FestivalSlideshow

Bergamo Film Meeting 2026: valutazioni a posteriori

Un viaggio di famiglia dai Paesi Bassi al Marocco per confrontarsi con le proprie origini e ripensarsi per guardare al futuro. È l’olandese Porte Bagage di Abdelkarim El-Fassi, lungometraggio vincitore del 44° Bergamo Film Meeting. Nove giorni di proiezioni per la storica rassegna bergamasca all’insegna delle scoperte e, soprattutto, delle riscoperte. Accanto ai concorsi lungometraggi e documentari “Visti da vicino”, spiccavano l’omaggio ad Abbas Kiarostami a dieci anni dalla morte, la retrospettiva dedicata alla polacca Agnieszka Holland e la sezione “Europe Now!” con l’ungherese Ildiko Enyedi (Orso d’oro a Berlino nel 2017 per Corpo e anima e in evidenza all’ultima Mostra di Venezia con l’originalissimo e magico Silent Friend di imminente uscita in Italia) e l’olandese Alex Van Warmerdam, dalla produzione surreale e bizzarra.
Il pubblico della città orobica ha decretato vincitore tra i documentari To Close Your Eyes and See Fire di Nicola von Leffern e Jakob Carl Sauer, mentre quello della giuria Cgil per un film sul lavoro ad Azza di Stefanie Brockhaus. Tra i lungometraggi premio per la regia il tedesco Thomas Stuber (noto per Un valzer con gli scaffali) con Der Frosch und das Wasser.

Guardiamo più da vicino Porte Bagage. Racconta la storia della famiglia marocchina Idrissi, stabilitasi da molti anni in Olanda, dove sono cresciuti i quattro figli. Dopo la morte della madre, solo Noor è rimasta con il padre Musa, che inizia a dare segni di demenza senile. La donna, che fa la cuoca e si è candidata per un posto in un prestigioso ristorante di Parigi, riesce a convincere tutti a esaudire il desiderio paterno espresso dopo la scomparsa di un amico: tornare in Marocco per l’ultimo periodo della sua vita. Partono così con un vecchio furgone, usato molte volte per viaggiare tra i due Paesi, giacché Musa non ama volare. Noor apprende al momento della partenza di essere stata scelta e convocata nella capitale francese, ma si prende qualche settimana per i preparativi. Pur tra le riserve e la preoccupazione dei figli, Musa prende il volante per dimostrare di conoscere bene quel percorso affrontato tante volte: oltre a Noor, ci sono il maggiore Farid (in crisi con la moglie) e il minore indeciso e irrisolto Hamza e pure il nipote adolescente Rayan, figlio dell’altra sorella Louisa, che non è mai stato in Marocco e al quale affidano una vecchia videocamera.
Il film è un road-movie che coinvolge tre generazioni diverse, li costringe a stare insieme dopo tanto tempo e fa emergere i diversi rapporti che ciascuno ha con le origini. Pure i loro trascorsi sono diversi, anche dolorosi, soprattutto vissuti e letti in maniera diversa: i cinque si devono parlare, chiarire e riavvicinarsi, il padre vuole il loro bene, nonostante certi pessimi comportamenti del passato. Noor lamenta di esserci sempre stata per assistere i genitori, mentre gli altri erano altrove. In Marocco ritrovano un mondo diverso dall’Olanda, per certi versi più semplice, che fa anche ripensare alle scelte.
El-Fassi confeziona un buon dramma familiare dolceamaro, un road-movie abbastanza canonico di questi anni (può ricordare Buon viaggio, Marie di Enya Baroux sull’anziana francese che vuole un suicidio assistito in Svizzera). La struttura è quasi circolare: il film inizia con il padre che si fa tagliare i capelli da Noor (mentre parlano dell’olio d’oliva, che entrambi tengono il gran conto e con Musa che decanta le qualità di quello del Marocco), mentre nel prefinale se li fa tagliare da Farid. Si aggiungono i brevi inserti di filmati familiari in precedenti viaggi registrati sulla videocamera, che servono a Rayan per sapere qualcosa di più su nonni e zii.

