Trionfo per i due film turchi presentati in concorso alla Berlinale numero 76. L’Orso d’oro Yellow Letters di İlker Çatak, una produzione maggioritaria tedesca diretta dal cineasta è tedesco d’origine anatolica conosciuto per La sala professori, è originale fin dalla scelta di girare in Germania una vicenda ambientata in Turchia e con due città che recitano il ruolo di altre: come specificano le didascalie, Berlino è Ankara, mentre Amburgo “interpreta” Istanbul.
Salvation – Kurtulus di Emin Alper, che ha ricevuto l’Orso d’argento Gran premio della giuria, è invece una coproduzione tra Turchia, Francia, Olanda, Grecia, Svezia e Arabia Saudita ambientata in un piccolo villaggio dilaniato da una faida.
I due lungometraggi erano passati nei primi giorni di Berlinale e si erano subito distinti tra i più interessanti di una selezione allora sotto tono e che si è risollevata nella seconda settimana. E il verdetto da parte della giuria di Wim Wenders non ha suscitato particolari sorprese.
Çatak usa l’artificio della riambientazione per filmare liberamente una pellicola dichiaratamente politica e molto critica verso il governo di Recep Tayyip Erdogan (mai nominato) e la sua rete di potere.
Derya e Aziz sono moglie e marito, rispettivamente attrice e drammaturgo e anche insegnanti universitari, all’apice della carriera artistica. Al termine della prima del nuovo spettacolo, andato in scena con grande successo, la donna si sottrae a una fotografia con il misterioso e influente governatore presente in platea. I due sentono presto una pressione crescente intorno a loro e vengono sospesi dal teatro e accusati per aver partecipato a una manifestazione per la pace e aver espresso le loro posizioni sui social. Dopo aver perso tutti i loro impieghi, non sono più in grado di far fronte al mutuo per la casa e devono tornare a stare a Istanbul dalla madre di lui. Nel piccolo appartamento condividono gli spazi anche con la figlia Ezgi di 14 anni, ribelle verso i genitori e poco interessata a quel che fanno, che vorrebbero iscrivere a una scuola privata. L’unico che potrebbe aiutarli economicamente è il fratello di Derya, Salih, tradizionalista e fervente musulmano. Il regista usa una camera molto mobile, anche se spesso di ferma sui primi piani dei protagonisti, per dare al dramma quasi i contorni di un thriller teso. Tante le domande, cruciali e molto attuali: la magistratura deve essere allineata alla politica? L’arte può scendere a compromessi? Il teatro può salvare il mondo? Le “Lettere gialle” sono quelle di denuncia che iniziano ad arrivare, che daranno l’idea ad Aziz, apertamente considerato “nemico del governo”, per un nuovo spettacolo. Tra le scene memorabili quella della cena di famiglia durante il Ramadan e alla moschea, dopo la preghiera, quando si trasforma in luogo di incontri e anche di affari. Çatak mostra la pervasività di un potere che resta quasi invisibile ma raggiunge con i suoi tentacoli ogni ambito della vita civile.
Dramma rurale solido nell’impianto e di presa emotiva è Salvation di Emin Alper, regista già più volte selezionato alla Berlinale, noto per Beyond The Hill (2012), Abluka (premiato alla Mostra di Venezia nel 2015), A Tale Of Three Sisters (2019) e Burning Days (2022). Nei dintorni dell’isolato villaggio di Pingan, l’esercito combatte i “terroristi” (non si spiega mai chi siano) con l’aiuto degli abitanti locali. Torna però alla ribalta anche la vecchia faida tra il clan Hazeran e i Bezari, questi ultimi erano i vecchi padroni delle terre che si erano trasferiti in città, ma ora stanno tornando e accampano vecchie pretese. Tra chi cerca di difendere il proprio lavoro e le proprie condizioni di vita e ci prova a insinuarsi anche in modo aggressivo, cominciano a verificarsi fatti strani, come incendi, sparizioni e morte. Un crescendo di violenza e tensione a partire da odi radicati e mai risolti. Il protagonista è Mesut, che aspetta un figlio dalla moglie e sfida il fratello sceicco e capo villaggio proprio sul come affrontare la minaccia. L’uomo comincia ad avere visioni e fare sogni strani ed è tormentato da una diceria sui figli gemelli. Alper conferma di saper descrivere un mondo ancorato al peggio del passato e costruire una tensione che regge fino all’ultimo.
da Venezia, Nicola Falcinella




