmente sì), l’orrore della guerra dal punto dei vista di un contingente di Navy Seals giovanissimi, nonché l’origine di fratture psicologiche che resteranno come traumi invincibili nella psiche dei sopravvissuti.

Siamo a Ramadi, Iraq; è il novembre del 2006. Un plotone di soldati americani occupa due abitazioni, in cui vivono famiglie irachene con bambini, con l’obiettivo di stabilire un avamposto da cui osservare movimenti sospetti e possibili unità di ribelli, in attesa di un’offensiva dei Marines. Erik (Will Poulter), il comandante, può contare sui soldati Elliot (James Cosmo), Mac (Michael Gandolfini), Tommy (Kit Connor), Sam (Joseph Quinn) e l’addetto al collegamento radio Ray Mendoza, ovvero il co-sceneggiatore del film, che ha ispirato Garland e che per il regista ha fatto da consulente in Civil War, qui interpretato dall’ottimo D’Pharaoh Woon-A-Tai. Collegati via radio con un plotone gemello, trasformano la palazzina occupata in un presidio militare, rassicurando adulti e bambini che nessuna violenza verrà loro inflitta. Quando vengono accerchiati e attaccati da miliziani armati e due soldati rimangono gravemente feriti, l’unica chance di salvezza sarà un’evacuazione quasi impossibile con l’aiuto di coperture aeree.

regista è abile a creare, con taglio iperrealistico, il crescendo di tensione: la prima parte di film, con la costruzione dell’avamposto, amplifica l’attesa e prepara l’inferno dello scontro a fuoco. Il primo piano della palazzina occupata apre varchi sull’esterno esplorati attraverso un mirino che diventa vero protagonista del film: un mascherino che riduce l’inquadratura a un cerchio indagatore che seleziona, nel via vai delle strade popolose di Ramadi, gruppi di individui alle prese con faccende che potrebbero nascondere attività belliche. Il tempo è scandito dai contatti radio tra i plotoni e dalle prospettive multiple dei diversi soldati, di cui poco sappiamo ma di cui presto impariamo a conoscere le superfici calde: l’epidermide, gli occhi allucinati, le bocche arse dalla temperatura e dalla tensione, le vibrazioni muscolari e poi i volti deformati dalla paura, quando il fuoco di un nemico mai visibile che arriva da tutte le direzioni comincia a perforare il fortino. Il montaggio sapiente di Fin Oates e una colonna sonora che rinuncia alla musica extradiegetica per far cantare i suoni del combattimento, o annullarli completamente come se fossimo nella testa dei soldati devastati nel corpo dall’esplosione di un ordigno, tolgono il respiro, trasformando, complice il grande schermo, la visione in un’esperienza multisensoriale.
Garland non lancia proclami, non urla ideologia, racconta il male trascinandoci in media res nell’orrore. Il discorso politico è fuori campo, ricamato nella messa in scena e contenuto tra due estremi opposti che aprono e chiudono il film: lo sguardo erotizzato dei soldati aggrappati alla vita intorno a un monitor, eccitati dall’ondeggiare malizioso di una trainer che, body attillato e scaldamuscoli, ammicca mentre impartisce lezioni di aerobica nel video di Eric Prydz Call on Me; il fumo che si dirada su una strada deserta e polverosa, che lentamente si popola di civili armati in campo lungo, figure spettrali o sopravvissuti da un’apocalisse, anche loro aggrappati alla vita.

Alessandro Leone

Warfare – Tempo di guerra

Regia: Alex Garland. Sceneggiatura: Alex Garland, Ray Mendoza. Fotografia: David J. Thompson. Montaggio: Fin Oates. Interpreti: Kit Connor, Charles Melton, Joseph Quinn, Cosmo Jarvis, Will Poulter, Michael Gandolfini, Taylor John Smith, D’Pharaoh Woon-A-Tai, Adain Bradley. Origine: USA, 2025. Durata: 95′.

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