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Final Portrait – L’arte di essere amici

DSC_7594.jpgNel 1964 lo scrittore americano James Lord incontra l’artista Alberto Giacometti. I due si conoscono da tempo. Lord (Armie Hammer) ama Parigi, l’arte e soprattutto la pittura di Giacometti (Geoffrey Rush), che gli chiede di posare per lui. Il pittore assicura che non ci impiegherà più di un paio di giorni. Lord, in visita lampo, accetta lusingato. Il ritratto però non soddisfa Giacometti, passano i giorni, passano le settimane, quando l’artista sembra aver ultimato l’opera, ritorna sulla tela, cancellando e ridipingendo. James Lord, paziente, asseconda l’estro e le bizzarrie dell’amico, le sue lunghe pause, l’esasperante insoddisfazione, i vizi, le frequentazioni della bella prostituta Caroline (Clémence Poésy) sotto gli occhi della moglie Annette (Sylvie Testud).

DSC_7712.jpgIl processo artistico è eccentrico per definizione, libero dai lacci del tempo, accessibile in superficie e solo “a conti fatti”, quando di tanto in tanto si manifesta in un oggetto (inafferrabile mistero). James Lord in Un ritratto di Giacometti, scritto dopo aver posato per l’artista italo-svizzero e dopo dieci anni di amicizia, inverte le parti e attraverso la penna tenta di coglierne la complessità. Final Portrait, che in parte si basa anche su quel libro, sembra essere proprio un’opera sull’osservare, nel senso di scrutare per comprendere: Alberto osserva James per poterne cogliere l’essenza e portarla su tela; James osserva immobile i tormenti di Alberto, cercando di afferrarne la scintilla creativa; Stanley Tucci, attore-regista al suo quinto lungometraggio, osserva entrambi, scegliendo pochi angoli di ripresa e spesso nascondendosi dietro le sculture dello studio dell’artista, fingendo discrezione. La domanda che vibra per tutta la durata del suo film è: cosa fa di un oggetto un’opera d’arte finita.
Perché Giacometti scultore e pittore sembra più avvinto dal fare che dal finire. Ogni opera consegnata per il calco è considerata incompiuta, abbandonata più per necessità che per convinzione. Senza certezze, l’artista, tra i più influenti del DSC_9647.jpgsecolo scorso, è logorato dall’impossibilità di afferrare la sostanza delle cose, e anche la bellezza molto oltre l’apparenza (i tanti ritratti di Coroline negli ultimi anni di vita). Tucci coglie efficacemente questa battaglia ingaggiata con la materia, che esca fuori dal tubetto di colore o che sia creta da modellare. Geoffrey Rush impreca di fronte al ritratto di Lord – “fuck!” – interrogandolo come se il ritratto stesso lo provocasse. Lord dapprima è affascinato dall’amico, accetta di rinviare il suo rientro a casa, scatenando le ire del suo compagno (che non sentiamo mai dall’altra parte del telefono); in seguito tenta di stabilire, con la complicità del fratello di Alberto (Tony Shalhoub, immancabile nei film di Tucci), un momento di chiusura, comprendendo assai bene che il ritratto potrebbe andare avanti all’infinito. Ma fino all’ultimo lo scrittore guarda con curiosità le stravaganze di Giacometti e il suo insolito mondo: il fratello che lo supporta conoscendone le idiosincrasie; la moglie dalla bellezza sfiorita e rassegnata ad essere più che amante infermiera, sostituita nell’immaginario erotico del marito dalla modella Caroline; baristi e camerieri trattati dall’artista con generosità e parte delle sue giornate.
Giacometti, a cui in vita non mancarono fama e denaro, viveva con umiltà e lontano dai fuochi della mondanità parigina. Al contrario di Picasso (altro amico di Lord a cui lo scrittore dedicò una biografia) non amava far parlare di sé e, anzi, si metteva costantemente in discussione. Il regista, coadiuvato da un ottimo team di truccatori, riesce a darne rappresentazione convincente, nonostante Rush sia di corporatura diversa; ma soprattutto sono ben restituiti gli ambienti in cui Giacometti viveva e che ne diventano un riflesso: lo studio in particolare (così come l’abitazione) è stato attentamente ricostruito con l’aiuto della Fondazione Giacometti e di alcuni filmati d’epoca.


Nuoce al film una certa staticità drammaturgica. L’amicizia tra Alberto e James vive di pochi sussulti, non si trasforma il loro rapporto, non ci sono scintille ma lievi balzi di temperatura, a vantaggio di una narrazione che vuole procedere per reiterazioni. Una scelta voluta, ma che rischia di non pagare, di sacrificare l’emozione per la semplice osservazione. Armie Hammer, un po’ come nel film di Guadagnino Chiamami col tuo nome, si lascia guardare e si fa sovrastare nel rapporto a due. Le interazioni non diventano mai conflitti, o meglio, se ci sono, restano conflitti taciuti, interiori. Nonostante ciò rimane forte l’immagine di Giacometti, a due anni dalla morte, ancora insoddisfatto ricercatore di perfezione e bellezza, uccidere e riportare in vita un dipinto che già dopo la prima stesura pareva un capolavoro.

Vera Mandusich

Final Portrait

Sceneggiatura e regia: Stanley Tucci. Fotografia: Danny Cohen. Montaggio: Camilla Toniolo. Musica: Evan Lurie. Scenografie: James Merifield. Interpreti: Geoffrey Rush, Armie Hammer, Tony Shalhoub, Sylvie Testud, Clémence Poésy. Origine: GB, 2017. Durata: 90′.

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