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La ragazza senza nome

ragazza_senza_nomeI Luc e Jean-Pierre Dardenne si sono convertiti al film di genere? Il nuovo film degli autori e registi belgi, La ragazza senza nome, mette questa volta in scena un’indagine imperfetta – come spesso accade nei noir e nelle detective story più moderne – compiuta da un una giovane donna medico, Jenny (Adéle Haenel), che non sa rassegnarsi al senso di colpa per non aver aperto fuori orario la porta del suo studio medico a una immigrata di colore in fuga, poi trovata morta nel canale antistante, poche centinaia di metri dal suo interno e pochi minuti dopo aver suonato il suo campanello.
Guardando il trailer italiano, si pensa subito a una storia carica di misteri e di colpi di scena. In realtà la storia si sviluppa intorno all’indagine, ma va davvero oltre. Il peregrinare di Jenny in auto alla ricerca di informazioni, di notizie per riuscire a dare almeno un nome alla ragazza, non la_ragazza_senza_nome_adle_haenelscimmiotta il genere poliziesco all’americana, ma va in altra direzione, segue una linea di sviluppo che è chiaramente quella del cinema che da sempre portano sugli schermi i fratelli Dardenne. Il viaggio di Jenny è l’esplorazione di un micro-mondo di periferia, dove sono sempre protagonisti l’umanità dei personaggi, le loro fragilità, il loro coraggio, ma anche l’indifferenza e l’accettazione. Esseri umani a tutto tondo, capaci di eroismo ma anche di bassezze. Colpisce sempre dello sguardo degli autori (coincidente con quello dei loro protagonisti), l’assenza di giudizio, e una comprensione dell’altro, delle sue ragioni, che non vuol dire assoluzione, ma che significa vicinanza. E responsabilità. Perché questo medico non accetta di voltarsi dall’altra parte. Quando tutti le dicono di dimenticare, di non pensarci più, lei insiste, perché semplicemente non può scendere a compromessi con quello che sente, con la sua personale responsabilità verso il mondo, e sembra chiamarci a fare lo stesso, senza eroismi. E va in fondo, costi quel che costi, non per trovare un colpevole e fare giustizia (o vendetta) ma per dare semplicemente un nome a una persona sepolta, riconoscendone l’umanità che fu.
Questa dimensione della vicenda, l’astrazione e la capacità di sintesi che rendono preziosa la scrittura filmica dei Dardenne, oltre alla delicatezza dei ritratti umani, sottrae il film alle semplificazioni e agli stereotipi del genere, emozionando. Il film cita forse involontariamente La promessa di Dürrenmatt (portato in scena da Sean Penn), ha qualche pecca nella ripetitività di alcune situazioni e dinamiche viste anche nel precedente film Due giorni, una notte, ma chi ha amato le loro precedenti opere si ritroverà comunque a proprio agio, in un racconto a sfondo sociale profondo e toccante, abitato dai bravi attori che hanno attraversato il cinema dei due autori (da Fabrizio Rongione a Olivier Gourmet, naturalmente Jérémie Renier), impegnati in dialoghi asciutti e necessari, in un Belgio sempre e irrimediabilmente grigio, inquadrato senza sconti e abbellimenti, eppure profondamente estetico, forte, impressivo.

Ci piace questa coerenza dei due autori, che pur cambiando, ritrovano se stessi, la propria poetica, le proprie personali attenzioni, per chi avrà voglia di vedere e ascoltare questa storia europea, così vicina a noi per i temi, ma allo stesso tempo universale.
Un film di genere, dunque? Oui, un films de genre sociaux.

Massimo Donati

La ragazza senza nome

Sceneggiatura e regia: Luc e Jean-Pierre Dardenne. Fotografia: Alain Marcoen. Montaggio: Marie-Hélène Dozo. Interpreti: Adèle Haenel, Jérémie Renier, Olivier Gourmet, Fabrizio Rongione, Thomas Doret, Christelle Cornil. Origine: Belgio, 2016. Durata: 113′.

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