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Edizione 42 del Bellaria Film Festival

Tra masterclass, anteprime nazionali, esordi notevoli e messaggi di speranza

La 42esima edizione del Bellaria Film Festival, festival cinematografico all’insegna del cinema d’autore indipendente, si è aperta lo scorso 8 maggio e si è conclusa cinque giorni dopo. La proposta del festival, ricca di proiezioni, incontri industry e masterclass con grandi registi, si è distinta per una particolare attenzione alla selezione di opere prime (o al massimo seconde) di autori indipendenti e di voci fuori dal coro del panorama cinematografico italiano e internazionale. All’interno dei vari concorsi che hanno affollato il programma del Bellaria FF sono apparsi diversi titoli che durante gli scorsi mesi hanno fatto parlare parecchio di sé per la buona ricezione registrata tra altri festival importanti: si ricordano Gli oceani sono i veri continenti (Tommaso Santambrogio, vincitore a Bellaria del premio Miglior Film del concorso Casa Rossa) e Patagonia (Simone Bozzelli), entrambi presentati alla scorsa edizione della Mostra del Cinema di Venezia, o ancora, Rossosperanza (Annarita Zambrano, programmato all’ultimo Festival di Locarno) e Io e il Secco (Gianluca Santoni, che partecipò ad Alice nella città). Il Bellaria FF ha ulteriormente arricchito il suo programma proponendo degli interessantissimi titoli fuori concorso, tra i quali spiccano La chimera di Alice Rohrwacher, L’Empire di Bruno Dumont, e una retrospettiva dedicata ai ribelli dimenticati del cinema italiano degli anni Novanta: Franco Maresco, Giuseppe Gaudino e Paolo Benvenuti.

Alice Rohrwacher

A sottolineare queste scelte editoriali non poteva non essere invitata una delle voci più particolari del cinema italiano e internazionale del momento: Alice Rohrwacher. L’autrice ha partecipato al festival tenendo una masterclass dal titolo “Vedere l’invisibile”, un chiaro rimando al suo ultimo e bellissimo film. La sala riservata all’incontro era stracolma e Alice sembrava un personaggio uscito da uno dei suoi film: gentilissima, dallo sguardo sognante, capace di affascinare un’intera platea attraverso le parole dei suoi “film di fantasmi” (come ci tiene a chiamarli), i quali protagonisti appaiono sempre in bilico tra due dimensioni: tra l’alto e il basso, tra la luce e il buio, il sacro e il profano, la pop culture e la poesia. La mattina seguente il suo ultimo film è stato presentato al festival per una visione dedicata alle scuole superiori e alle università e la regista tiene a sottolineare l’importanza del coinvolgimento dei giovani nel mondo del cinema, oltre all’invito alla sovversione che ha scatenato un genuino applauso all’interno della sala (“siate sovversivi”) – parole, queste, particolarmente di conforto e quasi anticipatorie visto lo sgradevole intervento di Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Rai Cinema, ospite al festival qualche giorno più tardi: “le velleità autoriali ammazzano l’industria”, ma per fortuna esempi come quello della Rohrwacher e di tanti altri registi programmati al festival in questione hanno ampiamente smentito queste parole piene di amarezza e sfiducia nei confronti delle nuove generazioni.

L’Empire

Ad aprire ufficialmente le danze del festival è stato il nuovo film di Bruno Dumont, L’Empire. Una scelta sicuramente non scontata, data la linea editoriale del festival e la precedente missione autoriale e artistica del regista. L’Empire è una gigantesca parodia del cinema fantasy e del colossal americano, in particolare di Star Wars e di Dune. Ci sono spade laser utilizzate per decapitare i “cattivi” (che si auto definiscono tali in opposizione a un gruppo di personaggi che si auto definisce “buono”, ma senza davvero esserlo), ci sono voci storpiate che ricordano “la voce” di Dune e altre che invece rimandano alle voci della Loggia Nera di Twin Peaks. Queste divisioni nette tra buoni e cattivi sono un’ulteriore critica al sistema hollywoodiano e alle sue narrazioni costruite su infiniti viaggi dell’eroe e topoi tematici. È interessante come alcuni tratti tipici del cinema fantasy vengano talmente esasperati da risultare ridicoli: in L’Empire, lo spazio è un universo parallelo nel quale fluttuano – attraverso una CGI volutamente grezza e per nulla realistica – il quartier generale delle forze del bene (la Saint Chappell parigina) e quello delle forze malefiche (ovviamente la reggia di Versailles). Il risultato è quello di un film piuttosto divertente che, attraverso il continuo utilizzo del paradosso, ci porta a riflettere sulla banalità del cinema americano reiterando l’eterna lotta tra europei grandi autori indipendenti e americani schiavi del sistema delle major che però, oltre a queste riflessioni, non apporta molto altro dal punto di vista politico, poetico o concettuale. Un film che poteva e (forse) doveva fare molto di più ma che si limita a essere una mediocre e poco originale parodia di un cinema che è stato scimmiottato molte altre volte prima di questa. Il film rimane un esperimento comunque interessante per la commistione di ambientazioni – da un lato i paesaggi estremamente naturali delnord della Francia, dall’altro un universo esasperatamente fittizio – per la performance di Fabrice Luchini che, ancora una volta, si conferma essere un grande attore comico e per il sapiente utilizzo della macchina da presa all’interno di un genere di serie B – quello parodico – che spesso mette da parte l’estetica ricercata e di qualità per concentrarsi su altri aspetti. L’Empire vede tra i protagonisti alcuni dei più grandi attori francesi contemporanei (Camille Cottin, oltre al già citato Luchini) e alcune giovani promesse del cinema internazionale (Anamaria Vartolomei, La scelta di Anne – L’événement). Il film ha vinto il premio della giuria alla scorsa edizione della Berlinale e uscirà nelle sale cinematografiche italiane il prossimo 13 giugno, distribuito da Academy Two.

