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Francofonia: «parliamo solo del presente!»

Francofonia_locandina14 giugno 1940: Parigi, città aperta. I nazisti entrano nella capitale francese, i vinti non sanno quanto dovrà durare la convivenza forzata con l’occupante. Per alcuni si profila un esodo di massa, per altri la via della Resistenza armata, per altri ancora il collaborazionismo. A repentaglio è certo la vita umana, ma non solo. C’è anche il patrimonio culturale di una nazione, o meglio di un continente: a rischio c’è l’Europa e la sua arte. E dunque, innanzitutto, ci sono il Louvre e le sue collezioni. Che ne sarebbe stato della Nike di Samotracia, della Zattera della Medusa o della Gioconda? In gioco era – inutile nascondersi – la nostra identità: la Storia, non solo quella dell’arte. Ma sono le storie, le scelte plateali o silenziose di ognuno di noi, a plasmare inconsapevolmente la Storia, a imprimerle una direzione più o meno lineare. E se il Louvre è ancora in piedi, se le sue opere sono salve, lo è grazie a due uomini di Stato che sì giurarono fedeltà al Partito nazionalsocialista e al regime di Vichy ma seppero mantenere un barlume di coscienza: Franz Wolff von Metternich, responsabile della tutela del patrimonio artistico del Reich, e Jacques Jaujard, all’epoca direttore del Louvre.

Se si potesse ridurre alla narrazione di qualcosa, Francofonia, l’ultima fatica di Aleksandr Sokurov, sarebbe la storia di questi due funzionari che in quel 1940 scelsero da che parte stare, dalla parte dell’arte e di ciò che essa rappresenta. Ma il regista russo ambisce a ben altro e l’opera che ne esce è in fondo la continuazione ideale della riflessione intrapresa con Arca russa, un sequel per la verità molto diverso dal film del 2002, meno rigido e forse meno estetizzante: non più un unico piano sequenza onnipervasivo, piuttosto un complesso pastiche di generi e tematiche. E allora dovremmo dire che questo è un film sull’arte o, almeno, sul complesso rapporto che lega l’arte al potere.
In parte è davvero così: è la capacità eternizzante dell’arte a infrangere in qualche modo lo scorrere insensato degli eventi, è il potere che talvolta riesce a servirsi dell’arte salvo poi doverla sempre riscoprire come eccedenza rispetto a se stesso. Potremmo poi dire che questo è un film sulla bellezza: passeggiare nel Louvre significa anche lasciarsi alle spalle i travagli, il sangue, la miseria che impregnano ciò che resta fuori del museo. In parte, ancora una volta, è così. Ma appunto solo in parte, perché Sokurov non è autore ingenuo, tutt’altro. Non ha bisogno di battute preconfezionate, di appelli retorici alla funzione salvifica dell’arte: del resto non c’è bisogno di appelli, il suo sguardo incastonato nella perizia della fotografia può bastare. Francofonia parla certo dell’arte e della bellezza, ma lo fa interrogando il museo, la conservazione istituzionalizzatafrancofonia delle opere d’arte. Da dove nasce questa esigenza? Perché è l’Europa ad avvertire per prima l’urgenza di questo bisogno? Perché il museo? E dunque: perché il Louvre? Perché preoccuparsi di salvarlo mentre fuori imperava la catastrofe? Ma soprattutto: «Chi saremmo noi senza i musei?».
Sokurov filma un ragionamento e ragionare, si sa, non assicura mai un risultato: non c’è una meta prestabilita, c’è un percorso che forse è più importante del risultato. Ne scaturisce un’opera che se appartenesse alla letteratura si situerebbe al confine tra la dissertazione filosofica e la saggistica. Un’opera che tuttavia non disdegna l’ironia e la sperimentazione. Ecco la voce narrante, il regista pronto a rassicurarci: presto smetterà di annoiarci. Ecco il pastiche di generi: dal documentario classico, al filmato d’epoca, allo stile più informale di youtube, fino al racconto intimistico, ai ciak filmati, alle intrusioni visionarie di fantasmi del passato che ci parlano del presente. Tutto trova posto, tutto è al suo posto. Ecco – per farla breve –  il pensiero sullo schermo, il suo vagare e il suo rigore. Un vagare in cui trovano spazio anche gli esclusi, i diseredati: la madrepatria Russia, Leningrado che non conobbe la pietà che qualche nazista volle riservare a Parigi, o almeno alla sua arte. Ci sono, fin dall’inizio, Cechov e Tolstoi: i padri intellettuali di una Russia che Sokurov sente europea fino al midollo. Sono i padri che vanno interrogati: perché si addormentarono? Perché non seppero lanciare un monito all’Europa che stava scivolando negli orrori del XX secolo? D’altronde, ci ricorda Sokurov, quando i padri si addormentano, i figli diventano crudeli. E nemmeno l’arte ha saputo contenere la crudeltà e lo smarrimento del Novecento.


