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Locke

locke locaScende la sera su un colossale cantiere inglese, il più grande d’Europa dopo le imprese dell’edilizia militare. La mattina seguente arriveranno file di camion ordinate come formiche, che getteranno tonnellate di calcestruzzo tra putrelle di metallo, sistemi di pompaggio e frastornanti betoniere: l’obiettivo è erigere un palazzone di ben cinquantacinque piani, farlo bene e senza problemi. Un gioiello dell’architettura moderna, un capolavoro di rigore ingegneristico, il fiore all’occhiello per il capocantiere responsabile delle operazioni, Ivan Locke (Tom Hardy). Peccato che il referente dei lavori, una volta messo in moto il proprio SUV, si fermi allo stop per un tempo superiore alle aspettative, incurante del semaforo verde e della sinfonia di clacson che gli chiede prepotentemente di liberare l’incrocio: è un attimo, un battito di ciglia, un momento talmente breve in cui però per Ivan Locke tutto viene messo in dubbio. L’uomo deve prendere una decisione di fondamentale importanza: tornare a casa dalla sua famiglia, guardare la partita e presenziare l’impresa del giorno successivo, un’impresa più unica che rara che gli permetterà un sicuro trionfo professionale. Oppure gettare tutto alle ortiche e recarsi a Londra, dove una donna sta per partorire il loro bambino. Ma quella donna non è sua moglie… Attraverso una lunga serie di telefonate, Locke farà i conti con se stesso e le proprie bugie.locke 1

Steven Knight, già regista di Redemption (2013) con Jason Statham e sceneggiatore de La promessa dell’assassino (2007) di David Cronenberg, ci stupisce con un’opera seconda assolutamente minimale nel formato, essenziale nell’espressione, profondissima nei contenuti. Film ambientato per intero in un’autovettura, Locke (de)costruisce l’esistenza altrimenti rigorosa di questo operaio e padre di famiglia dedito al lavoro, alla casa e alla posizione sociale; e lo fa attraverso gli strumenti più immediati e pervasivi della contemporaneità, i cellulari, le telefonate, il ginepraio di informazioni che ogni giorno bombardano le nostre orecchie. Poco importa che si tratti di un invito, una confessione, una richiesta d’aiuto, in Locke c’è tutto questo e molto più: la ricerca di una redenzione, il desiderio oppressivo di non cadere negli errori dei padri, morti ma evocati come fantasmi sul sedile del passeggero, l’esigenza irrevocabile di mettere ordine nella propria esistenza. Un unico attore (gli altri elementi del dramma sono soltanto voci telefoniche), un’unica ambientazione, una sola unità temporale, la scura e avvolgente notte londinese. La macchina da presa di Knight non si stacca mai dallo sguardo del protagonista, resta inchiodata su di lui variando soltanto l’angolazione, l’inquadratura, la prospettiva. Locke si confessa al telefono (o all’obbiettivo del regista?) chiamando ora sua moglie, i suoi figli, il principale dell’azienda per cui lavora, quindi l’amante in preda alle doglie e di nuovo un caro collega. Per ognuno ha un messaggio da inoltrare, una richiesta da dispensare, un’implorazione, un consiglio, un ordine, un pianto liberatorio o un eccesso di rabbia. Presto questi frammenti disordinati di conversazione cominceranno a saldarsi l’uno con l’altro, o l’uno dentro l’altro, in un gioco a incastro il cui fine principale è la ricostruzione di una personalità, una vicenda, una vita umana fino a quel momento sostanzialmente incompleta.
Il viaggio in automobile verso l’ospedale diviene allora metafora di un’odissea del quotidiano che in qualche modo ricorda i più grandi scrittori della contemporaneità: Don DeLillo e il suo Cosmopolis, James G. Ballard e L’isola di cemento, insomma i massimi cantori dell’assurdità del moderno, i prosatori di un surrealismo iperrealista ma nevrastenico, sottoprodotto (di scarto) della globalizzazione.


La regia di Knight sembra ricalcarne lo stile, omaggiarne le forme espressive, progettare un personale crepuscolo del progresso in cui l’individuo, bloccato nella propria macchina, costretto a guidare per raggiungere una meta senza destinazione, non può che spiegare se stesso attraverso le interfacce virtuali. Alla fine di questa avventura notturna, ecco che la macchina da presa si staccherà dal suo contro eroe per innalzarsi sui raccordi autostradali e volare leggiadra sulle strade di una Londra indaffarata e pullulante di smog, forse in cerca di un’altra vettura in cui intrufolarsi, di una nuova storia da raccontare, di qualche esasperata confessione da raccogliere.

Marco Marchetti

Locke

Regia: Steven Knight. Sceneggiatura: Steven Knight. Fotografia: Haris Zambarloukos. Montaggio: Justin Wright. Musica: Dickon Hinchliffe. Interpreti: Tom Hardy. Origine: UK, USA. Anno: 2013. Durata: 85 min.

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