Berlino 66: il confine israeliano nel nuovo film di Avi Mogravi

I confini sembrano una delle tematiche più presenti in questa Berlinale. A questo proposito un film importantissimo, e molto bello, è Between Fences del regista israeliano Avi Mograbi (autore di film clamorosi quali Per uno solo dei miei due occhi e z32). Interamente girato a Holot, un enorme centro di detenzione nel deserto di Israele vicino al confine con l’Egitto, è un posto enorme che accoglie diverse migliaia di richiedenti asilo arrivati dall’Eritrea e dal Sudan, persone che non possono più restare nei loro paesi d’origine e hanno negata così qualsiasi prospettiva in Israele. Anche se non è una prigione, le persone sono bloccate in questa situazione precaria. Proprio qui Chen Alon e Avi Mograbi iniziano un mograbilaboratorio teatrale con i rifugiati, clandestinamente, in una delle tante strutture abbandonate del centro. L’intento è creare una specie di “Teatro dell’Oppresso” in cui i fuggitivi affrontano le loro esperienze di profughi, di discriminazione, le speranze per il futuro. Il film parte evidentemente da una critica alla società e al governo israeliano che considera i rifugiati degli invasori pericolosi (la stessa legge che prevede un posto come Holot parla di invasori). Materia bollente che Mogravi tratta con un cinema di osservazione, con interviste tutt’altro che lineari e, nella parte “teatrale”, attraverso giochi di ruolo che provocano un cambiamento di prospettiva.
Il regista e la troupe sono presenti in scena e dialogano con i rifugiati, ma quando qualcosa gli sfugge dalle mani il film diviene ancora più interessante: verso la metà del film l’Alta Corte israeliana sentenzia che Holot dovrà essere chiuso entro tre mesi, il regista va dai migranti dicendo che è una conquista importante e aspettandosi entusiasmo, invece i rifugiati gli rispondono che preferiscono stare lì che avere un futuro incerto. È un cortocircuito di certezze che svaniscono, anche per questo tutta l’operazione teatrale di “messa in scena” e di “messa in ascolto”, diventa un’esperienza di rielaborazione straordinaria. Al di là della scoperta di un luogo simile quello che ci restituisce Mogravi è il cinema nella sua essenza.

da Berlino, Claudio Casazza

 

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