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Incontro con Emilio D’Alessandro, assistente personale di Stanley Kubrick

In occasione delle Giornate del premio Adelio Ferrero 2016 tenutesi ad Alessandria lo scorso 22 ottobre, fra i tanti ospiti spicca la figura di Emilio D’Alessandro, assistente personale di Stanley Kubrick per oltre trent’anni. Ad arricchire la particolare testimonianza ci sono anche la moglie Janette e Filippo Ulivieri, autore di Io e Stanley, edito in italia dal Saggiatore.
Di seguito è riportato l’intero incontro, suddiviso per argomenti trattati, in cui con grande emozione i tre invitati si raccontano:

s-is-for-stanleyL’INCONTRO CON EMILIO D’ALESSANDRO
Filippo Ulivieri
: “È partito tutto dalla realizzazione del sito web Archivio Kubrick, che ho creato per pura passione. Poi nel 2005 un amico di Emilio a Cassino, paese in cui abita, lo ha finalmente convinto a raccontare la sua storia. Quindi sono stato chiamato da loro a Cassino dove ho intervistato Emilio e Janette per un paio d’anni, per poi scrivere questo libro che è uscito nel 2012 in Italia per il Saggiatore. Quest’anno siamo riusciti anche ad avere una traduzione in inglese per una casa editrice di New York e in più Alex Infascelli ha acquistato i diritti per l’adattamento del libro e realizzato quindi un documentario dal nome S is for Stanley che è uscito nelle sale a maggio con una distribuzione evento. Emilio mi ha quindi raccontato i suoi trent’anni di vita affianco a Stanley e per me, che avevo una forte passione per il suo cinema, è stata un’occasione per vedere il cinema di Kubrick dall’interno in una prospettiva completamente nuova, direi anche rivoluzionaria. Emilio, una cosa che mi ha colpito quando l’ho conosciuto, non si interessava per niente di Cinema, il suo background è quello di un pilota di formula ford per cui ha gareggiato negli anni ’60. Quello che ha impedito ad Emilio di essere un campione di formula ford è stata la crisi economica, la perdita del lavoro e il doversi reinventare per mantenere la famiglia come autista privato. E’ stato catturato da Kubrick perché una sera nessuno voleva trasportare un particolare oggetto da una parte all’altra di Londra con le strade bagnate e il ghiaccio. Lui decise di fare questa consegna:  il grosso fallo bianco di Arancia Meccanica. La storia di Emilio e Stanley Kubrick comincia in questo modo rocambolesco e da lì in poi c’è stata questa vita intrecciata. Quello che a me ha stupito è che due persone apparentemente molto diverse si scoprono molto simili e si trovano molto bene insieme con una sorta di affinità elettiva trai due”.

L’INIZIO DI UNA VITA PASSATA AL FIANCO DI STANLEYINFASCELLI, PENSO A SERIE SU AUTISTA ITALIANO KUBRICK
Emilio D’Alessandro
:  “Inizialmente mi trovavo davanti ad una scelta: lavorare per John Wayne, per solo sei mesi, o con Stanley Kubrick, con una paga inferiore ma a vita. La mia scelta fu quella di prendere un po’ di meno, ma garantire da mangiare alla mia famiglia per anni e anni. Accettai la proposta di Stanley Kubrick, ma non conoscevo questa persona, assolutamente”.

LA CENSURA DI ARANCIA MECCANICA
Emilio D’Alessandro: “A Stanley Kubrick arrivavano questi pacchi durante le riprese di Arancia Meccanica senza indirizzo del mittente e con nascosti degli orologi. Allora mi diceva che quando arrivavano di andare direttamente dalla polizia e di non portarli a casa. Lui mi spiegò che gli facevano tutte queste minacce e gli rimproveravano l’aumento della criminalità in Inghilterra a causa di Arancia Meccanica. Stanley per questo stava così male e la polizia provò a convincerlo a ritirare il film per un po’ dalle sale. Lui ci ha pensato e prese una decisione per il bene dei propri figli e per stare un po’ in pace. Lui era una persona responsabile e capendo la situazione decise di ritirare i film”.

