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99 Homes

99 locaUna macchina da presa tremolante, alla frères Dardenne; un piano sequenza sinuoso che segue i suoi personaggi svuotandoli di significato, trasformandoli in oggetti non dissimili dall’arredamento, dagli spazi geometrici di una villetta residenziale, le sue passamanerie, i cortili e gli eleganti vialetti d’accesso; due gambe che sbucano dalla porta del bagno, un corpo accasciato, una pistola e del sangue. Un uomo soggetto del guardare che d’improvviso diviene oggetto di uno sguardo (morto). È uno spietato agente immobiliare di nome Rick Carver (Michael Shannon) colui che, con la stessa imperturbabile grazia dell’obbiettivo, si intrufola nelle case degli altri spalleggiato da grossi poliziotti simili a mastini da guardia, per sfrattare gli inquilini, per minacciarli con le sottigliezze della burocrazia, spaventarli con i cavilli della legalità. Se non hai più soldi per pagare il mutuo, la proprietà torna nelle mani delle banche e tu non puoi far altro che raccattare gli oggetti personali, foto ricordo e qualche chincaglieria, e abbandonare l’abitazione prima che gli agenti ricorrano alla forza.

99 1È l’America del profitto, quella che il regista americano di origine iraniana, Ramin Bahrani, ha deciso di riprendere nel suo ultimo film. Regista sconosciuto e discontinuo, comunque molto amato dal recentemente scomparso Roger Ebert (tanto da meritarsi una dedica alla memoria nei titoli di coda), il nostro costruisce una situazione paradossale narrando il racconto dal punto di vista del carnefice; anzi, di una vittima che è costretta a diventare carnefice, a farsi sciacallo per sopravvivere alla crisi economica, a inventarsi un lavoro in maniera non dissimile da un altro celebre sciacallo cinematografico, il Jake Gyllenhaal nell’omonimo lavoro di Dan Gilroy. È quel che succede allo sprovveduto Dennis Nash (Andrew Garfield), manovale e tuttofare, padre single di un ragazzino nemmeno adolescente, e che ama tanto la sua mamma (Laura Dern) da condividerne la casa di cui sta ancora faticosamente pagando l’ipoteca. Un giorno i soldi finiscono, la banca torna in possesso della proprietà, e la famiglia di sfrattati finisce in un motel. Almeno fino a quando Dennis non trova un impiego ben remunerato presso il suo stesso aguzzino, Rick Carver. Proprio come in un qualsiasi romanzo di formazione americano, Dennis comincia con il lavoro più umile, coordinare un team di operai che, conseguiti gli sfratti, devono sistemare le case dalle brutture che nel frattempo gli ex inquilini si sono concessi: un bagno intasato di merda, pareti tinteggiate di escrementi umani, un impianto elettrico danneggiato, un tubo che perde… Dennis è meticoloso, preciso, persino pedante: aggiusta, sistema, ripulisce senza battere ciglio, conscio del fatto che così facendo potrà risparmiare abbastanza per rimettere mano sulla sua vecchia casa. È il suo mestiere, è tagliato per quello. Carver se ne accorge e presto decide di concedergli una promozione: trasformarlo in un suo vice, insignirlo della carica di braccio destro, coronarne il capo con l’alloro della responsabilità manageriale. Ecco che per questo muratore dall’animo umile comincia un viaggio nella vergogna e nella disperazione, che è però anche e soprattutto arricchimento personale, ingresso feroce nell’America dei vincenti, coloro che contano e che per mantenere l’agognata posizione altro non fanno che scalciare chi  invece non ce l’ha fatta…

992Ramin Bahrani, come dicevamo di gusto indubitabilmente europeista, concepisce una pellicola delle cose, della spazialità all’interno della quale sono collocati gli oggetti, le ville, i quartieri come in una geometria dechirichiana degli ambienti vuoti. È come se l’abile regista tentasse di demistificare il sogno americano, ma senza il contorno di criticità politica o ideologica di un certo cinema impegnato, ma soltanto suggerendo, mostrando, tratteggiando. Ne risulta così un dramma degli equivoci, velato di un’impalpabile violenza kafkiana, dove al singolo non viene concessa altra possibilità che redimersi attraverso le regole del sistema, purificarsi dalle proprie colpe, cioè il non aver pagato per tempo, incarnando quelle stesse colpe che ne hanno causato la disgrazia. Come logica conseguenza, 99 Homes, che già nel titolo rappresenta un parziale fallimento, un fermarsi a un passo dal traguardo, diviene il canto del cigno di un’intera epoca, di una società, di un modo di intendere la produzione di beni e servizi, e anche e soprattutto la metafora di una disgregazione: quella dei rapporti famigliari e affettivi. Forse per tale motivo le inquadrature (ravvicinate, ondeggianti, ipnotiche) di questo regista non abbandonano mai le ville, le case, gli interni barocchi e volgarmente raffinati, tanto che a tratti si perde di vista il protagonista: non più l’uomo, ma il posto, la proprietà, la proiezione oggettivata di ciò che si vuole (si deve) possedere.

È però l’anziano privato di tutto, che si accomiata dalla propria abitazione con grande dignità, senza piangere, senza lamentarsi, senza fare violenza, a fare più male: unico comportamento splendidamente umano in un mondo di possidenti.

Marco Marchetti

99 Homes

Regia: Ramin Bahrani. Sceneggiatura: Ramin Bahrani. Fotografia: Bobby Bukowski. Montaggio: Alex Camilleri, Emily Chao. Musica: Antony Partos, Matteo Zingales. Interpreti: Michael Shannon, Andre Garfield. Laura Dern. Origine: USA, 2014. Durata: 112′.

 

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