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Dove non ho mai abitato

dove-non-ho-mai-abitatoMassimo (Maurizio Gifuni) è un architetto cinquantenne che si sta affermando nello studio torinese di Manfredi (Giulio Brogi), ottantaquattrenne, consacrato artista, vedovo ma precedentemente sposato ad una francese, anche lei architetto, con cui ha condiviso professione, passioni e progetti. La sua unica figlia, Francesca (Emmanuelle Devos) lo ha deluso profondamente, preferendo smarcarsi dal padre per sposarsi e fare famiglia in Francia con ricco uomo che lavora nell’alta finanza. Quando Francesca fa ritorno a Torino per il compleanno del padre, Manfredi le chiede di affiancare Massimo nel portare a termine la ristrutturazione di una magnifica villa per il figlio di un console e la sua compagna. Lei fa resistenza, ma un malore del padre e una timida attrazione verso Massimo la trattengono. Tra i due nasce un sentimento che cresce lento ma inesorabile, nonostante lui pure sia legato a un’altra donna, Sandra (Isabella Briganti).

Un tempo si chiamavano film sentimentali e così selezionavano un certo tipo di pubblico da fotoromanzo e meno incline ad altri avventurosi generi cinematografici. Oggi possiamo chiamarlo ancora film sentimentale e, nonostante una cultura di massa forse più cinica e allergica ai sentimentalismi, permangono un pubblico sensibile e autori che declinano moderne storie d’amore, ispirandosi magari al romanzo ottocentesco. doveDove non ho mai abitato di Paolo Franchi in parte è questo, una storia antica in epoca moderna, interpretata visceralmente da due attori sempre in parte, tormentati non solo dal desiderio di darsi una all’altro/uno all’altra, ma anche dalla tensione a smarcarsi dalle comode certezze che proteggono dai rischi della vita: Francesca, fedele al marito, paterno, premuroso, testimone discreto dei conflitti che attraversano la moglie; Massimo tutto centrato sulla sua professione, legato a Sandra come fosse un ristoro caldo dove riparare dopo le tempeste. Demiurgo dell’incontro fatale tra i due, è Manfredi, che ha trasformato Massimo nel suo delfino, deluso dalle scelte della figlia. La Devos disegna il suo personaggio senza enfasi, descrivendo i sentimenti contrastanti verso il genitore e i turbamenti per un incontro inaspettato con la sola mimica facciale, slegando il corpo dai lacci del timore solo verso la fine, in un ballo sfrenato durante una festa borghese.
Il regista, vicino ai toni del film d’esordio La spettatrice, si guarda bene dall’esibizione emotiva, lascia fuoricampo l’intimità dei corpi, spesso anche fuori fuoco, scontornati. E in effetti è più sulla messa in scena e sulla costruzione dei rapporti tra spazio e corpi che il film convince, poiché i dialoghi – quelli secondari, di sfondo, ai margini della vicenda o di preparazione – a volte faticano a farsi spontanei. Addirittura, se il film fosse stato muto per la prima metà, non avremmo sofferto la mancanza di informazioni. Eccezion fatta per l’acredine di Manfredi nei confronti della figlia, a cui non nasconde durante la cena di compleanno, e davanti a tutti gli invitati (Massimo compreso), la sua frustrazione per le scelte di Francesca, il film sin dall’inizio si regge su sguardi, tensioni fisiche, avvicinamenti, traiettorie negli spazi chiusi di uffici e appartamenti. Quando poi si capisce che gli interni sono piccole trappole, metafora della dimensione esistenziale di Massimo e Francesca, a diventare protagonista è il progetto della villa su cui sta lavorando l’architetto: un’abitazione a più livelli, specchiata nell’acqua, immersa in un parco, con pareti e pavimenti trasparenti, dunque luminosissima.


Così dove non ho mai abitato è un luogo al centro della vita, sia per lui che per lei, osservato dalla periferia, dove hanno lasciato tracce di passaggi senza guardare alle responsabilità di costruzioni che non fossero per altri. Non per nulla, prima di cedere definitivamente la casa finita ai legittimi proprietari, lei e lui la abitano per una notte, a coronamento di un sogno che potrebbe liberarli entrambi.

Vera Mandusich

Dove non ho mai abitato

Regia: Paolo Franchi. Sceneggiatura: Rinaldo Rocco, Paolo Franchi. Fotografia: Fabio Cianchetti. Montaggio: Alessio Doglione. Musiche: Pino Donaggio. Interpreti: Emmanuelle Devos, Fabrizio Gifuni, Giulio Brogi, Hippolyte Girardot, Giulia Michelini, Fausto Cabra, Jean-Pierre Lorit, Valentina Cervi. Origine: Italia, 2017. Durata: 97′.

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