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Chi mi ha incontrato non mi ha visto – L’ultima fotografia di Arthur Rimbaud

chi mi haIn che misura le immagini determinano le nostre esistenze? E soprattutto in che misura sono capaci di incidere sulla realtà, di alterarla, distorcerla, di modificarne le coordinate? E se la nostra quotidianità non fosse altro che un insieme di convenzioni, determinate da un sistema arbitrario di segni, e bastasse modificare uno di questi elementi per mutare la prospettiva generale? È proprio da questa idea che parte l’ultimo lavoro di Bruno Bigoni, regista e documentarista di lunga carriera, attivo in particolare sulla scena milanese e nel mondo del teatro (fu tra i fondatori del Teatro dell’Elfo). Il suo film, che potremmo definire una specie di mockumentary non dichiarato, si concentra attorno a una foto, una foto speciale, d’epoca e rarissima. Una foto di fine ottocento che ritrae (forse) il poeta Arthur Rimbaud in ospedale, la gamba amputata per una terribile malattia, un foglio distrattamente abbandonato sul letto con, vergati a mano, versi CHI-MI-HA-INCONTRATO-NON-MI-HA-VISTO-CMHINMHV-locandina-poster-manifesto-2016originali. Una misteriosa signora francese contatta il nostro regista e tenta di vendergli il reperto. Per Bigoni comincia un’avventura stralunata, una fisima indefinibile che lo porta a rovistare nel passato, a indagare, documentarsi, spostarsi nello spazio dell’Italia per assemblare i frammenti di questo puzzle dell’assurdo, e capire se davvero quella foto lì è proprio quello che i suoi occhi credono di vedere: un pezzo unico, capace di apportare una rivoluzione nel mondo della letteratura. Infatti Rimbaud a vent’anni smise di scrivere, se quell’immagine fosse originale, se lo fossero i versi autografi accanto al corpo del poeta, se quel volto appena celato appartenesse davvero a Rimbaud, ciò sarebbe la dimostrazione che il sommo poeta continuò a lavorare fino alla morte. E quella foto conterrebbe la Verità, diventerebbe un vessillo di autenticità in una sfilacciata biografia di dubbi e incertezze. Naturalmente il film di Bigoni è tutto giocato sull’ambiguità, anzi fa dell’ambiguità il proprio cardine. Ed è “un’ambiguità ambigua”, la sua, che non dovrebbe nemmeno esserci, perché il regista fa di tutto per autenticare la foto, si attiva in laboratori di chimica, antiquari, filologi, consulta studiosi e teorici dell’immagine, quei tromboni d’accademia (Gianni Canova) che ancora difendono il buon nome dell’Università, e gli ex sessantottini da festival sempre in attività (Steve Della Casa). Ci sono tutti, in questo lavoro, una grande famiglia di opinionisti con un variegato ventaglio di titolazioni scolastiche che però non riescono, tutti assieme o singolarmente, a cavare un ragno dal buco. Perché quella foto lì, in fin dei conti, non la si può nemmeno autenticare con il giusto margine di certezza, resta un insoluto dell’iconografia, un enigma intrecciato tra altri enigmi. Se anche lo scatto fosse originale, come confermano le indagini di laboratorio, chi potrebbe sostenere che quell’uomo sia davvero Rimbaud, e non un qualsiasi altro paziente? Il senso è d’altronde nel titolo: Chi mi ha incontrato, non mi ha visto, con riferimento al fatto che di Rimbaud esistono poche foto e sempre sfocate. Come se fosse voluto sfuggire all’obbiettivo, alla riproducibilità di volti e corpi nell’epoca della serialità delle immagini. Il film di Bigoni descrive questa ossessione in prima persona, con scene divertenti come quella in cui tenta di vendere parte della sua preziosa collezione di vinili pur di racimolare il denaro sufficiente a pagare la fotografia. O quella in cui, figlio a carico, parte per la casa museo di Charleville, città natale del poeta, per sottoporre l’immagine al giudizio della responsabile. Che risponde con una doccia gelata: “Lei non sa quante persone, ogni anno, vengono qui con presunti inediti di Rimbaud…” Certo non è questo il punto, perché Bigoni non ha voluto dirigere un film sull’autenticazione di una copia, ma delineare un percorso nella caducità delle percezioni umane. Per parafrasare Saramago, le immagini non esistono se non attraverso i nostri occhi, è la nostra coscienza a dotarle di senso, siamo noi che conosciamo attraverso la proiezione delle nostre aspettative. Quindi che cos’è una foto se non quello che noi vogliamo che sia?

Marco Marchetti

Chi mi ha incontrato non mi ha visto – L’ultima fotografia di Arthur Rimbaud

Sceneggiatura e regia: Bruno Bigoni. Lara Fremder. Montaggio: Cristina Flamini. Interpreti: Bruno Bigoni, Gianni Canova, Steve Della Casa. Origine: Italia, 2016. Durata: 65′.

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