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Bergamo Film Meeting, un resoconto finale

Si è chiusa con premi ben assegnati una bella 41^ edizione del Bergamo Film Meeting. L’unico dispiacere è per l’esclusione dai riconoscimenti dell’italiano Le proprietà dei metalli di Antonio Bigini, già passato alla Berlinale, che però dovrebbe arrivare presto nelle sale.
Tra i sette film in concorso è stato designato vincitore, secondo il tradizionale voto del pubblico, il francese The Channel – Le prix du passage di Thierry Binisti, regista esperto che ha già all’attivo diversi lavori. Una storia che si svolge sul canale della Manica e riporta alla memoria Welcome e Tori e Lokita, oltre a certo cinema sociale inglese. Natacha (la brava Alice Isaaz) è una trentenne che cresce il figlio Enzo, fa la cameriera, ma non riesce a pagare l’affitto. La prima scena, in cui scappa dalla finestra dal padrone di casa venuto per riscuotere, mette in chiaro varie cose e anticipa anche la sua capacità di arrangiarsi e trovare soluzione che le sarà utile. Un giorno si imbatte nell’iracheno Walid, che con il cugino aspetta di provare la traversata clandestina verso la Gran Bretagna. La prima volta gli affitta la doccia per pochi euro, poi spinta dal bisogno di denaro per sostituire la caldaia, si offre per trasportare illegalmente persone oltre il braccio di mare con la sua auto. L’operazione appare semplice e con rischi contenuti, ma la sua attività non passa inosservata e la donna si ritrova nei guai. Le prix du passage è un film lineare, su un tema molto attuale, da un punto di vista poco sfruttato: Natacha e Walid, lui studente di letteratura, lei ha completato a malapena gli studi e non si è mai mossa dalla regione, scoprono di avere più cose in comune di quel che traiettorie di vita così diverse facevano immaginare. Un film maturo ben scritto e ben diretto, con una buona tensione, che fa tornare tutto ma è giusto così in questo tipo di racconti.

Secondo premio al polacco Śubuk – Backwards di Jacek Lusiński e terzo a Minsk del russo Boris Guts, storia ambientata in Bielorussia, ma girata in Estonia per ragioni produttive e soprattutto politiche. Siamo a Minsk nell’agosto 2020 durante le proteste contro il governo Lukashenko. Pasha e Yulia sono una giovane coppia che pensa ad avere un figlio ed esce per una breve passeggiata serale e si ritrova, prima fermata e in fuga dalla polizia, poi tradita, arrestata e torturata dalle forze dell’ordine filogovernative. Un inferno per due persone normali accentuato dalla scelta di raccontare tutto in un unico piano sequenza con alcuni momenti molto forti. Forse la scelta registica costituisce la forza e pure il limite dell’operazione: fa vivere intensamente l’esperienza di una notte di minacce e percosse ma la circoscrive a quello, senza molto respiro politico, dando pochissime informazioni su quanto accaduto in Bielorussia. Dà però la situazione di cosa possa succedere in mancanza di democrazia, con cittadini denunciati da altri che fingono di aiutarli o militari che colpiscono la cittadinanza inerme.

Il premio per la miglior regia, attribuito dalla giuria tecnica internazionale, è andato all’albanese One Cup of Coffee and New Shoes On di Gentian Koçi. Storia dei gemelli sordi Gezim e Agim che vivono insieme con Ana, la fidanzata del secondo. Quando uno rivela di avere problemi alla vista, scoprono che si tratta di una malattia genetica che porterà entrambi alla cecità. Koçi restituisce una sensazione di pericolo incombente con piccoli elementi, curando molto le inquadrature, i colori e i dettagli.

La ligne di Ursula Meier

Ben scelte le personali complete dedicate, sotto l’insegna Europe Now!: l’elvetica Ursula Meier (nei mesi scorsi è uscito nelle sale italiane il suo più recente lungometraggio, La ligne – La linea con la partecipazione anche di Valeria Bruni Tedeschi), con i suoi giovani e le sue famiglie che si scontrano e restano legati, con linea di demarcazione reali e metaforiche: il belga Jaco Van Dormael, poco considerato nonostante alcuni film di culto (L’ottavo giorno, Toto le héros, Mr. Nobody, Dio esiste e vive a Bruxelles), programmando anche l’inedito e teatrale Bovary realizzato nel 2021 in piena pandemia, ritratto di borghesia e incomunicabilità dal romanzo di Flaubert, tra dialoghi da teatro dell’assurdo e soluzioni da cinema anni ‘50.
Oltre all’omaggio a Lauren Bacall sempre bello da apprezzare sul grande schermo, sono stat presentati cinque tra i primi lungometraggi della sovietica (e poi ucraina) Kira Muratova, fino a Sindrome astenica del 1989 che fu premiato a Berlino, una delle esponenti più originali di quel cinema.
BFM ha offerto poi l’occasione per approfondire, riscoprire e in parte scoprire l’opera del grande attore polacco Jerzy Stuhr, soprattutto come regista di cui erano circolati in Italia Storie d’amore (1997) e Sette giorni nella vita di un uomo (1999). Come attore ha recitato più volte per Kieslowski, Wajda e Zanussi, oltre che per Nanni Moretti (a Bergamo è stato riproposto Habemus Papam, ma è anche nell’imminente Il sol dell’avvenire) e da ricordare c’è la parte nel fantascientifico Seksmisja – Sexmission (1984) di Juliusz Machulski, un po’ guerra dei sessi, un po’ metafora delle dittature. Tra le regie di Stuhr si segnala in particolare l’accoppiata Obywatel – Citizen e Pogoda na jutro – Tomorrow’s Weather tra la Polonia di oggi e la Polonia comunista senza risparmiare critiche a entrambe, seguendo personaggi che più per casi sfortunati che per scelta, si ritrovano sempre dalla parte sbagliata.

Nicola Falcinella

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