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Dalle repliche ai replicanti

22 settembre. Finalmente è finita l’estate italiana, che, dal punto di vista del cinematografo, è una parantesi calda che si apre poco dopo il festival di Cannes e si chiude con la Mostra veneziana del Cinema. In mezzo: nulla per chi abita nella provincia profonda, poco per chi vive nei 01-blade-runnercapoluoghi, qualcosa per chi resta a Roma, Milano, Bologna, Torino, Napoli. Si rincorrono le arene estive, le rassegne sotto le stelle, i festival di cortometraggi. Nonostante le buone intenzioni, pochissime le uscite in sala tra giugno e agosto, per la maggior parte film “volatili”, i cui passaggi non lasciano segno; raramente, in alcuni avamposti del cinema di qualità che non chiudono per ferie, vengono recuperate opere sorprendenti di cinematografie “laterali” che altrimenti annegherebbero nei mesi di piena. E la piena arriva puntuale a settembre, quando i cinema riaprono e chiudono le rassegne estive, che sul modello dei palinsesti televisivi replicano ogni anno le proiezioni dei campioni della stagione: se in Tv l’estate significa Totò e riempitivi nostalgici dalle Teche Rai, quasi che il canone coprisse un’attività creativa – informazione e intrattenimento – di nove mesi, al cinema la parola d’ordine è: rivediamoli. Radicata è la convinzione che nel tirare il fiato (chi se lo può permettere) anche l’offerta culturale debba calare come la macchina produttiva del paese, come se ci fossero ancora le saracinesche abbassate la domenica, gli esodi di agosto, le villeggiature di tre o quattro settimane con le sole preoccupazioni di non sbagliare crema solare e attenuare gli effetti delle anestesie del riposo con le enigmistiche o, al limite, le ultime fatiche di Tamaro o Baricco. Ingaggiarsi eventualmente per qualche dibattito in ora aperitivo, le quattro chiacchiere da riviera di VIP abbronzatissimi.
23 settembre, allora: cadono le foglie, piovono le primizie dai più importanti festival europei. I distributori sgomitano per trovare spazio anche nei multisala, figuriamoci nelle salette di quartiere che, per campare, scelgono gli incassi (quasi) sicuri, ovvero i film già in cartello negli ipermercati del cinema. L’essai? Faccio l’esempio di Varese, perché è la piazza che conosco meglio: a Filmstudio non ci possiamo permettere di far crescere un film apprezzato con il passaparola. Gli italiani presentati a Venezia (a parte Virzì) escono tutti insieme dal Lido e si accalcano all’ingresso di salette come la nostra, in attesa di almeno quattro giorni di programmazione (solo quattro!). A Milano, chiuso l’Apollo se ne fa un altro: l’Anteo, decentrato rispetto a Piazza Duomo, eredita le sale dello storico multisala di qualità, e da tre passa a dieci schermi, salendo di quattro piani e trasformando in tempo record la palazzina d’epoca fascista che fu una scuola media. Che a pensarci bene avrebbero potuto rinviare a ottobre l’inaugurazione e curare meglio le rifiniture, perché l’impressione è ancora quello di un cantiere aperto e, comunque, di soluzioni architettoniche lontanissime dal calore del compianto Apollo. Ma si è detto dell’offerta, estate povera autunno ricco: schermi cercasi. A maggior ragione quest’anno, perché Blade Runner 2049 rischia davvero di essere un blockbuster d’autore, film di replicanti più volte replicato, indifferentemente, anche nei cinema vocati per l’essai.
E per chi rimane fuori, c’è sempre la prospettiva delle arene all’aperto 2018, replicanti delle sale al chiuso.

Alessandro Leone