FestivalSliderTorino FF 2019

God exists, her name is Petrunya e i due migliori film del TFF

Da Torino tre film da vedere

Quest’anno il Torino Film Festival ha dedicato una retrospettiva a Teona Strugar Mitevska, sconosciuta a molti ma probabilmente la regista più importante della Macedonia. I suoi film sono infatti da quindici anni presenti ai principali festival mondiali, quali Berlinale, Toronto, Rotterdam, Sarajevo. A Torino si è visto anche God exists, her name is Petrunya, il suo nuovo film che aveva avuto l’anteprima a Berlino lo scorso febbraio e che uscirà in sala distribuito da Teodora il prossimo 12 dicembre.

A Stip, una piccola città in Macedonia si segue una tradizione speciale: per l’Epifania – che secondo il calendario ortodosso si festeggia il 19 gennaio – il sacerdote locale getta un crocifisso di legno in un fiume, centinaia di uomini si tuffano nelle acque ghiacciate e lo cercano per rinnovare simbolicamente, anno dopo anno, il sacrificio dell’uomo nei confronti di Dio. Chi ci riesce, così racconta la tradizione, avrà buona fortuna e prosperità per un anno intero. È una vera corsa tra gli uomini del paese, infatti per vincitore si intende naturalmente uno degli uomini, le donne non sono autorizzate a prendere parte a questo rituale. La regista macedone prende come spunto di partenza del film un fatto vero: nel 2014 una donna è saltata in acqua improvvisamente e ha preso la croce, scatenando così uno scandalo nel cuore del sistema di tradizioni conservatrici del paese.
(Leggi la recensione completa)

Liberté di Albert Serra e Vitalina Varela di Pedro Costa sono i due film che più rimarranno nelle memoria di questo Torino Film Festival, il primo presentato in apertura del focus “Desiderio” che è stato uno dei vertici di Tff Doc, il secondo è stato invece il film di punta di “Onde”, la sezione del festival più attenta al cinema che sperimenta sguardi e punti di vista. Si tratta di due film notturni, pieni di fantasmi e di morte, due film politici che indagano il corpo umano, sicuramente ostici ma pieni di cinema che sembrano oggetti diversi dai molti filmetti o semplici raccontini che erano visibile nelle altre sezioni del festival torinese.

Liberté è il settimo lungometraggio diretto dallo spagnolo Albert Serra, autore da anni famosissimo nei festival internazionali. Quest’ultimo lavoro, presentato in anteprima all’ultimo festival di Cannes all’interno di “Un certain regard”, è un viaggio nel libertinismo settecentesco, con la Francia prossima a crollare sotto i colpi della Rivoluzione. Siamo nel 1774, Madame di Dumeval, il Duca di Tesis e il Duca di Wand, libertini espulsi dalla corte puritana di Luigi XVI, cercano il sostegno del leggendario Duca di Walchen, seduttore tedesco e libero pensatore. La loro missione è esportare in Germania il libertinaggio, una filosofia illuminista fondata sul rifiuto della moralità e dell’autorità ma anche, e soprattutto, di trovare un luogo sicuro per perseguire i loro giochi erotici. Le novizie del vicino convento saranno trascinate in questa pazza notte in cui la ricerca del piacere non obbedisce a nessuna legge.
Il film si svolge in un bosco durante una notte piena di giochi sessuali: falli veri e finti, frustate, copule, escrementi, di tutto e di più scorre sullo schermo intramezzato dai dialoghi tra i nobili. La grandezza del film è il modo in cui Serra filma questi giochi, la camera è sempre immobile e lo sguardo è quasi entomologico, rigorosissimo e feroce. Formalmente siamo vicini a Historia de la meva mort e a La mort de Louis XIV dello stesso Serra, due film “storici”, altrettanto mortuari. Serra continua la sua indagine sul corpo umano, un corpo che si deforma, che viene distrutto a poco a poco, che prova a fare un sesso che non porta mai a un vero piacere, un corpo che verrà sconfitto dalla Storia.

Vitalina Varela è invece il nuovo incredibile film di Pedro Costa, cineasta portoghese di ormai sessant’anni ma che solo ultimamente riesce a far riconoscere il suo cinema ai massimi livelli. Il film, vincitore del Pardo d’oro all’ultimo festival di Locarno, racconta di Vitalina Varela, una donna capoverdiana di 55 anni che arriva a Lisbona tre giorni dopo il funerale del marito. Ha atteso il biglietto aereo per oltre 25 anni.
Girato senza sceneggiatura, è un film che attinge dai ricordi e dalla vita della stessa Vitalina che interpreta se stessa. È ambientato in uno storico quartiere di Lisbona, in parte ricostruito in studio per cercare di riprodurre gli ambienti della comunità capoverdiana nei sobborghi della capitale portoghese.
Anche Vitalina Varela è un film di corpi, quello nero e di statuaria bellezza di Vitalina, quello insanguinato e coperto da un lenzuolo pieno di sangue del marito, quelli consumati, storpi e miserabili che la circondano in questo viaggio a Lisbona. Lo sguardo di Costa è statico come sempre, in un rigoroso 4:3 tende a ricercare piccoli dettagli nella misera oscurità di questa Lisbona lontana da qualsiasi luce della modernità. La messa in scena è minimale e piena di ombre, cerca di far emergere, quadro dopo quadro, il trascendente dalle immagini. Ci fa capire così che Vitalina è giunta troppo tardi a Lisbona, non le rimarrà che prendere in mano i pochi affari del marito defunto. Nessuno piangerà il suo lutto e lei non piangerà per gli altri, s’impegnerà solamente a ricostruire il ricordo di una casa a Capo Verde, contro la triste realtà di un Portogallo che non ha saputo darle un vero tetto.

da Torino, Claudio Casazza

Topics
Vedi altro

Articoli correlati

Back to top button
Close