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Smart working

Arriva nelle sale Smart working, commedia scritta e diretta da Svevo Moltrasio, film che ha avuto una gestazione di ben tre anni (e questo forse spiega il fatto che il lavoro da casa sembri un tema un po’ superato).
L’autore divenne più o meno famoso una decina di anni fa pubblicando su YouTube i video della serie Ritals – in coppia con Federico Iarlori, che compare nel film –, dove in scenette brevi ironizzava sulla vita degli italiani emigrati a Parigi, descrivendola meno rose e fiori di come la si racconta di solito. Nei video interpretava il personaggio del romano spavaldo, impermeabile a qualsiasi critica, chiuso com’è nella sua bolla di ironia cinica. Insomma, giocava a fare una delle tante maschere alla Alberto Sordi, con un po’ di spigolature in più, con un po’ di tenerezza in meno.

Anche in Smart working Moltrasio ripropone lo stesso personaggio, che ora è invecchiato, è più precario, un po’ più patetico – non ha una donna, ha un lavoro in cui disegna grafici su un pc che prende a pugni quando rallenta (ma perché?!), ha un’incapacità pressoché totale di cogliere gli stati d’animo delle persone con le quali interagisce – e forse per tutti questi motivi sembra come irrigidito in certi schemi comici, che a qualche orecchio rischiano di suonare come un disco rotto.
Ma il protagonista del film è Giuliano, interpretato da Maccio Capatonda: come il regista e il coprotagonista (nella parte di Stefano) viene dal mondo dei video comici, però la vena grottesca e surreale che lo ha reso famoso qui viene poco sfruttata, forse perché troppo prepotente e quindi poco funzionale ad un film che ha molti comprimari. Giuliano è un impiegato ligio, ordinato, soddisfatto di sé e della sua vita familiare, del figlio che gironzola per casa e della moglie incinta, così corretto e compreso nel suo ruolo di brava persona da ritrovarsi per inettitudine in una situazione paradossale, che muove tutta la trama del film: i suoi colleghi, scontenti di dover lavorare da casa, in smartworking appunto, piano piano gli invadono il salotto, decidendo di farne il loro nuovo ufficio, con tanto di macchinetta del caffè fatta entrare da una finestra dell’appartamento con una gru.
Il “sopruso” crea in casa Capatonda una situazione sempre più caotica, alla quale si aggiungono altri problemi – la ricerca di una casa nuova, la suocera che vuole che la figlia si dedichi meno alla famiglia e più alla scrittura, l’amico che si trova un’amante – che, sommati, compongono una trama dal buon ritmo, densa di situazioni e personaggi intrecciati. E questo nonostante un grosso difetto nella premessa: in nessun momento si capisce perché mai la famiglia del protagonista accetti che i colleghi di Giuliano “invadano” casa.
Il caos permanente in cui si trasforma il salotto è irritante e fonte di mille complicazioni, ma inspiegabilmente Giuliano e consorte lo subiscono come un dato di fatto, senza però che ci siano circostanze oggettive a costringerli. È vero, i due sono dipinti come un po’ remissivi, ma allo stesso tempo  capita che Giuliano non si trattenga dal trattare malamente il collega Stefano, dal mostrare irritazione per il dover pagare il rifornimento della macchinetta del caffè (ma allora perché tira fuori i soldi?!). Il protagonista ha qualche guizzo di non-passività, momenti di comica rabbia urlata che ricordano il Capatonda dei video, quello che forse il pubblico si aspetterebbe di vedere di più. Ma sono pochi, sembrano quasi una concessione dello sceneggiatore al comico. La “star” del film ne esce un po’ castrata, senza che a compensazione vi sia offerto un personaggio forte. Ma Capatonda, che è un buon attore capace di usare il corpo senza enfasi inutile – vedi Moltrasio – compensa l’esilità dei dialoghi con una giusta fisicità, con movenze espressive che aiutano a dare realtà al personaggio.
I ruoli di contorno sono affidati a bravi attori e le interazioni tra i comprimari e i protagonisti aiutano il film ad arrivare spedito alla fine – l’amico fedifrago del protagonista è Alessandro Tiberi, che recitò tra le altre cose in To Rome with love di Woody Allen; la collega stressata con figli è Maria Chiara Augenti, che interpretava Pallina nell’indimenticato Tre metri sopra il cielo; c’è l’impiegato francese che, quando spiega che nel suo Paese “smartworking” si dice “télétravail”, scatena la grassa risata di Stefano; c’è l’anziano impiegato in pensione che diventa il leader del gruppo grazie alla sua abilità con i computer; c’è la moglie del protagonista sollecita verso il marito e verso chiunque, che Sara Lazzaro interpreta con fare nervoso e occhi sgranati (non molto diversamente da come recitò nella serie Chiami il mio agente).

Tra battute e situazioncine, Smart working scorre, anche se un montaggio dei dialoghi più serrato avrebbe supportato meglio l’effetto comico di certe uscite, penalizzate da un silenzioso secondo di troppo prima della risposta, da piani che rimangono fissi sull’attore anche quando ha finito di dire la sua battuta. Tante idee, una piacevolezza generica, poco Maccio. Ma la cosa più interessante, forse involontariamente, è la rappresentazione di questa classe media (chiamiamola così): completamente dedita alla risoluzione di problemi materiali – trovare una casa nuova, organizzare lo smart working, comprare il caffè, trovare parcheggio – senza che mai l’autore ponga una domanda sul senso della vita costruita: cinquantenni e anziani piegati sullo schermo da 14 pollici di un pc a far non si sa cosa tutto il giorno tutti i giorni in un ufficio improvvisato. È certo un effetto collaterale del film, non voluto né previsto, quello di suscitare una sorta di fastidio per l’acriticità verso la condizione rappresentata. Ma forse questo è un difetto della commedia italiana pensata come prodotto medio: appiattita sul fatto, che descrive come può quel che vede ed è incapace di azzardare una riflessione.

Roberta Bennato

Smart working

Regia, sceneggiatura e montaggio: Svevo Moltrasio. Fotografia: Agostino Vertucci. Musiche: Fabio D’Onofrio. Interpreti: Maccio Capatonda, Sara Lazzaro, Alessandro Tiberi, Giulia Bolatti, Svevo Moltrasio, Maurizio Nichetti. Origine: Italia, 2026. Durata: 96′.

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