SPECIALE Joker

Locandina Joker“Non una storia di Joker, ma la storia del diventare Joker”. Così afferma il regista Todd Phillips, in una bruciante sintesi del film Joker, in uscita nelle sale, neo-vincitore del Leone D’Oro a Venezia. Leone forse assegnato per partigianeria (della giuria) o per questioni di politica cinematografica, a cui Venezia sembra essersi ormai adeguata con piacere. Andrà molto bene nelle sale di tutto il mondo, non c’è dubbio: rimarrà da scoprire se incasserà più o meno degli altri film di Phillips (anche produttore insieme a Bradley Cooper), già molte volte campioni di incasso.
Qualunque sia il suo destino però questo film non va sottovalutato. Forse va studiato. Perché – sulla linea di The Dark Knight di Christopher Nolan e di altri film americani e non, apparentemente solo di genere – porta oltre il lavoro dell’autorialità cinematografica americana sul fumetto, iniettando sapienti dosi di indagine umana, di scrittura e abilità registica, questa volta abbandonando eversivamente addirittura le infrastrutture di effetti speciali e spettacolarità tipiche di tutte le pellicole che si ascrivono a queste traduzioni post-moderne dei classici DC. Prendere un genere e reinventarlo, in questo caso senza sortilegi, anzi con l’unico sortilegio universale ed eterno: l’umanità dei personaggi, è una linea di ricerca affascinante, ammirevole e carica di promesse e di risultati altissimi.
Joker è un film che segue meticolosamente lo sviluppo psicologico di un emarginato, Arthur Fleck – un clown da naso rosso aspirante comico da stand-up comedy che non fa ridere – nel suo percorso di formazione al contrario, dove l’apprendimento corrisponde a una progressiva disumanizzazione, allo sprofondare nella propria perdita di senso, e sanità mentale, ad opera di un mondo (una Gotham City davvero dark, sporca, furente, fotografata in un 1981 fin troppo simile a quello reale) incredibilmente privo di empatia, di solidarietà, di affetto. Forse troppo nero e manicheo, se l’ambizione è quella di raccontare qualcosa jokerdell’America di allora; e viene il dubbio che se non si sta solo giocando con l’immaginario questa realtà deformata possa essere quella trumpiana o forse post-trumpiana, ma gli agganci sono deboli e intermittenti, e questa rimane una bella ipotesi, o un tentativo non riuscito. Per certi aspetti la prima parte del film potrebbe essere anche eccessivamente lenta se non fosse arricchita e resa emozionante da dettagli, sfaccettature – fra tutti il disturbo nervoso di Arthur che lo porta a ridere spasmodicamente in occasioni imbarazzanti – che cominciano a far lavorare il personaggio, a costruire l’arco di trasformazione. Ho sempre pensato che degli eroi dei fumetti la cosa più coinvolgente fosse lo stato nascente, quell’arco di evoluzione che sempre porta dalla persona ordinaria al super-eroe, per l’occasione uno dei cattivi indimenticabili del mondo di Batman. E qui l’aver dilatato e reso film proprio questo arco funziona egregiamente, il film monta e diventa via via sempre più sorprendente, veloce, emozionante mentre la vicenda di Arthur si dipana, fino a celebrare la venuta dello straordinario: il Joker.
Forse per arrivare al capolavoro Phillips poteva osare ancora di più (genialmente intuita la strada) creando una maggior tridimensionalità del mondo di Ghotam City, con qualche elemento di poesia a illuminare il gelo umano in cui ha immerso il personaggio di Arthur (un po’ deludente jokper esempio nascondersi dietro la soggettività del racconto e dell’interpretazione per portare in scena l’amata e poi sottrarla, forse si poteva avere più coraggio su questo), anche perché fin dall’inizio sembra impossibile la speranza e la via d’uscita e questo non giova al film, in una cascata prevista e prevedibile di conseguenze, ma il dettaglio ancora una volta esalta il cammino di perdizione, spiazzando costantemente lo spettatore, contribuendo a portarlo dentro l’intimo di Arthur, nelle sue fragilità e sofferenze, costruendo l’empatia non scontata per questo personaggio goffo, a tratti imbarazzante, meravigliosamente umano. In questo è elemento chiave, portante di tutta l’opera, l’interpretazione gigantesca di Joaquin Phoenix. Un attore magnetico e maniacale, che qui riesce a superarsi, agganciando lo spettatore, portandolo dalla sua, anche quando Arthur diventa terribile. Phoenix compie una trasformazione fisica che lascia sconcertati (per interpretare Arthur ha perso venticinque chili) e la costruzione puntuale degli stati psicologici e fisici è davvero da grandissimo interprete, uno dei più grandi. E Todd Phillips ha il merito di guidare e assecondare questo virtuosismo che nel corpo all’occorrenza goffo o aggraziato e enfatico, piccolo e fragile o grande e mostruoso, e nella voce (l’ascolto del film in inglese è assolutamente consigliato) ieraticamente cavernosa o brillantemente imbarazzante, mai scontata, ha i suoi meravigliosi punti di forza. La macchina da presa scivola sul corpo, segue le movenze, danza con l’attore, lo perde, lo ritrova, lo insegue, rispettando il suo ritmo, il suo respiro. Il film è forse composto al novanta percento di inquadrature di Arthur-Phoenix. Il suo volto inciso e cupo o follemente sorridente riempie lo schermo, non solo spazialmente. E questo è forse il maggior merito di Phillips, ma non l’unico.

