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Il cinema italiano a Berlino: non pervenuto?

Se l’Italia non ha proposto film in concorso o nelle altre sezioni della recente 76^ Berlinale, una mancanza che si era già sentita lo scorso anno, segno evidentemente della combinazione di un calo di attenzione e di una offerta qualitativamente minore, non sono da tralasciare alcune presenze.
Innanzitutto Tecla Insolia è stata inserita tra le 10 Shooting Star del cinema europeo, ovvero le stelle nascenti, giovani interpreti che si stanno proponendo per la grande ribalta. Per l’attrice (varesina di nascita) rivelatasi con L’arte della gioia e vista in Familia, L’albero e Primavera, un bel trampolino di lancio verso le produzioni internazionali.
Piccole presenze tricolori in concorso con l’austriaco The Loneliest Man in Town diretto dall’altoatesina Tizza Covi con Rainer Frimmel, noti per La Pivellina, Mister Universo e soprattutto Vera (2022). E con la coproduzione canadese-bulgara-italiana Nina Roza di Geneviève Dulude-de Celles, che ha ottenuto l’Orso d’argento per la sceneggiatura.
Questa è la storia di un curatore d’arte d’origine bulgara, Mihail che si fa ormai chiamare Michel da tanto vive a Montreal e non è più tornato in Bulgaria. Sua figlia Roza (Rose) non vuole recidere le radici e cerca di insegnare il bulgaro al figlio piccolo, tra lo scetticismo del padre che è però richiamato alla terra natia per un lavoro improvviso. Gli viene chiesto di indagare su una giovanissima artista prodigio che risiede in un villaggio non distante da Sofia e sta richiamando gli interessi di addetti ai lavori di tutto il mondo, in particolare di un’agente d’arte italiana (interpretata da Chiara Caselli) che la vuole prendere sotto la sua ala. Il protagonista cerca di riprendere contatto con usi e mentalità del Paese che aveva lasciato prima di arrivare a destinazione e osservare le opere della ragazzina Nina e compiere ricerche sulla famiglia, soprattutto sulla madre decoratrice di ceramiche. Si tratta di scoprire, oltre alla vera portata delle opere, se siano davvero frutto della sua arte. In Mihail sorge anche il bisogno di andare in visita alla sorella maggiore che non aveva più visto dopo l’emigrazione e cova rancore verso di lui. Un film, più che sull’arte, sullo staccarsi dalle radici e il ritrovarsi e sul prendersi cura, che sia di persone o di creazioni artistiche. Il titolo suggerisce già un parallelo tra figlia e bambina artista.
Atmosfera malinconica e rarefatta alla Aki Kaurismaki per il duo Covi – Frimmel che mescolano ancora una volta sapientemente realtà e finzione. Il musicista blues ultra sessantenne Alois Koch si fa chiamare Al Cook e vive a Vienna: il Danubio è il suo Mississipi, anche se nel tempo ha rinunciato all’avventura americana. L’uomo vive in un piccolo appartamento in un vecchio condominio, ma la gentrificazione incombe: tutti gli altri appartamenti sono stati venduti per riedificare e al protagonista tolgono la corrente, tanto che a Natale è costretto a mettere le candele sull’albero. Compaiono poi due scagnozzi (compreso un tipo losco che si definisce “empatico”) che lo minacciano e gli propongono l’ultima offerta. Al è un uomo dimesso, che vive di ricordi e aveva messo da parte tutti i sogni e trova l’occasione per rivedere e ripensare tutta la sua vita. Un film malinconico senza esagerare con il sentimentalismo, intorno a un personaggio che ricorda anche gli antieroi di Gianni Di Gregorio. Covi e Frimmel omaggiano pure Elvis Presley (il protagonista va al cinema a vedere Amami teneramente di Hal Kanter) e raccontano un mondo che cambia rapidamente e cancella i segni del passato.

Nicola Falcinella

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