40 secondi racconta la storia vera dell’assassinio di Willy Monteiro, il ragazzo originario di Capoverde pestato a morte dai fratelli Bianchi fuori da una discoteca di Colleferro nel 2020, dove Willy si era fermato per prestare soccorso a un amico.
Il film di Vincenzo Alfieri ricalca uno schema già visto nel tema, la ricostruzione di un fatto di cronaca nera, e nella struttura, l’avvicinarsi al fattaccio attraverso il punto di vista di vari personaggi. Ma nonostante la trama sia inevitabilmente nota allo spettatore, rimane un film con una costruzione della suspence efficacissima. Avanza a ritmo serrato grazie ad un minuzioso gioco di non detti e allusioni, che rende lo spettatore avido di saperne di
più, non tanto sui fatti (poiché già tristemente noti), quanto piuttosto sulla trama psicologica dei personaggi. Infatti tutti, e non solo gli assassini, sono da subito immersi in un’atmosfera allucinata, sopra le righe (e però sempre realistica) che dà l’idea di una nevrosi condivisa di cui si attende lo sfogo.
La messa in scena è cupa e straniante: i giovani amici e conoscenti di Willy e dei fratelli Bianchi frequentano discoteche con luci fredde e violente, squallidi ambienti domestici, piazze paesane con sgargianti ombrelloni sotto cui riposano grassi e sudati pensionati. I primi piani insistiti, soprattutto nella prima parte del film, mostrano occhi sgranati e mascelle tese, immagini della frustrazione che assilla tutti i personaggi – bravissimo in questo senso è Francesco Gheghi, che interpreta il (futuro) colpevole con la personalità più ambigua, passivo o aggressivo a seconda dell’interlocutore, recitando in sottrazione, anche solo con la postura o il silenzio di un momento.
I ragazzi e le ragazze parlano una lingua perfettamente aderente a quella reale dei venti-trentenni di qualche anno fa, di una certa parte d’Italia, con un certo accento (ai non laziali sembrerà il solito accento romano, ma si sentono benissimo le piccole differenze di pronuncia che denunciano immediatamente l’origine non-cittadina). Fanno riferimenti precisi alla pandemia, usano certi inglesismi, lo sfottò cameratesco dei gruppi di maschi e la solidarietà difensiva dei gruppi di femmine sono descrizioni accurate di un modo di vivere reale.
Il film scava in un’apparente banalità creando uno spettacolo che intrattiene molto. I personaggi, per quanto disturbanti e problematici, non sono mai noiosi. E nel film persino i fratelli Bianchi sembrano avere una consapevolezza di sé, un’intenzionalità nell’agire, che però in ultima analisi è un fraintendimento del fatto di cronaca: la loro è stata una violenza clamorosamente ottusa (come emerge dai filmati processuali, uno dei quali messo in conclusione al film), e forse l’unico – ma importante – difetto di questo film è il non aver saputo «filmare» il vuoto della banalità del male (per usare una formula ritrita), ma avergli dato una brillantezza di toni e caratteri che ne travisa la natura.
Roberto Bennato
40 secondi
Regia: Vincenzo Alfieri. Sceneggiatura: Vincenzo Alfieri, Giuseppe G. Stasi. Fotografia: Andrea Reitano. Montaggio: Vincenzo Alfieri. Musiche: Alessandro Bencini. Interpreti: Justin De Vivo, Francesco Gheghi, Enrico Borello, Francesco Di Leva, Beatrice Puccilli, Sergio Rubini, Giordano Giansanti, Daniele Cartocci, Massimo Carotenuto. Origine: Italia, 2025. Durata:121′.