Quell’estate con Irène

All’interno del concorso Casa Rossa ci sono state diverse proiezioni di opere prime o seconde di interessanti autori italiani. Carlo Sironi ha presentato il suo secondo lungometraggio Quell’estate con Irène, mostrato in anteprima alla Berlinale 2024. Qui i toni, i temi e le intenzioni si allontanano drasticamente dal film scelto per l’apertura del festival. Sironi, infatti,costruisce un coming of age delicatissimo dai toni caldi,caratteristici di quel cinema d’autore dal gusto tipicamente francese che si serve della malinconia della fine dell’estate e dei paesaggi marittimi per inscenare i suoi personaggi (durante la visione vengono in mente titoli come Bonjour Tristesse di Otto Preminger, ma anche autori come il Rohmer de Il raggio verde o di Un ragazzo, tre ragazze). Quell’estate con Irène verrà distribuito da Fandango nelle sale cinematografiche italiane a partire dal 30 maggio.

Tra le piacevoli sorprese del programma è impossibile non citare il nuovo lavoro di Gianluca Santoni. Il regista marchigiano presenta al festival il suo lungometraggio d’esordio, Io e il Secco, che verrà distribuito da Europictures a partire dal 23 giugno nelle sale italiane. Quello di Santoni è un film che tratta del tema della violenza domestica e di genere attraverso gli occhi di un bambino di 10 anni, Danni con la i. Danni, dopo l’ennesima violenza del padre nei confronti della madre, decide di assumere un “super killer” scapestrato (il Secco) per ucciderlo così da poter salvare la sua mamma e vivere felicemente lontani dagli abusi dell’uomo. Il racconto della relazione tra i due ragazzi – che sfocerà in un’amicizia fraterna e inaspettata – è tenero e, allo stesso tempo, esilarante (particolarmente divertente è l’episodio nel quale Danni prende accidentalmente dell’MD e Secco si ritrova a dover aspettare che gli effetti della droga svaniscano prima di poterlo riaccompagnare a casa). La performance di Francesco Lombardo (Danni), per la prima volta sul grande schermo, è davvero notevole. Tra il cast figurano anche Andrea Lattanzi (il Secco), Barbara Ronchi (la mamma di Danni) e Andrea Sartoretti (il papà di Danni).

Il festival si è concluso domenica 12 maggio con una masterclass che ha visto come protagonisti i registi della retrospettiva Controcampo Italiano: Paolo Benvenuti, Franco Maresco e Giuseppe Guadino. Daniela Persico, la direttrice artistica del festival, ha deciso di cominciare l’incontro dicendosi felice di avere degli autori così particolari e sovversivi come ospiti del festival e chiedendo loro un’opinione riguardo le infelici parole – di cui prima – pronunciate dall’amministratore delegato di Rai Cinema. I tre, notoriamente operanti al di fuori del sistema produttivo ministeriale, un po’ per scelta un po’ per imposizione, hanno ribadito più volte a tutti i giovani presenti in sala la necessità di continuare a lottare per un cinema che possa essere libero dalle imposizioni altrui.

La sera stessa sono stati annunciati i vincitori della 42esima edizione del Bellaria Film Festival: la giuria giovani ha assegnato il premio Casa Rossa al Miglior Film a Tommaso Santambrogio per Gli oceani sono i veri continenti e una menzione speciale a Patagonia di Simone Bozzelli. Il premio Casa Rossa Internazionale decretato dalla giuria composta da Federica Illuminati (agente cinematografica), Tommaso Colliva (produttore discografico) e Chiara Malta (regista) è stato insignito a On the go di Maria Gisèle Royo e Julia de Castro, mentre la menzione speciale a Animal di Sofia Exarchou. Spirit of Ecstasy di Héléna Klotz ha invece vinto il premio della critica. Per quanto riguarda il Concorso Gabbiano, invece, quello dedicato alle nuove voci del cinema italiano indipendente, il premio per il Miglior Film è stato assegnato a Luca Ferri per Ludendo Docet. Marta Anatra ha invece vinto il premio per il Miglior Film per l’innovazione cinematografica e il premio Oxilia 10, in collaborazione con il cinema Beltrade di Milano, per il suo documentario Horkos.

Gaia Antonini

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