PENSARE A KUBRICK COME STANLEY
Filippo Ulivieri: “In realtà Emilio non voleva raccontare questa storia, un po’ per essere stato abituato per trent’anni alla proverbiale segretezza Kubrickiana, un po’ anche perché con la morte improvvisa del regista ci ha messo un po’ a rielaborare il lutto. Lui aveva fatto un’intervista su Ciak e in realtà su Kubrick si era già scritto molto, quindi quando mi chiamarono per intervistarlo non pensavo ci fosse bisogno di scriverne ancora, ma mi è bastato passare una giornata con Emilio per rendersi conto di aver preso un’accantonata terribile… In dieci minuti di chiacchiere mi sono ritrovato a pensare a Kubrick come Stanley, a vedere questo regista mitico che avevo sempre osservato da lontano, inarrivabile, come fosse una persona che ti stava accanto. Qualsiasi oggetto dentro casa di Emilio è un souvenir della sua vita precedente: la prima volta che andai nella loro casa il porta fazzoletti di carta che Janette aveva messo sul tavolo era quello che stava nella cucina di Stanley, un’altra volta in garage c’era Ryan-ONeal-Emilioun tavolino con dei pomodori che si rivelò essere quello di Barry Lyndon. Lui al posto delle pistole ci metteva i pomodori! Il giubotto con cui va a fare le potature nell’orto è quello di Tom Cruise in Eyes Wide Shut. Per finire il tappetto nel suo salotto di casa è uno dei tappeti di Shining e questa sorta di smitizzazione continua per me era da un lato molto divertente e dall’altra parte era estremamente interessante, perché permetteva di entrare dentro la macchina produttiva di Kubrick. Mi è infatti sempre piaciuto come con i soldi delle major sia riuscito a fare film indipendenti: era penso il più grande regista indipendente, che non si è mai piegato al sistema hollywoodiano sfruttandolo dall’esterno. Per me andare ad indagare queste cose era straordinario. Ad Emilio potevo quindi chiedere perché era stato scelto questo campo, quanto erano durate queste scelte, come erano stati fatti questi costumi, ecc…”

BARRY LYNDON E MARISA BERENSON
Emilio D’Alessandro:
“Per Barry Lyndon, quando sono andato a prendere Marisa Berenson mi è stato descritto com’era e io chiesi se aveva una targhetta; la segretaria mi rispose che non potevo sbagliare perché era la più bella: giovane, altissima, elegante. ‘Non ti puoi sbagliare!’ Come faccio allora io ad accostarmi a lei? Basso e malvestito… La segretaria aveva ragione, una donna bellissima! Dopo esserci presentati le dissi che sarei andato a prendere la macchina al parcheggio per andare sul set.
‘No no, vengo anche io al parcheggio e senti io ho un po’ fame, c’è qualche ristorante?’.
Io risposi: “No, non c’è niente… c’è solo un posto dei camionisti pieno di olio e grasso dei camion!”.
‘Fermiamoci!’.
Si vede che aveva fame davvero! All’entrata quando questi camionisti hanno visto la ragazza hanno fatto un bell’applauso con un fischio. Lei tutta contenta e sorridente fece: ‘grazie’. Lei prese dell’insalata e un pezzo di formaggio e mangiò. Nell’uscire questi camionisti hanno fatto un bell’applauso di nuovo e nuovamente lei ha ringraziato. Arrivato là ho detto all’assistete che Marisa era arrivata e che lei avrebbe dovuto riprendere l’aereo la sera stessa dopo aver parlato del contratto con Stanley. Quando l’assistente disse a Kubrick dell’arrivo di Marisa lui esclamò:
‘Bene! Portatela a mangiare ad un ristorante, il migliore della città’.
Quando l’assistente tornò e le disse del ristorante lei rispose:
‘No,no grazie ho già mangiato!’
“E dove?”
“E fattelo spiegare da Emilio”
Quando gli ho spiegato com’è andata, l’assistente riferì subito tutto a Stanley.
‘Ohhh mio dio, adesso la perdo!’ disse lui.
Durante l’incontro. Marisa Barenson spiegò a Stanley: ‘Io ho mangiato, non ho bisogno di tutto questo lusso!’.
Stanley riflesse molto su questa cosa e chiese anche a me se era vero:
‘Sì, ha mangiato un’insalata, un pezzo di formaggio e bevuto un bicchiere d’acqua’.
‘E perché questi idioti che son ben serviti dalla cucina vanno tutti in città a mangiare mettendoci due/tre ore?’.
Stanley si era arrabbiato e li richiamò dicendo: ‘ Se è buono per lei è buono anche per voi!’ .”

