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Questioni di regia, di casa di produzione e di minutaggi colossali

L’uscita del terzo capitolo della (per ora) trilogia di Zack Snyder ci pone davanti a una riflessione che esula dalle facili prese di partito e che, nella sua struttura, fuoriesce dal mondo spesso appena sufficiente delle recenti opere sui supereroi. Detto in maniera più precisa, quello del regista americano è un classico esempio di difficoltà che può sorgere nel momento in cui la vena artistica di chi si mette dietro la telecamera non va di pari passo con quella che è la serie di scelte a tavolino della casa di produzione, legata quest’ultima più a un necessario lavoro di esame della spendibilità di un’opera vuoi al botteghino (quando si andava ancora a fare i biglietti alla cassa) vuoi nelle ricadute laterali, il merchandising che confluisce anche nelle edizioni ormai in procinto di essere sorpassate dei dischi fisici (dai dvd, che ancora rimangono in vita, ai blu-ray in 1080 o in 4k).

A una lettura veloce si potrebbe dire che il lungo parto che ha condotto alla pubblicazione sulle piattaforme streaming della Snyder’s cut della Lega della Giustizia (l’italiano, qua, è usato per non appesantire la lettura e la scrittura, un vezzo di stile che probabilmente fa più piacere a chi sta scrivendo che a chi sta leggendo), frutto di una campagna nata dal basso da parte dei fan, ha reso giustizia al regista. Quello che abbiamo oggi non solo supera di buon grado la paccottiglia che Whedon aveva prodotto all’ombra della casa di produzione, ma si presenta anche come un’opera che si incastra alla perfezione in quello che è un lungo discorso nato con le due pellicole precedenti. Se la nuova Justice League va vista, quindi, risultando gradevole (nel peggiore dei casi si avvicinerà a una sufficienza risicata), bisogna anche sottolineare come confluiscano organicamente in questa opera anche tutte le trame (e le sottotrame) che si erano create prima, sia in forma palese (lo spettatore coglie che c’è qualcosa in fieri e quindi vuole vedere come andrà avanti) sia in forma nascosta (lo spettatore non può sapere che quel dettaglio, forse banale, ha invece un peso importante).

Ci sarebbe allora da pensare se questa trilogia, composta da un Man of Steel e da un Batman V Superman che non hanno avuto molta fortuna con la critica, sia effettivamente, come si viene ad affermare in questo articolo, degna di essere vista. Il problema, allora, ricade su un fattore ulteriore, sulla necessità da parte dello spettatore di capire cosa esattamente guardare, una domanda che si riduce a un quesito ulteriore, il perché degli ultimi due film ci siano due versioni differenti, una per il cinema (scadente, specie quella della Justice League) e una invece sufficiente o più (o perlomeno strutturata in forma logica e razionale) che viene distribuita al di fuori della sala cinematografica. La questione, infatti, risalirebbe alla pellicola di mezzo, quel Batman V Superman che di senso ne aveva ben poco sul grande schermo, ma che invece su quello piccolo, con una aggiunta di mezzora, di senso ne aveva, dimostrando che Snyder aveva effettivamente creato qualcosa che funzionava (che poi piaccia o meno il suo taglio, la questione è ovviamente un’altra, nel bene e nel male).

Bisogna allora affermare con cognizione di causa che le interferenze della casa di produzione hanno messo alla berlina regista e spettatori, privando il primo di poter dare una visione corretta e intera di una struttura solida, e i secondi di poter ricevere tale struttura e quindi di dare un giudizio estetico (e non solo) nei confronti di ciò che si definisce “completo”. Fin qui, credo, non ci sono molte difficoltà: il regista ha ragione ad affermare che la firma sull’opera uscita nelle sale non può essere la sua, dato che si tratta di una operazione che ha reso monco il prodotto filmico. A prendere le difese di Snyder si farebbe bene (ed è un’azione che chi scrive ammette di fare, con tutte le responsabilità del caso), e quest’ultima sua opera dimostra che effettivamente si era stati privati di un prodotto che sarebbe riuscito a piacere a una buona fetta del pubblico (a dimostrazione di ciò, si vedano i voti sulle piattaforme aperte al giudizio degli spettatori, tenendo bene a mente che quei dieci che cadono dal cielo devono stare a indicare più una promozione che una perfezione obiettiva).