Eppure una speranza è rimasta: il Louvre appunto, la conservazione della nostra identità, o meglio la possibilità di un suo faticoso ritrovamento. Un’identità – sia chiaro –  che l’Europa si è costruita attraverso i dolori del popolo, la fame di conquista tipica della modernità, quell’impeto a fagocitare ciò che altro da sé di cui la «febbre dei musei», e quindi anche la ruberia di opere d’arte che essa ha portato con sé, sarebbero state indubbiamente il risultato migliore. Perché il museo è lo spazio in cui contempliamo la bellezza, ma anche quello in cui sappiamo contemplare la bellezza dei popoli che abbiamo conquistato e che ormai ci costituiscono dall’interno. Napoleone è l’emblema di tutto questo. Bonaparte è lo Stato che ha capito di avere «bisogno di un museo per esistere»: è il potere (tema da sempre caro al regista russo) che si confronta con l’arte e la sua storia. È la Storia che corre trionfante in una direzione che noi, gli artefici europei, sapevamo intuire e forse persino comprendere.
C’è però un problema, anzi c’è il problema del Novecento. La Storia sembra aver smarrito il suo senso rivelandosi per quello che è: quell’oceano FRANCOFONIA2fluttuante che il regista riprende così insistentemente. Come siamo lontani dalla sicurezza napoleonica, dal suo trionfo eurocentrico. Lo Spirito del mondo oggi non si prende più la sua corona ed è sceso dal suo cavallo: lo Storia galoppa certo (come fermarla?), ma nessuno è più in grado di tenerla imbrigliata. Rimaniamo spaesati. Meglio sonnecchiare goffamente, con Sokurov e lo spiritello di Napoleone che osserva colmo di nostalgia la sua incoronazione: quanta bellezza! Com’era bravo David! Quell’arte così sicura di sé non esiste più. Ma il Museo, il Louvre appunto, resta in piedi e ci permette di guardare negli occhi l’identità della nostra cara vecchia Europa. È quello che ci invita a fare lo sguardo enigmatico della Monna Lisa interrogato alla fine del film da due fantasmi: la Marianne di Delacroix e, ancora una volta, Napoleone. L’una ripete ossessiva: liberté, égalité, fraternité. L’altro, storica attuazione e nel contempo tradimento di quegli ideali tutti europei, controbatte stizzito: «senza di me, nulla di tutto questo». Senza il potere neanche un brandello di quella libertà, di quell’identità, di quella bellezza: nemmeno il museo. Sia chiaro: non c’è un fantasma che prevale sull’altro. E allora quei due spiritelli, che si aggirano nel Louvre come nell’Europa, lasciano almeno filtrare una tiepida speranza: di quegli ideali qualcosa, oggi, rimane intatto.
Mentre Parigi viene colpita al cuore, Palmira distrutta, la nostra memoria messa a dura prova, Francofonia ci richiama a un cauto umanesimo, tutto europeo. Del resto Sokurov ci aveva avvertito, fin dall’inizio: qui «parliamo solo del presente!».

 Luca Scarafile

Francofonia (Le Louvre sous l’Occupation)

Regia e sceneggiatura: Aleksander Sokurov. Fotografia: Bruno Delbonnel. Montaggio: Hansjorg Weissbrich. Interpreti: Louis-Do de Lencquesaing, Benjamin Utzerath, Vincent Nemeth. Origine: Francia/Germania/Paesi Bassi, 2015. Durata: 87’. 

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