IL LAVORO AUMENTA, STANLEY MI VUOLE CON SÉemilio
Emilio D’Alessandro:”Presto cominciò a farmi lavorare tante e tante ore e mia moglie si arrabbiò:
‘Non sei mai a casa! Non ci sei mai, non ti vediamo mai!’.
Dissi: ’Guarda, è meglio che abbiamo qualche soldino in tasca o perdiamo tutto. Quando ho tempo, mi impegno a stare con voi e se non ho tempo è perché c’è una persona che ha bisogno di me!’.
E quella persona, che era Stanley Kubrick, mi faceva sì lavorare, ma a fine serata quando mi ringraziava con quel suo sorriso, ero così soddisfatto! Insomma, questo era lui! Senza di me, non lo so…”

UNA VITA DI SACRIFICI
Janette
: “La nostra vita è stata molto dura, anche con i figli, ed Emilio non c’era mai! Però Stanley era importante per lui e per la famiglia. Noi abbiamo legato molto con loro, anche io ho lavorato per parecchio tempo in casa loro. Quando è venuto Ennio Morricone, mi ha chiesto di cucinare. Per me non era stato solo un lavoro, ma un piacere! Noi siamo stati due famiglie legate. Con Eyes Wide Shut, Stanley disse ad Emilio: ‘Dato che vedi la famiglia poco, falli venire sul set per fare le comparse!’. E per me è stato un piacere, un’esperienza che nella vita non accade quasi mai. I nostri figli erano sempre insieme alle feste, a casa nostra o a casa loro. E siamo stati insieme a loro fino al funerale.

SHINING E JACK NICHOLSON
Emilio D’Alessandro
: “Stanley mi chiedeva spesso pareri sugli attori. Una volta gli dissi: ‘ Perché non prendi Charles Bronson?’ . Mi ha dato un’occhiataccia senza dire una parola. Quando scelse Jack Nicholson, capii cosa voleva dire quello sguardo. Soltanto che a me non piaceva come persona e allora dissi a Stanley:
‘Guarda, se mi chiedi un’altra volta di accompagnarlo da qualche parte, non ci vediamo più! Non mi piace il suo comportamento quando sta in macchina…’
‘E cosa ti fa?’
‘A me niente. E’ quello che si mette sul braccio e tira su col naso o il farsi la sigarettina…’
E mentre faceva queste cose, la mia testa diventava come un pallone! Tenevo tutti i finestrini aperti con lui per riuscire a respirare un po’ d’aria buona…
Dopo avergli raccontato tutto mi rispose: ‘ Sorry, da domani ti garantisco che troverò un altro autista per lui!’. E infatti così fece!”

SHINING E SHELLEY DUVALL
Emilio D’Alessandro: “Stanley un giorno mi chiese: ‘Perché Shelley piange sempre? Sai qualcosa?’
‘Si guarda, lei pensa che non sei soddisfatto della sua recitazione. Lei dice che non gli dai lo stesso tempo che dedichi a Jack Nicholson!’
Mi fece riferire a lei che qualunque cosa facesse era bravissima. Infatti, era lei che si immaginava di non essere all’altezza. Stanley era contento!”

