Videoarte

Papagaio: particelle di mondi in 16 mm

Hangar BicoccaPensate di entrare in un caleidoscopio puntato come un cannocchiale su zone antropologicamente remote del mondo.

Da più di un decennio è attiva una coppia di artisti, nati alla fine degli anni 70 a Lisbona, che nella propria valigetta degli attrezzi, insieme a cineprese analogiche Bolex, pellicola 16 e 35 mm, ottiche e stativi, non fa mancare solido apparato filosofico e tanta tanta algebra.  João Maria Gusmão e Pedro Paiva saltano con naturalezza dalla scultura alle installazioni ambientali, in cui il video diventa protagonista assoluto non solo in quanto immagine proiettata, ma anche come fascio di luce che attraversa gli spazi espositivi, creando labirinti di segmenti che hanno per vertici proiettori e superfici bianche.
Pirelli HangarBicocca è sede in questi giorni, e fino al 26 ottobre, di una straordinaria monografica dedicata all’opera dei due artisti portoghesi che, con il curatore Vincente Todolì, hanno creato un ambiente immersivo, onirico, Gusmao e Paivaseducente e perturbante al tempo stesso: un percorso privo di sensi di marcia che lascia libero lo spettatore di accostare i 36 film (35 dei quali non durano in media più di tre/quattro minuti), e i “riflessi” delle tre camere obscure, in maniera lineare, oppure di tagliare con lo sguardo la continuità temporale dei piani sequenza (cifra stilistica degli stessi film), subordinando i materiali ai capricci dell’occhio, alle sollecitazioni intellettuali, alle chiavi di lettura antropologiche suggerite qua e là o differite attraverso immagini simboliche. I film a colori, rigorosamente muti, scandagliano con un linguaggio apparentemente semplice e ambiguamente documentaristico, da una parte la difficoltà dell’uomo di cogliere con i soli sensi la complessità della realtà, dall’altra il confine per nulla definito tra illusione e percezione del vero. Girando ad altissima velocità per ottenere una proiezione in slow-motion, un pappagallo che parla in macchina e si allontana dall’obiettivo, una goccia in uno stagno, il rantolare di un pesce fuor d’acqua, il parabrezza di un’automobile in movimento sotto la pioggia, una partita di ping pong osservata da due strabici, sottopongono allo spettatore una serie di domande sulla natura del tempo e i meccanismi che si celano dietro fenomeni all’apparenza insignificanti. L’immagine rallentata produce nello spettatore l’attesa di una risposta che convochi le ragioni di un semplice movimento nello spazio, perché questo possa farsi racconto. Invece tutto è tautologia. Accade però che senza sprofondare nei Hangar Papagaiomeandri del concettualismo più esasperato, la sequenza di filmati a tratti ipnotici che il nostro cervello è chiamato a smontare e riassemblare continuamente, esprima comunque una formula che riconduce alla natura umana, a volte cinica e distaccata dalle cose, altre volte emotiva e partecipe, altre ancora persa nella ricerca di un linguaggio che possa farsi interprete dei misteri della vita. Come in Papagaio, film di 43′, eccezionale nella lunghezza e installato per essere visto come al cinema. E’ la registrazione di un rito animista praticato nell’arcipelago di São Tomé, in cui uomini e donne in stato di trance collettivo paiono posseduti da demoni, diventando tramite tra piani di realtà differenti. Le cineprese si muovono questa volta in maniera convulsa, abbandonando la fissità algida dei corti. Il risultato è però ancora una esperienza visiva che si deposita sotto lo strato di coscienza di chi guarda.
Persino le tre Camere Obscure concorrono a un’azione che miri dritto al subcosciente. Tre hangar camera obscuraambienti chiusi in cui oggetti e sagome retro illuminati, complice un sistema di lenti, vengono proiettati su una parete chiara attraverso fori di un diametro che non supera i 10 cm, secondo il principio della visione stereoscopica. Il risultato sono Before Falling AsleepMotion of Astronomical Bodies Camera Inside Camera, tre installazioni che ripropongono il mito della caverna platonica, affermando tutta l’ambiguità del reale.
In tutto lo spazio dell’hangar il suono dei proiettori è l’unica colonna sonora, musica minimalista che rinvia alla storia del cinema, che nasce muto, in cerca di velocità f/s che si avvicinino al movimento come lo percepisce il cervello, indeciso tra documentarismo (Lumière) e magia (Méliès), ma presto annoverato tra le forme d’arte e affine a correnti filosofiche moderne (da Alfred Jarry a Bergson), che distruggono il concetto di verità assoluta per sostituirvi quello di realtà percepite (dunque molteplici). Per Gusmão e Paiva la sensorialità è centrale, ma la vista lo è di più nell’esperire il mondo e nel restituirlo trasformato. Semplicemente: il cinema.

Info: http://www.hangarbicocca.org/mostre/programmazione/Papagaio/

Intervista al curatore Vincente Todolì:

 

Alessandro Leone

 

Topics
Vedi altro

Articoli correlati

Back to top button
Close