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Fists of Legend

fists of legend locaOltreconfine: i film che non ci fanno vedere

 Fists of Legend

 Titolo originale: Jeonseolui Jumeok. Regia: Kang Woo-suk. Sceneggiatura: Jang Min-seok, Lee Jong-gyu. Fotografia: Kim Yong-heung, Lee Bong-joo. Montaggio: Ko Im-pyo. Musica: Jo Yeong-wook. Interpreti: Hwang Jung-min, Yoo Jun-sang, Yoon Je-moon, Lee Yo-won, Jung Woong-in. Origine: Corea del Sud. Anno: 2013. Durata: 153 min.

Su Wikipedia l’hanno etichettato con una perifrasi inappropriata o quantomeno sconveniente per una pellicola di questa profondità, sport drama film, una di quelle definizioni ombrelliformi sotto la cui egida trova spazio ogni tipo di deviazione terminologica. Che significa? A sentire questo accostamento vengono in mente cose orribili come la storia di Maradona, oppure Invictus e tutte quelle pellicole in cui lo sport è la ragione di vita dei personaggi, nonché il principale snodo di avviamento della vicenda. Invece no, occorre che le menti troppo matematiche di Wikipedia facciano pubblica ammenda e correggano la vaghezza delle loro asserzioni. Tanto per cominciare si sta parlando di Kang Woo-suk, un regista qui da noi sconosciuto, ma in Corea definito uno dei mestieranti più innovativi e influnti della nazione, e state certi che se lo dicono in Corea allora l’affermazione corrisponde a verità: d’altronde gli asiatici hanno gente come Park Chan-Wook e Kim Ki-duk a maneggiare una macchina da presa, perché quando si parla di cinema, da quelle parti non si scherza.

fists of 1In questo film fluviale (due ore e mezza di proiezione, leggerissime) il protagonista è Deok-kyu (Hwang Jung-min), un ristoratore tranquillo e pacioso che, causa mancanza di soldi, accetta di partecipare a un folle talent show televisivo, Fists of Legend. Pochi infatti sono a conoscenza del suo passato di picchiatore di strada, quando ancora ragazzino il nostro dovette imparare i segreti del pugilato per sopravvivere e farsi rispettare in una scuola di scapestrati e delinquenti. Tutto ciò che gli si chiede, ora, è salire di nuovo sul ring e combattere con tutte le altre vecchie leggende del passato, affinché il programma possa incoronarlo re dei picchiatori e attribuirgli un lauto compenso economico. Deok-kyu è indeciso, ma alla fine entra nel business spietato dei reality, colpisce, pesta e sanguina come non si vedeva dai tempi di Tokyo Fist. D’accordo, la violenza è più realista che iperrealista, ma lo spettacolo è garantito, e anche i più fieri detrattori degli sport violenti non potranno che lasciarsi contagiare da quelle carni sudate, dai grovigli di muscoli cazzuti, dal sapore d’acciaio dei pugni che fracassano, spaccano e percuotono. Peccato che presto Deok-kyu capisca che quel mondo non gli è mai appartenuto veramente, che lui è lì soltanto di passaggio. Soprattutto dopo che l’uomo avrà sperimentato il marciume che si nasconde dietro le quinte dello spettacolo, la corruzione, le più sordide scommesse e le macchinazioni dei ricchi uomini d’affari. Eppure è troppo tardi per tirarsi indietro, il “sistema” gli ha dato fama e gloria, e ora pretende il giusto appagamento. Un giorno il bravo pugilatore, trasformatosi suo malgrado in una star nazionale, dovrà combattere contro i suoi stessi amici di un tempo, quei ragazzi soli come lui, combattivi forse ancora più di lui, con i quali aveva condiviso sogni, speranze e persino il delitto.

fists of 2Fists of Legend è un film sanamente vitale, potente, formicolante, in qualche modo metafora arzigogolata e perfetta di un mondo ultra-tecnologico ma sorprendentemente vuoto, in cui tutto ciò che resta per raggranellare qualche soldo è gettarsi nel ring quadrangolare della televisione, picchiare e farsi picchiare, battere per (non) essere battuti. La bravura di Woo Suk-Kang è innanzitutto la sua professionalità, cioè la capacità di controllare ogni aspetto del film, di calibrare qualsiasi particolarità, aggiustandone sbavature e cadute: il risultato non è allora né un dramma né un film sportivo, ma una riflessione lucidissima e disarmante sulla Corea rampante del nuovo millennio, quella Corea così satolla di agi e ricchezze da farsi scoppiare la pancia, ma che al contempo ha dimenticato l’umiltà delle proprie origini e il diritto alla dignità come più importante principio umano.

Marco Marchetti

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