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La ragazza d’autunno

Leningrado, 1945. Primo autunno dopo la fine del conflitto e del lungo assedio che ha messo in ginocchio la città e i suoi abitanti. Iya (Viktoria Miroshnichenko) è un’infermiera che dopo l’esperienza al fronte soffre di un disturbo che le causa temporanee paralisi; è altissima, un po’ goffa, accudisce un bimbo che le è stato affidato da una giovane donna, Masha (Vasilisa Perelygina), conosciuta proprio durante il conflitto. Dopo la morte accidentale del bambino, si ritrovano entrambe ad assistere reduci mutilati nell’ospedale della città e a convivere nello stesso appartamento. I traumi vissuti hanno lasciato però tracce profonde che incidono sul presente e sui desideri che serbano per il loro futuro.
Tesnota, un dei film più belli passati a Cannes nel 2017 (premio FIPRESCI), aveva rivelato il talento del ventiseienne Kantemir Balagov, che firmava allora il suo primo lungometraggio. La ragazza d’autunno non solo ne conferma la stoffa, ma ne esalta la personalità. Presentato come il precedente nella sezione Un Certain Regard, il film bissa il successo e porta a casa il premio per la Miglior Regia. Meritatissimo, perché non solo racconta con delicatezza i turbamenti di due donne diversamente segnate dagli effetti della guerra, ma ha qualità estetiche che denotano padronanza della forma filmica.
Opera in costume, perfetta nella ricostruzione di una Leningrado devastata ma che a tratti sembra essere la proiezione del trauma psichico di un intero popolo, La ragazza d’autunno sposta sul femminile un tema che il cinema ha affrontato soprattutto al maschile, declinando (pensiamo ai reduci della guerra in Vietnam) i disturbi da stress post-traumatico in un ventaglio patologico che ha sconquassato gli uomini sopravvissuti. Balagov, ispirandosi al racconto La guerra non ha un volto di donna, di Svjatlana Aleksievič (Nobel per la letteratura nel 2015), esplora gli effetti della guerra su due donne che nelle retrovie, ma pur sempre in battaglia, hanno subito la scioccante schizofrenia del conflitto. Che fossero infermiere o che avessero “compiti di supporto” ai soldati, meglio definite come “mogli al fronte”, le donne sopravvissute che conosciamo nel film di Balagov sono a un passo dall’annientamento psicologico e, per questo, si aggrappano alla vita come possono.
Iya la “giraffa”, la spilungona (che è poi il titolo originale del film), è quasi un freak, non solo l’esperienza in un ospedale di campo l’ha incurvata – per cui l’altezza non è più seducente eleganza, piuttosto disgrazia di un corpo che vorrebbe scomparire – ma le ha innestato un piccolo male che la trasforma senza preavviso in materia inerte, rigida, pesante, così pesante da provocare, priva di coscienza, la morte di un bambino. Masha, invece, non ha causato la morte di nessuno, ma è condannata a non poter creare nuova vita, perché dentro di lei non è rimasto nulla delle funzioni procreatrici. Due donne dannate si trovano dunque a condividere il letto, a consolarsi in abbracci che forse sanno d’amore, ma che in definitiva cercano calore e motivazioni alla vita.
Opposte e complementari Iya e Masha sono ragazze d’autunno che svelano la poesia sadica del dolore, spiazzate dai loro stessi corpi. Si agitano, spogliate dal freddo del conflitto, in attesa di una primavera ristoratrice che non sembra arrivare. Il regista sfodera una tavolozza elegante di colori in sinergia con la giovanissima Ksenia Sereda, direttore della fotografia classe 1994, scegliendo di privilegiare sfumature ocra e giallognole per descrivere la Leningrado notturna o la Leningrado imbottigliata e riassunta nell’ospedale cittadino; per accendere invece con il verde e il rosso le due protagoniste (colori complementari, appunto): verde Iya e rosso Masha per più di metà film, fino all’inversione sul finire, ancora in chiave simbolica. Ma non è solo la tavolozza ricercata a sorprendere nel lavoro di Balagov: tutto il profilmico rivela la cura maniacale con cui è costruita l’inquadratura, per cui ogni taglio dello spazio è un campo polisemico dove cercare con pazienza significati non dichiarati dai dialoghi (peraltro essenziali). Il cinema di Balagov ci riporta al senso di un’arte spettacolare e incantevole per occhio e cervello, che sanziona una volta per tutte il valore di un linguaggio che merita di essere articolato nelle sue piene potenzialità, alla Sokurov forse (sarebbe facile accostarlo al maestro che lo ha formato), ma direi in linea con la tradizione russa sempre attenta a sublimare il racconto con la forma, e anche con le avanguardie dell’Est-Europa del ventennio ’60-’70, a cominciare da quella polacca.

E ritornando al racconto, nelle maglie nascoste, nei passaggi meno evidenti, nella dilatazione di certe inquadrature o di certe pose teatrali, Balagov semina elementi che poi affiorano successivamente per legare ogni passaggio narrativo; oppure con l’intento di innervarsi con delicatezza nelle psicologie delle protagoniste e di metterle in relazione con la storia di Leningrado, una storia sovrastante, feroce, che ha mietuto vittime e ha ucciso chi ancora vive. Per questo la trama così articolata cerca sollievo quando rifugge gli spazi aperti, si allontana dai tram che spostano i corpi nelle strade gelate o dal purgatorio delle stanze d’ospedale, per rintanarsi nel piccolo appartamento abitato da Iya e Masha, dove il confronto tra le donne alterna crudeltà e affetto, piccole violenze e sguardi disperati tra quasi amanti. La lezione di Bergman forse. Certo è che non sembrano debiti da saldare, ma la destrezza di un nuovo cineasta che utilizza la storia del cinema, e distilla con rigore e metodo il linguaggio degli autori amati, in una sintesi lontana dal post-modernismo tarantiniano. Moderno post post-moderno.

Alessandro Leone

La ragazza d’autunno

Regia: Kantemir Balagov. Sceneggiatura: Kantemir Balagov, Aleksandr Terekhov. Fotografia: Ksenia Sereda. Montaggio: Igor Litoninskiy. Interpreti: Vasilisa Perelygina, Konstantin Balakirev, Viktoria Miroshnichenko, Andrey Bykov, Igor Shirokov, Kseniya Kutepova, Alyona Kuchkova. Origine: Russia, 2019. Durata:137′.

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