LEZIONI DI GUIDA
Emilio D’Alessandro: “Mi chiese di dare lezioni di guida a sua figlia. E come facevo io? Avrei dovuto montare un orologio che aveva più di 24 ore. Lui mi propose quindi di cominciare a portarla in luoghi non trafficati per farle imparare a gestire la macchina e che quando sarebbe stata pronta l’avrebbe mandata alla scuola guida. E così feci!
L’unica cosa che non gli è mai piaciuta è che io, italiano con cittadinanza e passaporto, non sapessi cucinare! ‘Stanley, io ti ho detto la verità, quindi per cortesia non mettermi in cucina!’

I GATTINI DI STANLEY
Janette
: “Uno dei gatti di Stanley ebbe dei cuccioli che Stanley diede a noi. I due vissero con noi fino a dieci settimane… Erano tremendi, ci hanno distrutto una sala! Stanley ci disse: ‘Ve la ripago, però state attenti ai gatti!’ “.

I PROGETTI INCOMPIUTI
Filippo Ulivieri
: “Aryan Papers era un progetto sull’olocausto tratto da un libro chiamato Bugie di guerra, che è la storia di un piccolo bambino polacco che sfuggirà alle persecuzioni dei nazisti fingendo di non essere ebreo ma cattolico. Kubrick era interessato a fare un film sull’olocausto a partire dagli anni ’70 e per un soffio perse i diritti di Schindler’s List in favore di Spielberg e quando poi trovò quest’altra storia, acquistò i diritti. Provò ad organizzare la produzione nei primi anni ’90: il film doveva essere girato in Polonia, Cecoslovacchia, Danimarca e quindi, forse per la prima volta, Kubrick si sarebbe spostato dall’Inghilterra per girare nei luoghi nei quali questa storia era ambientata. La produzione andò avanti per molto tempo, dal ’91 al ’93, e l’uscita di Schindler’s List ha rallentato questa cosa… Per questo motivo l’opinione comune è che la realizzazione di quest’ultimo abbia impedito la nascita del progetto, mentre la realtà è che Kubrick ha continuato a lavorarci fino alla fine del ’94. Quello che Schindler List ha causato è l’impossibilità di girare a Varsavia, perché Spielberg aveva occupato la città con la sua produzione, esaurendo gli spazi nella stessa città che Kubrick aveva pensato di utilizzare. L’idea che mi sono fatto io è che Kubrick si sia trovato in difficoltà nel raccontare una tragedia tanto inumana. Un commento che pare fece su Schindler’s List è che l’olocausto sono sei milioni di morti, mentre Schindler’s List è la storia di 600 ebrei che sopravvivono. Un commento piuttosto cinico, ma anche vero. E’ probabile quindi che questo progetto sia fallito per l’impossibilità di descrivere una storia del genere. La moglie Christiane Harlan ha detto: ‘ Il cinema è finzione. Come fai a fingere l’olocausto? Come fai a chiedere agli attori di interpretare queste scene?’ e diceva anche che Kubrick in quel periodo era molto depresso. Per me la grande tragedia della morte di Kubrick è Artificial Intelligence e credo che la prematura morte di Kubrick ci abbia privato della definitiva visione della intelligenza artificiale nel nostro futuro (androidi, robot, cyberspazio, ecc…). Gli sceneggiatori che hanno lavorato con lui dissero che voleva presentarci i robot come nostri amici, nostri discendenti, la nostra possibilità di sopravvivere come specie. Il film di Spielberg, non arriva a fare questo! È un buon film, ma non solleva domande sul nostro futuro con un certo spessore. Altra cosa che voleva fare Kubrick era utilizzare un robot come protagonista, immaginatevi quindi di emozionarvi per un pupazzo robot, non digitale, non un essere umano. Questo è quello che Kubrick non ha avuto la possibilità di fare.
Secondo me, piangere per una macchina sarebbe stato un fenomeno!”.

di Samuele P. Perrotta

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