Cannes 2025Slideshow

Cannes 78: film d’apertura e David Lynch

Apertura con un trio esplosivo – Leonardo Di Caprio, Quentin Tarantino e, soprattutto, Robert De Niro che ha ritirato la Palma d’onore alla carriera – del 78° Festival di Cannes. A questi grandi nomi si è aggiunta la presidente di giuria Juliette Binoche, commossa nel ricordare la tragedia di Israele e di Gaza. Un’inaugurazione tra attualità e cinema, a segnale la grandeur del Festival e la sua centralità nel panorama internazionale.

A seguire è stato proiettato il primo film, fuori concorso, Partir un jour di Amélie Bonnin. Una commedia drammatica senza grandi nomi, andando contro le consuetudini, del resto il parterre della serata era già sufficiente. E il film di debutto della Bonnin, che ha sviluppato il suo cortometraggio già vincitore di un César, si è dimostrato all’altezza delle aspettative: non una rivelazione, ma un’opera più che discreta, magari non si grande richiamo, ma negli anni si sono viste pellicole d’apertura assai peggiori. Protagonista è Cécile (interpretata da Juliette Armanet), cuoca che ha vinto il reality Top Chef e sta aprendo il ristorante dei suoi sogni a Parigi con il compagno Sofiane. La donna fa un test di gravidanza e non comunica il risultato, positivo, al fidanzato, mentre parte in autostop per correre a casa dal padre, che ha avuto un terzo infarto. Questi ha già ripreso il lavoro nel ristorante albergo di famiglia sulla strada che offre ospitalità soprattutto ai camionisti di passaggio. Qui emerge il rapporto conflittuale con il padre, che si è sentito tradito da alcune affermazioni della figlia in televisione e si è appuntato le sue frasi, ma è pure l’unico ad accorgersi che è incinta. E poi c’è la paziente e gioiosa madre Fanfan, innamorata dell’Italia e anch’ella con piccoli segreti nascosti. Per caso Cécile incontra il vecchio compagno di scuola Raphael, un meccanico appassionato di motocross, e la confusione nella sua testa aumenta. In pochi giorni la protagonista si ritrova rimandata nel passato, a interrogarsi su ciò che davvero desidera e forse a rivedere le scelte.
Il film coniuga dramma e leggerezza, con la particolarità che alcuni dei dialoghi sono cantati, con brani originali o adattamenti di altri noti (spunta pure Parole parole di Mina), e la trovata funziona abbastanza bene. Siamo dalle parti di Alain Resnais, ma pure di Agnès Jaoui. Un discreto triangolo sentimentale sui dubbi di una donna in carriera, che esplora come cambino le relazioni di coppia nel tempo, soprattutto quando si danno per scontate delle cose o difetta la comunicazione. E pure come gli amori giovanili possano tornare fuori all’improvviso.

È un omaggio doveroso, a poche settimane dalla scomparsa, il documentario David Lynch, un énigme à Hollywood – Welcome to Lynchland di Stéphane Ghez. Un’opera che il grande cineasta di Twin Peaks, Mulholland Drive e tanti altri lavori fondamentali ha fatto in tempo a vedere e apprezzare. Il titolo francese rivela già, nel termine “enigma”, la prospettiva di Ghez, che cerca di esplorare la personalità apparentemente semplice del grande cineasta. Il documentarista parte da un aspetto dell’uomo, l’attenzione ai dettagli (che siano i sapori o i profumi dei cibi o gli oggetti di scena di un set), per dire qualcosa di più di Lynch. Si parte dall’infanzia a Boise, in Idaho, luogo idilliaco e tranquillo che sembrava un set televisivo negli anni del dopoguerra all’insegna dell’ottimismo. Poi l’approdo a Filadelfia con i suoi paesaggi industriali, gli studi d’arte e la scoperta di Francis Bacon (i cui dipinti sono citati in vari film). Poi il cinema, con Eraserhead, che riscosse successo cominciando dalla sottocultura punk rock e creando subito una nicchia di sostenitori. Mel Brooks ne rimase ammirato (in un’intervista lo considera un genio) e gli fa fare Elephant Man, cui segue l’ingresso nell’industria hollywoodiana. Ghez ripercorre, in modo svelto (poco più di un’ora) ma efficace e interessante, il percorso di Lynch, procedendo in maniera cronologica con interviste e tanti spezzoni di film. Tra gli interventi c’è pure quello di Isabella Rossellini: “si cerca sempre nelle opere di un autore ciò che appartiene alla sua persona e lo si fa anche per Lynch, ma ogni piccola cosa può essere sua ma anche no”.

da Cannes, Nicola Falcinella

Vedi altro

Articoli correlati

Pulsante per tornare all'inizio