Bruno Ganz, nel cielo del cinema

Se n’è andato anche lui, nel cielo dei grandi del cinema, dopo aver segnato con la sua figura magnetica quarant’anni e oltre brunodi film che sono entrati nell’immaginario di chi ama le ombre viventi sullo schermo.
Nato a Zurigo nel 1941 (il papà era operaio che aveva sposato una donna italiana), aveva esordito presto sul set, arricchendo la sua formazione anche come attore teatrale, spesso rivolto ai testi di Brecht. Il suo volto comincia a farsi amare in un delizioso film di Eric Rohmer, La marchesa von…, ma fu la grande stagione del giovane cinema tedesco, quella che riuscì a riempire di opere memorabili i cineforum e i cineclub, che lo fece conoscere al grande pubblico, prima con L’amico americano di Wim Wenders, noir atipico tratto dal libro di Patricia Highsmith e poi con il bellissimo Nosferatu, principe della notte di Werner Herzog. Era il 1978, che lo vide anche protagonista nei film di Peter Handke La donna mancina e nell’originale Il coltello in testa di Reinhard Hauff, dove è un biologo accusato di essere terrorista nella Germania degli anni di piombo. Tutti film indimenticabili, che i varesini scoprirono al Cinema Mignon e al Vittoria, luoghi che hanno fatto crescere la cinefilia del nostro territorio e di cui nessuno si ricorda più.
Nel 1987 Wenders gli costruisce addosso il ruolo che lo fa conoscere a tutto il mondo, l’angelo che scende sulla terra di Il cielo sopra Berlino, dove è invisibile agli adulti ma non ai bambini. Angelo irrequieto e curioso del mondo, Damiel vorrebbe diventare uomo e toccare con mano la vita vera, fatta di dolore e passione, di amore e di disillusioni, e saprà fare la scelta giusta: non basta stare a guardare, bisogna saper entrare nel profondo delle cose, come la quotidianità impone.
E la vita vera irrompe anche in Oggetti smarriti, piccolo grande film di Giuseppe Bertolucci (1980), girato alla Stazione Centrale di Milano, dove è uno straniero misterioso incontrato da Mariangela Melato in piena crisi di identità. In Bankomatt del ticinese Villi Hermann ritorna dalle nostre parti, ma il film ebbe poca fortuna, come accadde anche per il film che lo portò a Varese nel 1988, Un amore di donna di Nelo Risi, girato a fianco di Laura Morante tra il Palace Hotel e l’aeroporto di Venegono, dove Ganz è un pilota collaudatore di aerei militari. Gli italiani lo riscoprirono però grazie a Silvio Soldini e al fortunato Pane e Tulipani (2000), dove interpreta il cameriere veneziano che incanta la casalinga Licia Maglietta: lo ricordiamo recitare in italiano, con toni affettuosi e lieve semplicità.
Attore capace di asprezze ma anche di grazia infinita, per la sua presenza forte e al contempo contenuta viene chiamato a recitare da Coppola in Un’altra giovinezza (2007), da Theo Angelopoulos per La polvere del tempo (2008), poi da Ridley Scott in The Counselor – Il procuratore (2010) e da Atom Egoyan nel recente Remember (2015), mentre rivela doti perfette di immedesimazione anche calandosi nella mente malata di Hitler nel denso e preciso ritratto La caduta di Oliver Hirschbiegel.
Mi piace ricordarlo, però, anche in un film meno noto, che però portammo a Varese: La fine è il mio inizio di Jo Baier (2010) lo vede nei panni di Tiziano Terzani, malato di cancro, mentre racconta al figlio Folco il senso di una vita vissuta alla ricerca di verità e di profondità, dove anche la morte che si sta avvicinando viene affrontata con lucidità e la pace nel cuore.

Giulio Rossini

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