Milano FF 2013Recensioni

Fifi Howls From Happiness

Nello stesso giorno in cui Gianfranco Rosi trionfava a Venezia col suo documentario Sacro Gra, al Milano Film Festival veniva presentato lo strabiliante documentario della regista iraniana Mitra Farahani Fifi Howls From Happiness. Questo documentario potrebbe banalmente essere un racconto classico basato su un personaggio straordinario, ma in questo lavoro c’è di più: il cinema riesce in questo caso a  ritrovare la verità, che a lungo era fifistata cercata senza risultato. Infatti il grande pittore iraniano Bahman Mohassed era diventato una leggenda sospesa nel vento. Grande artista degli anni ’60 e paladino dei diritti civili, attivista politico ed omosessuale, ad un certo punto  aveva fatto sparire tutte le sue tracce, comprese le sue opere. La maggior parte degli intenditori d’arte era assolutamente certa della sua morte, almeno fino a quando una giovane e perspicace regista non è riuscita a trovarlo, anziano e tranquillo,  in un Hotel di Roma.
Come una vecchia quercia, Bahman Mohassed mette a suo agio la giovane e, diciamolo pure, inesperta regista, che grazie alla sua ombra sa far maturare la propria opera. L’oggetto dell’indagine non si accontenta di essere l’abitante di un film altrui, ma ne diventa egli stesso architetto e, sempre dosando gentilezza e polso fermo, guida Mitra Farahani verso la costruzione di un’opera estremamente intensa perchè profondamente condivisa.
Due attori ed una telecamera bastano ad esplorare un universo esistenziale da sempre sconfinato: quello del ruolo dell’artista nell’opera e il significato profondo del fare arte. Se è vero che Bahman Mohassed nutre, artisticamente parlando, Mitra Farahani con la sua saggezza, è altrettanto vero che la giovane regista dona il vigore della sua giovinezza all’anziano artista, riportandolo alla luce e riuscendo a fargli commissionare una nuova opera da due giovani collezionisti d’arte. Ed è grazie all’introduzione di questi due nuovi personaggi che si apre uno snodo tematico profondo, ovvero la differenza generazionale. Bahman non racconta solo se stesso ed il proprio lavoro, cerca anche di comunicare ai giovani interlocutori il suo sentirsi vicino alla fine ed in questo, ancora una volta, il cinema si fa portatore del messaggio. Bahman Mohassed sceglie di far vedere ai suoi nuovi amici il Gattopardo di Luchino Visconti. Ma quel senso di decadenza sembra essere impossibile da comprendere per chi è fifi hoancora nel tenero abbraccio della gioventù. Persino Roma diventa sinonimo di un concetto di vecchiaia e interminabile lotta per non soccombere. Anche in questo caso la mano della regista non riesce subito a comprendere cosa intenda l’artista quando definisce la città ‘un utero che non sa partorire niente di vivo’. Alla fine il messaggio viene forse spiegato attraverso un’immagine profondamente autentica, come più non si può, perché implica il sacrificio della propria creazione.
Mitra Farahani non si limita a raccontare il personaggio, ma sa avviare un percorso educativo e di allestimento personale che giova al suo cinema. Fermo restando che uno dei migliori aspetti di questa pellicola è aver saputo tenere stretto il senso dell’arte in generale e l’assoluta forza di quella cinematografica in particolare.

Giulia Colella

Fifi Howls From Happiness

Regia, sceneggiatura e fotografia: Mitra Farahani. Montaggio: Yannick Kergoat, Suzana Pedro. Interpreti: Bahman Mohassess, Rokni Haerizadeh. Origine: Usa, 2013.

Topics
Vedi altro

Articoli correlati

Back to top button
Close