Vie privée di Rebecca Zlotowski, presentato fuori concorso prima a Cannes e poi alla Festa del Cinema di Roma, è un film allegro, che scorre leggero alla maniera delle rodate commedie di medio livello alle quali il cinema francese ci ha da anni abituato.
La protagonista assoluta è Jodie Foster, psicanalista americana da anni in Francia (che recita in un perfetto francese), con un ex marito buffo e simpatico (Daniel Auteuil, che con i suoi ottimi tempi comici è capace di far ridere il pubblico con una sola battuta), un figlio più maturo di lei che cerca di convincerla ad interessarsi al nipotino neonato, un bellissimo studio con boiserie bianca e alti soffitti affacciato su un viale alberato di Parigi.
Iper razionale e sicura di sé, non è molto brava ad ascoltare, né i suoi assistiti (infatti registra le sedute per non
perdersi le loro parole), né suo figlio, né sé stessa. Ma quando la tristezza per il suicidio della sua paziente Paula (Virginie Efira) diventa troppa – «cosa sono queste?!» esclama stupita quando si si ritrova suo malgrado delle lacrime sul viso –, chiede aiuto ad una donna che per credenze e aspetto è l’opposto di lei: un’ipnotista, con lunghe unghie laccate e boccoli biondi. Nonostante l’iniziale sarcasmo scettico di Foster, la donna riesce a guidarla in un viaggio nell’inconscio, visivamente reso con Foster in piedi in un grembo materno e poi seduta in un’orchestra, minacciata da nazisti e da un Mathieu Amalric con pistola.
Questo momento di irrazionalità, di per sé quasi ridicolo, dà il via alle peripezie da detective improvvisata della precedentemente controllatissima psicanalista, in un’atmosfera allegra e rocambolesca alla Misterioso omicidio a Manhattan. Le sue indagini goffe sono divertenti soprattutto quando, recalcitrante, la affianca l’ex marito, che un po’ la vuole aiutare e un po’ la vuole goffamente riconquistare.
La trama thriller però perde solidità in fretta, e si mostra come fin troppo funzionale a reggere quello che sembra essere l’interesse principale della regista, e cioè mostrare l’evoluzione psicologica della protagonista. Se perciò l’interesse verso la soluzione del mistero si affievolisce velocemente, rimane però vivo l’interesse verso i piccoli siparietti dialogici tra i personaggi: i co-protagonisti sono interpretati da attori di livello, capaci di reggere l’interazione con la protagonista-star e di trasformare un film altrimenti trascurabile in una sorta di piéce teatrale la cui qualità principale sono i godibili momenti di confronto tra personaggi che, per quanto minori, sono sempre ben caratterizzati. È questa la qualità principale del film, qualità che si trova spesso nelle produzioni francesi di medio livello: si «accontentano» di creare con mestiere e precisione un film che intrattenga con intelligenza e ritmo per un’ora e mezza, senza per forza tentare le difficili – e in certi casi fuori luogo – strade dell’autorialità e/o del moralismo.
da Roma, Roberta Bennato




