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Ci ha lasciati Jerry Lewis

Non era facile far ridere dopo la stagione dei grandi comici dell’epoca del muto, dopo Laurel & Hardy, dopo i Fratelli Marx, inventarsi maschere jerry-lewisoriginali e pure una variante per nulla scontata della coppia comica. Jerry Lewis ci riuscì con apparente facilità come attore, quasi che sul set ci fosse scivolato casualmente come si scivola su una buccia di banana, e avesse poi iniziato a giocare con oggetti e abiti alla maniera di un bimbo disubbidiente che tocca ciò che non deve; ma soprattutto come regista, maniacale architetto delle scene e preciso orologio a scandire i tempi comici, inventore del video-assist, quel monitor che permette di vedere in tempo reale ciò che riprende la mdp. La sarabanda di Jerry – tanto accanto a Dean Martin (ovvero il picchiatello e il paparino regolatore simpaticamente antipatico), quanto solo e unico protagonista, magari sdoppiato (Le folli notti del Dottor Jerryll) o addirittura settuplicato (I sette magifici Jerry) – ha sovente offuscato la maestria registica di Lewis dietro alla macchina da presa, mestiere che aveva imparato a “bottega”, da artigiani di tutto rispetto come il profilico Norman Taurog, che, pur versatile, la commedia l’aveva nel sangue, Hal Walker e George Marshall, con cui esordiva nel 1949 a fianco di Martin (La mia amica Irma). Bello e fascinoso Dean Martin, fatto apposta per accentuare nel contrasto le movenze scordinate e buffe di Lewis, pasticcione, insicuro con le donne, nevrotico e al tempo stesso fanciullesco nella voglia di scherzare, di travestirsi (maginfico il trasformismo in Il nipote picchiatello di Taurog). Nel 1956, dopo Hollywood a morte!, la coppia scoppia e si aprono strade artistiche diverse. Il tritacarne dello showbiz che pretende la reiterazione della maniera fino al macello è lì pronto, se non fosse che Frank Tashlin, regista che fu pure fumettista e che Lewis lo aveva già diretto, lo trasforma in un balio asciutto, film del 1958 che riposiziona Jerry nell’Olimpo della comicità. Poi l’esordio alla regia due anni dopo con il magnifico Ragazzo tuttofare, uscito in concomitanza con un altro film diretto da Tashlin, Il cenerentolo. Ma ormai sono tutti film di Jerry Lewis (come un film con Totò diventava un film di Totò), in cui l’attore con disinvoltura si muove nello spazio con una sgrazia misteriosa, capace di manipolarlo quello stesso spazio, di trasformarlo (e qui la lezione è di Keaton), sotto l’azione maldestra di personaggi che sembrano di volta in volta essersi materializzati da luoghi non terrestri. Lewis, geniale al pari di Stan Laurel ma con l’ingrediente aggiunto di un sottile umorismo di tradizione ebraica, è alieno alle leggi del mondo, agli organismi sociali, ai costrutti della morale borghese; provocatore gentile cerca sempre il perdono dopo il soqquadro dei suoi passaggi, piccoli tornadi senza controllo. Anche quando parte dalla parodia, Lewis dottornon si limita allo sberleffo, pretesto per inanellare gag più o meno riuscite come fecero Abbott e Costello: in uno dei suoi capolavori, Le folli notti del Dottor Jerryll, ribalta Hyde e ribalta Jekyll con intelligenza, scovando nel gioco del doppio una metafora moderna della bellezza come forma di potere e del narcisismo come volgare malattia dello spirito. E chissenefrega se un Oscar (che non si nega ormai nemmeno a un cane) non gli è mai stato assegnato: lo sanno tutti che Oscar e comicità non vanno d’accordo. Ci provò vanamente Scorsese “rivestendolo” nel drammatico Re per una notte, attore quanto mai cinico, rivelatore delle leggi spietate del mondo dello spettacolo.
Ci piace infine ricordare che prima, molto prima che si facesse comico indisponente con Scorsese, come nella vita, a tratti sgradevole, forse interpretando una parte congeniale agli anni della vecchiaia, in Italia Jerry Lewis divenne Jerry Lewis con la complice voce di Carlo Romano.

Alessandro Leone

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