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Roma tra Davide e Golia

Divide la decisione corporativa di rinunciare alla proiezione in multiplex e monosale del film Leone d’Oro all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Divide il pubblico che i film li vuol vedere ancora in sala (magari anche gli abbonati Netflix); roma-netflixdivide gli esercenti costretti a rinunciare agli incassi di un’opera attesa. Roma è un film magnifico, meriterebbe l’immersione nel buio e la luce del grande schermo, un impianto perfetto che renda giustizia al lavoro straordinario del sound designer. Ma la partita è troppo importante e non si gioca su un solo film. Il boicottaggio proposto dalle autorevoli associazioni cinematografiche assomiglia a una manovra di trincea, in realtà fa seguito a un dibattito che parte da lontano e che ha visto schierarsi su posizioni opposte gli organizzatori dei grandi festival, a cominciare da Cannes e Venezia. Proprio al Lido aveva fatto discutere non poco la decisione di portare in concorso il film di Cuarón e quello dei Coen, pellicole Netflix annunciate per la sola fruizione domestica. Cosa sarebbe successo se Roma The Ballad of Buster Scruggs avessero vinto premi importanti? Risposta: quello che sta succedendo in questi giorni, ovvero che, per la prima volta, una grande fetta di pubblico non potrà godersi in poltroncina i film trionfatori a Venezia. Se ci pensate è un paradosso per chi ancora è convinto che il cinematografo sia un apparato complesso che lega opera e luogo di fruizione (riducendo a compromesso consolatorio la visione su piccolo schermo); ma per chi ha investito su piattaforme streaming e sedotto milioni di spettatori in tutto il mondo con bouquet economici di film consumati senza tener conto del declassamento dell’estetica, conseguente alle condizioni di visione da salotto, il paradosso è dover subire i tempi di attesa delle finestre imposte tra il passaggio cinematografico e la commercializzazione successiva (streaming, on demand, reti generaliste, home video, ecc.).
Come afferma Dinoia, presidente FICE (leggi la lettera inviata agli esercenti), a differenza di altri colossi come Amazon, Netflix ha mostrato l’arroganza dei potenti, infischiandosene delle modalità distributive vigenti, che fissano periodi minimi di protezione per la programmazione cinematografica. I dieci giorni scarsi concessi agli esercenti – non solo italiani – per programmare Roma appena prima dell’esordio sulla piattaforma (il 14 dicembre) ha l’obiettivo di amplificare l’evento e, in seconda battuta, di rendere il film candidabile agli Oscar.
Chi ci guadagna e chi ci perde si capisce. Da esercente è un dispiacere grande, un dolore che diventa fisico, in un contesto già difficile – quello italiano – di disaffezione, di ricambio generazionale, di scarsa cultura cinematografica (e potrei andare avanti cavalcando scontatezze): rinunciare ai numeri che avrebbe assicurato Roma è un sacrificio che potrebbe non pagare. Se lo scenario è un territorio senza regole, dove l’anti-trust non ha voce e i colossi schiacciano i piccoli, allora dovremmo chiudere domani le nostre sale ed evitare l’agonia lenta. Due sale milanesi, il cinema Mexico e il Beltrade, per motivi diversi fuori dal coro, stanno riempiendo ad ogni proiezione del film di Cuarón. Hanno fatto altre scelte, il pubblico del cinematografo accorre. Avremmo potuto fare lo stesso anche noi, approfittare di questi dieci giorni, che del resto sono la forbice temporale in cui solitamente vivono i nostri film in programmazione. Avremmo riempito di spettatori che con Netflix non vanno d’accordo o che, forse, avrebbero poi rivisto il film dopo il 14 (come già successo per il film di Cremonini Sulla mia pelle).
Mi divide questa decisione di aderire all’appello delle associazioni. Sono certamente stizzito dall’arroganza di chi aggira le regole; avrei voglia però di sfidare Golia con la resistenza di un piccolo Davide strafottente. Probabilmente Dinoia risponderebbe che tutte le associazioni di cinema sono già un piccolo Davide strafottente. Mi rimane l’amara sensazione che, in qualsiasi caso, Golia farà festa, nonostante le nostre fionde colpiscano all’unisono.

Alessandro Leone