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Un divano a Tunisi

Selma Derwish (Golshifteh Farahani), ha trentacinque anni, è single, ha lasciato Parigi, dove ha vissuto per venticinque anni con il padre per raggiungere Tunisi, sua città natale. Laureata in psicoanalisi, è fermamente decisa ad aprire uno studio privato all’indomani della Rivoluzione dei Gelsomini che scatenò i moti diffusi della cosiddetta Primavera Araba. Non poche saranno le resistenze da superare, dai preconcetti di un mondo fortemente maschilista e patriarcale alle lentezze della burocrazia di Stato.

Il plot è di per sé interessante: Selma è l’incontro tra due mondi tangenti ma distanti; il contesto apre uno spaccato di storia contemporanea; l’impianto è quello della commedia, per cui la corale di personaggi che emerge dallo sfondo del quartiere tunisino in cui torna ad abitare la giovane donna col sul divano si fa specchio delle frustrazioni, delle incertezze, delle interrogazioni di persone non abituate ad elaborare in nessun modo i vissuti o a pensare alla propria esistenza in termini di emancipazione; infine tutto questo insieme conduce verso una riflessione per nulla scontata sulla modernizzazione della Tunisia, non tanto sul piano degli apparati burocratici lenti e corrotti, ma su quello della mentalità che presupporrebbe un’apertura in chiave tutt’altro che conservatrice. In tal senso Manele Labidi scrive attorno a Selma una galleria di personaggi maschili che rimbalzano in maniera diversa le istanze innovatrici della “francese”, dove per innovazione si intende una rivoluzione casalinga, giocata tra le mura del suo quartiere, che prevede prima di tutto l’emersione di sogni rubati dal copione già scritto della tradizione, di desideri che affiorano tra vergogne e imbarazzi, di confessioni che si fanno preghiere, di dolori che cercano cure mediche ma che nascondono privazioni di libertà individuali, assegnazioni di ruoli e accettazioni silenti, tensioni nervose da immobilità. I personaggi più ingabbiati sono senza dubbio quelli femminili, o un panettiere dall’omosessualità nemmeno tanto latente che sogna di baciare i leader politici e che vorrebbe indossare scarpe col tacco. Mentre altri uomini, probabilemente in gabbia anche loro, per contrasto portano nel film piccoli conflitti, mettendo alla prova la tenuta di Selma e proponendo, a volte in maniera didascalica, le contraddizioni di un paese che fatica a trovare l’equilibrio tra passato e futuro. C’è l’imam in crisi di vocazione e isolato dalla comunità che ha pure perso la moglie, lo zio che nasconde le sue fragilità e la paura per il cambiamento, un poliziotto che si innamora di Selma ma che deve obbligatoriamente far rispettare la legge, anche quando è bizzarra. Proprio con quest’ultimo si innesca una dialettica già sentita ma che misura l’inerzia del paese.
Un divano a Tunisi gioca con gli stereotipi, mette in scena un mondo nevrotico, diverte con trovate brillanti e situazioni grottesche, soprattutto quelle inscenate nello studio di Selma, vero e proprio teatrino di bizzarrie, terminale di nevrosi e psicosi, spazio neutro inatteso e sorprendente per chi è abituato a pagare per oggetti concreti e improvvisamente si trova di fronte ad un servizio astratto che rinnova in una chiave sconosciuta il concetto di ascolto.
Freud, nume tutelare di Selma per di più di origine ebraica (che per i conservatori appare come una bestemmia), è un alito che gironzola attorno al divano, forse assiste Selma incuriosito, la sprona, la rindirizza. In una delle più suggestive sequenze del film, compare come in un sogno, elegante alla guida di un’auto di lusso, per salvare dal disorientamento di una strada deserta e priva di stelle polari la donna nel suo momento di massimo sconforto.

La regista a tratti sembra guardarsi dal pericolo di politicizzare il film, frena sui sottotesti ideologici con la copertura della commedia, senza affondare mai davvero nei recessi più oscuri del suo paese, evocati certo, ma allontanati come spettri il cui riverbero si percepisce negli interstizi tra le inquadrature, nelle elisioni che chiudono le sedute allo spettatore. In questo c’è un rispetto verso i personaggi (anche i secondari) mai davvero scoperchiati e messi a nudo. Può essere che anche in questa scelta ci sia dietro Freud.

Vera Mandusich

Un divano a Tunisi

Regia e sceneggiatura: Manele Labidi. Fotografia: Laurent Brunet. Montaggio: Yorgos Lamprinos. Musiche: Flemming Nordkrog. Interpreti: Golshifteh Farahani, Majd Mastoura, Hichem Yacoubi, Moncef Ajengui, Ramla Ayari, Amen Arbi, Feryel Chammari. Origine: Tunisia/Francia, 2019. Durata: 88′.

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