Eppure, corretto e doveroso risulterebbe anche mettersi dal punto di vista della casa di produzione. Se la mela della discordia è Batman V Superman, quella discordia non poggiava espressamente sulla paura di sembrare troppo cupi nei confronti di altri film più ridanciani con protagonisti uomini in calzamaglia. La realtà dei fatti, incontrovertibile, è la durata assurda del film: tre ore. Nessuno, ad oggi, si prenderebbe la briga di proporre facilmente al pubblico generale un’opera di queste dimensioni, pena il doversi rivolgersi solo ed esclusivamente a chi quell’opera la ama a prescindere (i fan, ossia gli amanti dei fumetti). Da un punto di vista obiettivo, scevro dalle questioni puramente di aprioristico partito preso, credo che nessuno possa affermare con sicurezza che la scelta della Warner di tagliare di mezzora il film sia stata una scelta dettata da astio verso Snyder. Si tratta, allora, di una situazione dove la colpa è del regista, incapace di stare all’interno dello schema del minutaggio, ma ad addentrarsi in questo campo non se ne uscirebbe vivi, per un semplice motivo: non sappiamo esattamente cosa sia accaduto, dato che possiamo supporre sia che la Warner avesse dato carta bianca a Snyder, sia che Snyder si sia fatto prendere la mano (per come sono strutturate le produzioni, propendo per la prima scelta, ma rimane, ovviamente, una inferenza generale).

Ne è un esempio questa Justice League: quattro ore di film, per quanto siano ben calibrate, strutturate e montate, rimangono pur sempre duecentoquaranta minuti, troppi per qualsiasi cinema. Gli incassi, anche nel migliore dei casi, risulterebbero sballati dato che quello che il film fa in quattro ore è di certo meno di quello che possono fare due film da due ore. Chi scrive è comunque a conoscenza del fatto che queste quattro ore sarebbero dovute essere divise in due parti, permettendo così migliori incassi, eppure ciò su cui dobbiamo lavorare in questo momento è ciò che ci viene offerto. Commento veloce: con questa sua ultima opera Snyder ha anche dimostrato come ci sia uno sfasamento tra le aspettative del pubblico in sala (che concede al massimo due ore e mezza) e quello invece a casa propria, sfasamento di cui di certo le case produttrici e distributrici si sono rese conto da anni (postilla: ci sarà allora una diversificazione positiva tra lo streaming e l’afflusso nelle sale, come lo si è fatto con l’avvento della televisione?).

Le questioni legate alla mano dell’autore non sono quindi così semplici come si vorrebbe credere. La produzione (inteso come atto creativo) di un film è qualcosa di molto complesso e in cui confluiscono diversi modi di pensare, tutti leciti, a dispetto di chi pensa che l’arte non deve sporcarsi con il denaro. Dobbiamo dirci fortunati per il fatto di aver potuto vedere (o, per chi ancora non l’ha fatto, di poter un giorno vedere) la Justice League così come l’autore l’aveva ideata, pensata, strutturata all’interno di un percorso meno stupido di quello che poteva sembrare. Ma una fortuna di questo tipo riposa su congiunture sfavorevoli (la pandemia che obbliga a stare in casa) che si sono rivelate adatte a una operazione normalmente assurda (quattro ore, ripetiamo, sono pur sempre quattro ore, truismo che forse è bene non dimenticare). Si spera allora che lo snyderverse possa tornare sulla scena, e che il grande successo dello streaming porti a un ripensamento ai piani alti della Warner, ma si auspica allo stesso modo che le condizioni imposte a Snyder (o ad altri registi) siano ben chiare, e che la sua foga di lasciarsi andare a minutaggi da opere shakespeariane venga contenuta.

Guido Negretti

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