Venezia 76: da Polanski e Maresco i due film più politici della Mostra

jaccuseGiustamente premiati due film che più di altri fanno un discorso politico sul passato e sul presente. Partiamo da J’Accuse, il nuovo film di Roman Polanski che nonostante le ormai classiche polemiche ha vinto il Gran Premio della Giuria-Leone d’Argento per la Migliore Regia. L’affaire Dreyfus è il centro del film di Polanski che parte il 5 gennaio 1895, quando il capitano Alfred Dreyfus (un irriconoscibile Louis Garrel), giovane e promettente ufficiale dell’esercito francese, viene accusato di essere un informatore dei tedeschi. Viene prima accusato e poi velocemente degradato e condannato alla deportazione a vita nell’Isola del Diavolo nell’Oceano Atlantico, al largo delle coste della Guyana francese. Tra i testimoni della sua umiliazione c’è Georges Picquart (un bravissimo Jean Dujardin), promosso a capo dell’unità di controspionaggio che lo ha accusato. Quando però Picquart scopre che le informazioni riservate continuano a essere passate ai tedeschi, si chiede se Dreyfus fosse stato condannato ingiustamente e se non fosse la vittima di un piano ordito proprio da alcuni militari del controspionaggio. Questi interrogativi affollano la mente di Picquart che decide di scoprire la verità anche a costo di diventare un bersaglio o una figura scomoda per i suoi stessi superiori.
Polanski si inserisce perfettamente in un’epoca in cui il razzismo stra tornando di moda e la memoria collettiva è vittima di falsità di ogni tipo. L’affaire Dreyfus è forse lo scandalo più clamoroso del diciannovesimo secolo, un assurdo intreccio in cui si mischiamo pericolosamente l’errore giudiziario, il fallimento della giustizia e l’antisemitismo nascente. Dreyfus divise la Francia per dodici anni, causando una vera e propria sollevazione in tutto il mondo, e rimane ancora oggi un simbolo di come il potere sia in grado di falsificare la verità. Il suo caso ebbe una notevole risonanza mediatica dividendo l’opinione pubblica del tempo, tra chi ne sosteneva l’innocenza e chi lo riteneva invece colpevole. Tra gli innocentisti si schierò Émile Zola, il quale scrisse un articolo in cui puntava il dito contro il clima di antisemitismo imperante nella Terza Repubblica francese. Tale intervento venne intitolato proprio J’AccuseJ’Accuse è scritto da Polanski insieme a Robert Harris, l’autore del romanzo da cui il film è tratto, ha un impianto classico ed è magistralmente interpretato da un cast perfetto nel rendere i movimenti, le posture, i tentennamenti di rigidi uomini di fine ’800. Uomini che però sanno ancora fare il loro dovere, capaci di andare al di là delle proprie convinzioni, Picquart dice chiaramente di essere un antisemita ma nonostante ciò fa le scelte moralmente giuste. Siamo contenti che Polanski sia tornato a girare un film di ampio respiro, un film pieno di cinema e politica che mancava da un po’ dalla sua filmografia.

la-mafia-non-e-piu-quella-di-una-volta_jpg_800x450_crop_q85La mafia non è più quella di una volta è invece il nuovo lavoro di Franco Maresco, vincitore del Premio Speciale della Giuria. Il film è l’inevitabile seguito di Belluscone. Una storia siciliana, presentato a Venezia nel 2014.
Siamo nel 2017, a 25 anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, l’inventore di Cinico Tv coinvolge Letizia Battaglia, fotografa ottantenne che con i suoi scatti ha raccontato le guerre di mafia. Il regista palermitano sente però il bisogno di affiancare a Letizia una figura proveniente dall’altra parte della barricata: Ciccio Mira, il ‘mitico’ organizzatore di feste di piazza non lontano da simpatie mafiose, che era già presente nel film precedente. 
Maresco torna a raccontare una storia con i cantanti neomelodici e la mafia, ma si spinge molto oltre rispetto al film precedente, questo film arriva in un territorio in cui la distinzione tra bene e male, tra mafia e antimafia, si è azzerata e tutto, ormai, è precipitato in uno spettacolo senza alcun senso. Vediamo un Ciccio Mira che sembra cambiato, al punto da organizzare un concerto allo Zen di Palermo: “i neomelodici per Falcone e Borsellino”. Il comico e il tragico come sempre in Maresco si mischiano, senza alcuna vergogna molti palermitani rinnegano Falcone e Borsellino mentre assistono a questo concerto, lo stesso Mira organizza l’evento ma non è capace di dire “No alla mafia”. In molti si percepisce la nostalgia per “la mafia di una volta”. Ci sono anche le celebrazioni dei martiri dell’antimafia che provocano perplessità a Maresco, mentre la Battaglia invece vuole credere ancora in questa città, ma a poco a poco cede al disincanto pure lei. Il silenzio e l’omertà sono elementi che anche i cantanti e i ballerini più surreali non nascondono. La mafia non è più quella di una volta è però qualcosa di più, infatti Maresco con un colpo di genio porta questo silenzio anche a discorsi più elevati: nel finale si ricorda la sentenza che ha storicizzato la trattativa stato-mafia, qui il regista si aspetta delle parole da Mattarella, il palermitano più importante, il nostro Presidente della Repubblica, ma queste parole non arrivano. La parte su Mattarella è fortissima e ha creato indignazioni varie, si vocifera che sia costata al film il coinvolgimento di Rai Cinema e si dice anche sia stata tagliata poiché ancora più pensante. Come sempre con Maresco il vero si mischia con il falso, e il falso sembra essere più reale del vero. Un film che fa ridere come pochi e riflettere come pochissimi. Per fortuna.

 da Venezia Claudio Casazza

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