Far East FF 2026FestivalRecensioniSlideshow

Cronache dal 28° Far East: Love Massacre e le rassegne del Visionario

Tra le rassegne presenti al Far East Film Festival di Udine, particolare attenzione merita la selezione di pellicole d’antan, classici restaurati o film divenuti cult in cui ci si può imbattere all’interno della cornice del variopinto cinema Visionario: una struttura decisamente più piccola ed intima rispetto all’imponente Teatro Nuovo (dove vengono effettuate le proiezioni dei film in concorso), situata a poca distanza dal centro storico della città friulana e capace di restituire un’atmosfera ricolma di brulicante passione ed, al contempo, di quieta familiarità.

In mezzo alle svariate visioni cinematografiche, particolare interesse ha suscitato il restauro di una pellicola del 1981, diretta dal regista hongkonghese Patrick Tam, Love Massacre.

Tam in quegli anni fu un abile cineasta, capace di conciliare una visione artistica marcatamente autoriale, la quale si rifaceva alla Nouvelle Vague europea (in particolare al cinema di Godard) e ricolma di citazionismi pittorici e musicali, con le esigenze del cinema commerciale di stampo hollywoodiano e del cinema di genere anni sessanta e settanta; volute o meno, si notano anche le strette parentele con il giallo all’italiana e quell’ampio bacino di stilizzazioni e estetismi tipici delle pellicole di Bava, Argento, Fulci, Martino e tanti altri registi “di genere” del Belpaese.

Love Massacre fu il secondo film di Tam e sia per contenuto che per forma rappresenta appieno questa visione conciliante tra arte bassa ed arte alta, voglia di stupire ed ammaliare con immagini potenti e cromatismi calibrati, senza, però, perdere di vista qualche esagerazione grottesca, ammiccamenti voluttuosi e momenti di spettacolarizzazione della violenza.

 

La tavolozza di colori utilizzati nel film è ridotta quasi unicamente a quelli primari, il rosso e il blu predominano, il giallo e il viola appaiono come contorno, il bianco e nero sono onnipresenti: mentre i primi due colori dipingono il sangue e la volontà di possesso in contrasto con la tristezza delle derive malinconiche e depressive di più di un personaggio, la seconda coppia di tonalità fa la sua comparsa nei momenti di lucida follia o di turbamento e l’ultima, dicotomica, coppia ritrae gli animi candidi o neri dei diversi personaggi, ribaltando, però, la prospettiva e facendo indossare immacolate vesti bianche al personaggio più negativo della vicenda.

A livello pittorico, invece, la fanno da padrone gli omaggi, voluti ed espliciti, all’arte di Piet Mondrian e Mark Rothko e, in generale, all’astrattismo geometrico. Le inquadrature diventano così un saggio di composizione delle immagini e Tam arriva quasi a voler ricreare le simmetrie e le disposizioni di forme e nuances dei quadri stessi degli artisti citati. All’interno di questa sfarzosa cornice, la trama delle vicende narrate diviene di secondaria importanza, l’intreccio e i personaggi non hanno rilevanza se non in funzione simbolica e psicanalitica. La storia passa da un iniziale melodramma al thriller più feroce, mantenendo un costante sottotesto erotico, continuamente richiamato ma mai pienamente espresso. Si seguono così le vicende, tra San Francisco e Hong Kong, di una studentessa (Brigitte Lin) perseguitata dal fidanzato (Chang Kuo-chu), che diventa un folle stalker dopo il suicidio della sorella. Aiutata solo dal sodale amico (Charlie Chin) e confidente sembra vivere in un’atmosfera a metà strada tra sogno ed incubo, contornata da personaggi (le compagne del collegio) altrettanto alienati e incapaci di accorgersi del male che sta arrivando e che le sta “contaminando”.

Guizzi di violenza si stagliano come pennellate di rosso su una tela ancora vergine man mano che la pellicola procede, inesorabile, verso i suoi tragici sviluppi; amore, psiche, follia e inebriante passione si intrecciano in un vortice che non diviene mai caotico ma, piuttosto, razionalmente disturbante.

Un’inquietudine che affascina e strania lo spettatore che si lascia guidare in questo viaggio che ci ricorda l’importanza sensoriale dell’esperienza filmica, per un’opera che è tutta da “sentire”, ancor prima che vedere e udire.

Vedi altro

Articoli correlati

Pulsante per tornare all'inizio