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UN GIORNO PERFETTO nel teatro comico della crudeltà

perfect day coverLa guerra dei Balcani sta volgendo al termine. Le Nazioni Unite sono ormai alle prese con gli ultimi accorgimenti diplomatici volti a normalizzare definitivamente quell’ampio e tormentato territorio che fu un tempo la Jugoslavia di Tito. La regione, tuttavia, è ben lungi dall’essere pacificata. Spietate vendette etniche e subdoli episodi di sciacallaggio impediscono il ritorno alla vita normale, seguitando a dividere tanto le parti in conflitto quanto la coesione interna dei singoli gruppi etnici. In questo clima di smarrimento civile e politico, una squadra di attivisti umanitari fa del proprio meglio per cercare di alleviare la sofferenza della popolazione, improvvisando improbabili interventi di assistenza, tra assurde ritorsioni che non rispettano nemmeno i gradi più stretti di parentela e incomprensibili direttive burocratiche stabilite dagli organismi internazionali. In questo contraddittorio scenario anche il semplice recupero di una corda per estrarre il cadavere in decomposizione dal fondo di un pozzo si trasforma in un’impresa impossibile, dai risvolti quasi donchisciotteschi.

Il regista spagnolo Fernando León de Aranoa ci ha abituati da tempo a spaccati di ordinario disagio, che scavano nell’intimità di individui comuni,  outsiders di provincia tanto ostinati nel cercare una via d’uscita dalle proprie miserie da apparire quasi ridicoli. Come dimenticare la scena de I lunedì al sole in cui il personaggio di Lino, interpretato da Josè Angel Egido, si tinge maldestramente i capelli per sembrare più giovane al colloquio di lavoro, ritrovandosi poi, proprio davanti al responsabile del personale, con le guance grondanti di sudore colorato.
Con Perfect day, il cineasta madrileno resta fedele a se stesso e, per quanto sia chiamato ad allestire una produzione per il grande pubblico, conpozzo un cast di attori di livello hollywoodiano, non rinuncia a mettere in scena la propria visione amara dell’esistenza, di un amaro che fa persino ridere per l’inadeguatezza con cui i personaggi cercano di porre rimedio alle storture della vita. È proprio sull’improbabilità delle iniziative dei quattro attivisti o.n.g., infatti, che l’intera vicenda trova il proprio filo narrativo. In un mondo in cui la crudeltà e il paradosso regnano sovrani, in cui i valori e i punti di riferimento sembrano essere definitivamente svaniti, il ridicolo appare l’unico principium individuationis capace, se non di armonizzare la disarmonia, quantomeno di rendere sopportabile il peso della desolazione e del senso d’impotenza che ne consegue.
Aranoa oscilla abilmente su registri differenti, opponendo drammaticità e comicità con innato talento. Paradigmatica è la scena in cui il convoglio umanitario attraversa le rovine di una città crivellata dalle bombe e dai proiettili. L’ironia di B. (Tim Robbins) nell’improvvisare una voce documentaristica fuori campo sembra fare da stonato contrappunto al cumulo di macerie fumanti, sulle quali i piani sequenza e i campi medi e lunghi scivolano con doloroso equilibrio. Si ha quasi l’impressione che la voce di B. fuoriesca dell’altoparlante di un centro commerciale: un centro commerciale dagli scaffali vuoti però, nei cui corridoi deserti seguita a riecheggiare ossessivo un allegro spot pubblicitario che sa di dissacrante, satanica burla esistenziale.
Lo straniante cromatismo prodotto dal sovrapporsi di drammaticità e riso, che trova sostegno nella straordinaria spalla comica offerta dal del toropersonaggio di Damir (Fedja Stukan),  si ripete in tutto il film, risolto solo a tratti dal placido disincanto di Mambrù (Benicio del Toro), capo della spedizione, il cui realismo, dal sapore spiccatamente profetico, pare suggerire l’inutilità dell’eccessivo affannarsi sotto il sole, e la necessità di credere che le cose, al di là della volontà degli uomini, finiscano quasi sempre per risolversi da sole, magari grazie all’intervento di un imprevedibile agente esterno.
Aranoa orchestra i personaggi con grande disinvoltura, mettendo i loro caratteri al servizio del precario equilibrio di emozioni contrastanti, senza scadere mai nel banale. Anche l’eccessiva ingenuità di Sophie (Mélanie Thierry) ha la sua funzione narrativa, ricordandoci di continuo che se è vero che per riuscire a sopravvivere la crudeltà può diventare anche oggetto di divertimento, è altrettanto vero che abituarsi a essa rappresenta una condotta pericolosa, foriera d’insensibilità e indurimento del cuore. Sophie, con la sua fragilità puerile – probabilmente poco adatta alla figura di un’attivista umanitaria operativa in zone di guerra – è lì per rammentarci che un cadavere era un tempo un uomo, impronta di una vita spezzata, di una realtà vitale sradicata che non deve essere lasciata cadere nell’oblio.

Merita un’ultima riflessione il tema della pioggia. Inevitabile il rimando a quel capolavoro che fu Prima della pioggia di Milcho Manchevski, anch’esso ambientato nei Balcani e trattante la medesima tematica del conflitto etnico. Se per Manchevski, però, la pioggia rappresenta la concretizzazione dell’evento funesto,  il culmine apocalittico, per Fernando León de Aranoa essa assume un significato di speranza, coincide cioè con l’idea di una forza insita nella natura che ripristina gli equilibri infranti dall’egoismo degli uomini. Differenze di visioni e di linguaggi che avvicinano e separano Oriente e Occidente nella terra di mezzo delle diversità culturali.

Manuel Farina

Perfect day

Regia: Fernando León de Aranoa. Sceneggiatura: Fernando León de Aranoa, Diego Farias. Fotografia: Alex Catalán. Montaggio: Nacho Ruiz Capillas. Interpreti: Benicio Del Toro, Tim Robbins, Fedja Stukan, Mélanie Thierry, Olga Kurylenko, Sergi López. Origine: Spagna, 2015. Durata: 105’.

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