Hidden People di Miha Hočevar

Interessante e accolto calorosamente dal pubblico lo sloveno Skriti Ljudje – Hidden People di Miha Hočevar, coproduzione con Islanda e Serbia (cosceneggiatore il rimpianto sceneggiatore e regista serbo Srdjan Koliević). Un film che parte da un episodio bizzarro: lo sloveno Guti e l’islandese Sig che si risvegliano una mattina ammanettati nel letto di un fiume vicino a Lubiana. Il titolo fa però riferimento alla leggenda nordica delle persone nascoste, ovvero i morti che sono presenze invisibili in mezzo ai vivi. Un aspetto ultraterreno all’interno di una commedia drammatica di buoni sentimenti, che strappa più di una risata grazie anche al corpulento Olafur Darri Olafsson (noto per la serie Trapped di Baltasar Kormakur e altre produzioni internazionali). I due protagonisti dovranno riuscire a liberarsi dai ferri e Sig dovrà rimettere insieme i pezzi della sua memoria e recuperare i documenti e gli averi che gli sono stati rubati. Il film è un simpatico ritratto di un mondo appartato che cerca di sfuggire alle regole costruendo una zattera, ma è continuamente richiamato alle regole dalla polizia e sottoposto alle minacce di un gruppo di “nazi” alloggiato poco lontano. È anche una storia di immigrazione quasi al contrario, di razzismo, di riscatto e di seconde possibilità, molto ben scritta e con bravi attori.

Zar Amir in L’Étrangère di Gaya Jiji

Tra i migliori in concorso anche il francese L’Étrangère di Gaya Jiji con Zar Amir (l’attrice iraniana di Shirin, Donne senza uomini, Holy Spider, Tatami e Leggere Lolita a Teheran) nel ruolo dell’insegnante siriana Selma che nel 2016 arriva a Bordeaux da sola e senza documenti dopo un lungo viaggio a piedi attraverso l’Europa sudorientale. A casa ha lasciato il figlio Rami, che cerca sempre di contattare al telefono, e il marito Iyad, di cui non sa niente da cinque anni, essendo stato arrestato durante una manifestazione contro il regime di Assad. Trova lavoro in nero come aiuto in un bar, finché un controllo degli ispettori le fa perdere l’impiego, ma la donna riesce a convincere l’avvocato d’affari Jerome (Alexis Manenti), che pranza spesso da loro e ha l’ufficio dirimpetto, a prendersi a cuore il suo caso. Il problema per avere il permesso di soggiorno in Francia sta nella regola del Trattato di Dublino: le sue impronte sono state prese dopo il fermo in Ungheria, come primo Paese di transito. Il rapporto professionale si mescola con quello sentimentale, quando Selma apprende che il marito è stato scarcerato all’improvviso. Da dramma quasi di denuncia si passa al melodramma e quasi al triangolo d’amore, riuscendo a mostrare l’immigrazione e le difficoltà di chi dovette fuggire dalla Siria in guerra da un punto di vista diverso e più coinvolgente.

Pure il cipriota Maricel di Elias Demetriou, al suo terzo lungometraggio, osserva in maniera originale una questione che abbiamo spesso sotto gli occhi, quello delle badanti. La giovane filippina Maricel arriva in Grecia ed è sottoposta a un colloquio (curiose le assonanze con il greco Elena’s Shift di Stefanos Tsivopoulos visto in gara all’ultimo Trieste Film Festival, in quel caso con una protagonista romena) e poi reclutata dal quarantenne Nikos, che, insieme a moglie e figlia, la accompagna in un villaggio dell’intero per assistere i genitori Marika e Pantelis. Questi ultimi cominciano a non essere più del tutto autosufficienti, sebbene la donna si ostini a fare cose in casa in modo pericoloso e l’uomo a guidare senza più la patente. Nikos lascia subito la nuova arrivata ad arrangiarsi in un viaggio di cui non conosce l’idioma e la connessione internet c’è solo al negozio, in più Marika la respinge. Per fortuna, Pantelis, che lavorava nella base militare inglese a Cipro, riesce a comunicare con lei, alimentando però voci e sospetti. La badante si ritrova in mezzo al rapporto un po’ logoro tra i due anziani, alle furbizie del figlio Nikos e alle credenze del paese su mostri e spiriti, che saranno usate per spaventarle. Un film con scene e osservazioni interessanti e una svolta un po’ forzata, che si dilunga un po’ troppo e avrebbe bisogno di sintesi in passaggi ripetitivi, ma mostra il contrasto tra mondi diversi e la distanza spesso presente tra anziani e figli nella società occidentale.

Nicola Falcinella

Vedi altro

Articoli correlati

Pulsante per tornare all'inizio