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È tuo il mio ultimo respiro?: Cinequanon incontra Claudio Serughetti

Venerdì sera a Filmstudio 90 di Varese è approdato È tuo il mio ultimo respiro?, film-documentario di Claudio Serughetti realizzato in collaborazione con l’associazione Nessuno tocchi Caino, che ci chiede di riflettere su una questione purtroppo ancora molto attuale: la pena di morte. Attraverso immagini di repertorio e interviste a personaggi del mondo della cultura che per vicissitudini di vario genere si sono confrontati con questa problematica, come Bernardo Bertolucci, Oliviero Toscani, Peter Gabriel, Marco Bellocchio, Dario Fo, ecc., il regista ci mette di fronte a dati e immagini che non lasciano spazio a dubbi o revisionismi. In sala a Filmstudio 90, prima e dopo la proiezione, anche il regista, a raccontare al pubblico varesino la storia del film, e a raccogliere commenti e reazioni. Noi di Cinequanon abbiamo avuto la fortuna di incontrarlo in anteprima, scoprendo con lui segreti del mestiere, progetti e ricordi.

È tuo il mio ultimo respiro? è l’ultimo di una lunga serie di film, tra corti e lunghi. Come sei arrivato fin qui?
Gli anni della scuola mi sono pesati, troppo costrittivi. Con l’università le cose hanno cominciato ad andar meglio, ma il mio primo obiettivo restava uno solo: partire. E l’ho fatto, con trecentomila lire in tasca, senza progetti precisi, ho girato l’Europa, spostandomi tra Francia, Belgio e Inghilterra. Ho realizzato il mio sogno, sono diventato regista, e sono tornato in Italia, a Roma, ma non è detto che un giorno non riparta, chissà. Ora c’è questo film, ma presto ce ne sarà un altro, ho già in opera un nuovo progetto: non mi piace fermarmi troppo su una cosa, e adesso è decisamente troppo tempo che mi occupo di questo film.

Cosa ci racconti di questo lavoro? È stato difficile affrontare un tema tanto delicato come quello della pena di morte?
Sicuramente non è stato facile, soprattutto per quanto riguarda la scelta delle immagini di repertorio: credo che l’orrore vada mostrato in tutta la sua atrocità, che, come del resto vale anche per le atrocità dell’Olocausto, non basti più raccontarlo, perché la memoria, per essere tale, ha bisogno di vedere. Ma ci sono dei limiti: è giusto che il film sia d’impatto, ma sempre con un certo equilibrio. Determinati video erano davvero troppo crudi, troppo violenti, avrebbero reso il film insopportabile, e non era questo il mio obiettivo. L’aspetto più bello del lavoro è stato invece vedere, imprevedibilmente, le reazioni entusiaste di coloro ai quali ho chiesto di intervenire nel film, persone che avrei pensato non mi avrebbero nemmeno risposto si sono invece rese più che disponibili e hanno sicuramente dato un contributo fondamentale alla riuscita del film. La soddisfazione più grande me l’ha data Bertolucci: si ricordava di me per un lavoro fatto in gioventù, un lavoro in bianco e nero, sulla poesia, e così, proprio lui che non rilascia mai interviste, ha scelto di partecipare al mio progetto, dedicandomi tempo e pazienza. Un solo rimpianto, quello di non esser riuscito a coinvolgere voci “della controparte”: quei pochi che sapevo di per certo essere dichiaratamente a favore della pena di morte non hanno mai risposto al mio invito, e la completezza del lavoro di certo ha risentito di questa mancanza.