Qualcuno mi ha detto una volta: i registi americani di quest’epoca sono capaci di lavorare con la superficie. Non so se sia vero e dove siano i confini di questa affermazione generica, ma mi torna alla mente pensando alla regia di questo film perché il linguaggio non ha una cifra che lo distingua inequivocabilmente da altri film americani (di ottimo livello), non c’è un uso peculiare e caratterizzante dello sguardo che renda unica la pellicola; però c’è un lavoro accuratissimo e sapiente sulla posizione della macchina, un uso scelto e consapevole per esempio di ottiche leggermente deformanti dal basso, a forzare lo spaesamento, l’inquietudine; un ritmo impeccabile in montaggio; la ricostruzione di ambienti e atmosfere che a partire dai colori stanno con un piede dentro il confine del Joker così come originariamente scritto, con l’altro lo espandono naturalmente, fino a farti pensare: è proprio Joker nel suo mondo, ma è anche molto di più.

Massimo Donati

5 buoni motivi per amare Joker

Uno: perché una colonna sonora maestosa ci accompagna con fare evocativo durante la trasformazione di Arthur Fleck nel Joker: lo fa da un lato con meravigliosi brani come Smile e That’s life di Frank Sinatra a fare da sfondo alle scene più importanti, dall’altro con la partitura joker_film_2019classica firmata da Hildur Guðnadóttir, compositrice islandese che affidandosi a oscuri violini, sintetizzatori e percussioni ha creato cupe composizioni capaci di evocare magnificamente lo stato d’animo del suo protagonista.
Due: perché Joaquin Phoenix è magnetico, intenso come non mai, un folle semplicemente perfetto. Ma al tempo stesso, nella sua sofferta inquietudine, riesce ad apparire anche fragile, imprevedibile e a volte dolorosamente insopportabile. Una recitazione sempre sopra le righe ma mai eccessiva, oltre venti chili persi per risultare ancor più disperato, ma soprattutto un’inquietante risata emblema ultimo della pazzia, ad accompagnare la sua lotta contro una società nemica. Richiamando esplicitamente il Travis Bickle di Taxi Driver (e qui si apre il cerchio con De Niro), Phoenix mette in scena un male reale e diffuso, che porta un individuo disfunzionale qual è Arthur ad essere elevato a simbolo del conflitto sociale.
Tre: perché Todd Phillips, fino a questo momento regista solo di commedie sgangherate, è una sorprendente scoperta sia a livello visivo che psicologico, tanto da vedersi consegnare il Leone d’Oro alla 76esima Mostra del Cinema di Venezia. Tutto ciò al netto di un confronto impari con Scorsese che viene omaggiato di continuo non solo nei rimandi a Taxi Driver ma anche a Quei bravi ragazzi (ancora De Niro) e sopratutto a Re per una notte dove sempre De Niro, pur di diventare un comico affermato, arriva a sequestrare il presentatore di un noto show televisivo. Grazie a una storia che sta tra realtà e finzione, Phillips disegna una Gotham City povera e violenta, simile alla New York degli anni ’70, con uno stile sempre sospeso tra il patinato e il ruvido: ci racconta un personaggio noto a tutti ma in modo nuovo e originale perché se è vero che Joker si ispira a The Killing Joke di Alan Moore, nello sviluppo ne prende volutamente le distanze.
jokQuattro: perché Joker è un film che a un secondo livello di analisi parla di conflitti di classe, di una città che brucia di rabbia e di un’economia sanguisuga che toglie alla gente il diritto di essere curati, di avere un lavoro, finanche di esistere. E se la sola risposta che Gotham riesce a dare è affidare il suo futuro a un miliardario di nome Thomas Wayne, il punto diventa allora come trasformare una rabbia individuale in sommossa collettiva: la risposta è nascosta dietro a inquietanti maschere da clown (che ricordano quelle di V for vendetta, serie a fumetti scritta dalla stesso Alan Moore) che fanno dell’angoscia non solo la cifra stilistica di questo Joker, quanto quella ideologica a simboleggiare un mondo alla deriva che si consuma una sigaretta dopo l’altra.
Cinque: perché non c’è nessun dubbio che questo Joker non sia un folle qualunque, bensì il vero arcinemico e nemesi di Batman, ragione ultima della sua stessa esistenza: eroe ed anti-eroe, uno nero l’altro variopinto, uno perennemente arrabbiato l’altro sempre ghignante, uno rigido e morale l’altro imprevedibile e anarchico. Ma se è noto come Bruce Wayne sia diventato Batman (tanto che qui bastano un paio di veloci rimandi a villa Wayne e alla scena dell’assassinio dei suoi genitori fuori dal teatro) perché tanto tutto è già stato narrato, nulla invece si conosce delle origini del Joker: per questa ragione Joker non tralascia niente e, anzi, entra così tanto nel dettaglio da arrivare infine a farci dubitare della sua stessa autenticità.

 Luca Masera

Joker

Regia: Todd Phillips. Sceneggiatura: Todd Phillips, Scott Silver. Fotografia: Lawrence Sher. Montaggio: Jeff Groth. Musiche: Hildur Guðnadóttir. Interpreti: Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Bill Camp, Zazie Beetz, Brett Cullen, Frances Conroy, Glenn Fleshler, Marc Maron, Douglas Hodge, Josh Pais. Origine: USA, 2019. Durata: 122′.

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