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Oltreconfine: i film che non ci fanno vedere

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Regia: Dito Montiel. Sceneggiatura: Douglas Soesbe. Fotografia: Chung-hoon Chung. Montaggio: Jake Pushinsky. Musica: Jimmy Haun. Paese: USA. Anno: 2014. Durata: 89 min.

Un film semplice, come non ne fanno più. Un film che non ha pretese se non quella di essere volutamente (e ambiguamente) crepuscolare. È l’ultima interpretazione di Robin Williams, il suo testamento, la sua dichiarazione di amore per la vita. Un film la cui bellezza e importanza sono tali a prescindere. Sì, il suicida non rifiuta la vita ma soltanto le condizioni che gli sono capitate, e quindi il suo atto non rappresenta che la massima accettazione della volontà di esistere. La pellicola di Dito Montiel ne è una sorta di inconsapevole apologia, una di quelle cose che acquistano senso soltanto a posteriori, quando il fatto è compiuto e l’ineluttabilità del destino ha trovato soddisfazione. La sua storia è allora quella di un depresso, non un depresso di Hollywood, un grande attore, un nume dell’olimpo di celluloide, ma un depresso qualsiasi: un borghese, un impiegato di banca che non ha mai avuto grandi aspirazioni e che tentenna addirittura quando, sulla soglia della pensione, gli viene offerta una piccola promozione. È un depresso di quelli fastidiosi, questo Nolan Mack appena un po’ sciupato, perché lavora con la gente ma non ci si sente a suo agio, è sposato con una donna con cui condivide ormai soltanto la sala da pranzo, indossa giacca e cravatta quando vorrebbe starsene per i cavoli suoi. E soprattutto ha un vizio che è la sua natura, un’omosessualità dichiarata ma mai accettata per colpa di una famiglia autoritaria, e che è rimasta lì, sublimata in un matrimonio di convenienza, una farsa concepita per un padre ormai in procinto di morire.

boul1Nolan Mack ha sessant’anni, ma in realtà è come se ne avesse quindici o venti. Il suo sviluppo affettivo s’è bloccato a quell’età, in bilico tra il desiderio di seguire le proprie inclinazioni e il timore di trasgredire ai codici morali. Per anni, anzi per decenni, quest’uomo tranquillo e di animo gentile ha vissuto nella speranza che accadesse qualcosa che in realtà non è accaduto. Una sera esce di casa e incontra un prostituto in età adolescenziale (Roberto Aguire). Lo porta in albergo, gli parla, comincia a frequentarlo nel modo più casto che gli è possibile. L’altro gli chiede soldi, lui glieli dà, e comincia un progressivo viaggio nella manipolazione che è anche e soprattutto un viaggio nell’accettazione di sé. È possibile (ri)nascere a sessant’anni? Dito Montiel, che ha già all’attivo un pugno di lungometraggi come The Son of No One (2011) e Empire State (2013), sembra rispondere affermativamente al quesito. Il suo è cinema psicoanalitico, che di sicuro piacerà agli studiosi dei rapporti umani ma che lascerà di sasso tutti quelli che s’aspettavano una storia “originale”, cioè capace di distaccarsi dai canoni della tradizione per battere strade nuove. Per Montiel un film deve essere innanzitutto introspezione, minimalismo, leggerezza di forma. La camera scivola su questi personaggi con la melanconia dell’autunno, si intrufola nei loro spazi privati, nelle delusioni di una vita, nelle frustrate aspettative di una persona tremendamente normale. Senza aggiungere nulla, senza forzature o cadute di stile. Alle volte succede, il cinema riesce ancora a raccontare le storie banali di persone in fin dei conti eccezionali.

Marco Marchetti

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