Considerato il tema, e considerato che il film è stato dichiarato d’essai, sarà una bella soddisfazione per te il fatto che sia riuscito ad approdare in sala…
Effettivamente sì, non me lo sarei aspettato. Come addirittura ad un certo punto non avrei mai creduto di riuscire a finirlo: le difficoltà sono state infinite, dopo aver cambiato sei produttori mi sono deciso per un’autoproduzione, finché, una volta girato l’ottanta per cento del film, due produttori milanesi, Emanuele Carminati Molina e Guido Borghi, mi hanno permesso di portarlo a termine.  Poi è venuto il problema della distribuzione: era tutto nelle mani dell’Istituto Luce, finché grandi cambiamenti al suo interno non hanno fatto sì che il film venisse messo da parte e quasi dimenticato. Ho deciso allora di occuparmi direttamente anche della distribuzione, e alla fine si è rivelata la scelta migliore, ha funzionato perfettamente. Ora addirittura anche la Feltrinelli ne distribuisce il dvd ed è possibile scaricarlo da Cubovision. Un progetto che invece mi sta coinvolgendo parecchio ora, e che non pensavo potesse riscuotere un tale successo, è quello della distribuzione del film nelle scuole: le reazioni degli studenti sono sorprendenti.

A proposito di reazioni: cosa ci dici, in generale, di come è stato recepito il film?
Al contrario dei miei film precedenti, rispetto ai quali la critica si è il più delle volte schierata su posizioni molto varie e spesso tra loro contrastanti, questa volta il film sembra aver incontrato sostanzialmente il consenso generalizzato. Sono consapevole del fatto che la tematica affrontata contribuisca ad unificare le opinioni: è ben difficile che qualcuno sia disposto a criticare apertamente un film che è esplicitamente contro la pena di morte. Ma ciononostante resta il fatto che questa volta il film non ha suscitato voci di disapprovazione,  che anche della rassegna stampa possiamo dirci più che soddisfatti, e tutto questo, ovviamente, fa piacere. Ma, come accennavo prima, quel che fa più piacere è vedere le reazioni degli studenti: non solo restano tutti fino alla fine della proiezione, ma sviluppano poi lunghissimi e vivacissimi dibattiti sul tema, il che dimostra che non sono poi così disinteressati e stupidi come si dice. Anzi, il bello è proprio confrontarsi con la loro spontaneità e fantasia: sono assolutamente destrutturati, reagiscono “di pancia”, e le proposte che fanno di possibili alternative alla pena di morte sono tanto assurde quanto geniali.

Perché portare il film nelle scuole? Non credi sia forse troppo forte per dei ragazzini?
Credo che i ragazzi oggi vedano fin troppa violenza gratuita, come quella di tutti gli splatters di cui vanno matti, come quella che ogni sera propone loro il telegiornale, o come quella di tutte le trasmissioni che trasformano casi di omicidio in casi mediatici. Ma credo anche che il problema non sia la violenza in sé, ma il fatto che questa violenza arrivi loro senza spiegazioni, e diventi per questi ragazzi qualcosa di assolutamente normale. Il punto è allora far vedere una violenza spiegata, contestualizzata, e riuscire a far sì che ci si fermi davanti alla morte, che si ricominci a porsi il problema del senso della vita e della morte.

Dopo questo film, quali sono i tuoi progetti? Prima hai accennato al fatto che hai già in cantiere un nuovo film…
Sì, come ho detto non voglio restare ancora per molto su questo film, voglio andare oltre, e sto già lavorando da un po’ di tempo ad un nuovo progetto, nonostante abbia dovuto rimandarne la realizzazione proprio a causa degli impegni legati ancora a È tuo il mio ultimo respiro?.  La mia idea è quella di girare un film sulle elezioni del 2013, ma da una prospettiva molto particolare: quella di un diciannovenne alle prese con il suo primo voto, in questa atmosfera politica a dir poco confusa. Non so ancora bene come lo realizzerò, ma so di voler e dover cominciare prima possibile.

Per concludere, prima della proiezione, una parola per descrivere il tuo film per chi ancora non l’ha visto, perché sappia cosa aspettarsi…
Te lo dico con le parole con cui l’ha definito Daniele Vicari, il regista di Diaz, e che mi sembra facciano onore al film più di tante altre osservazioni o complimenti: è un film necessario.

a cura di Monica Cristini

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