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Loveless (Nelyubov)

loveless2Boschi innevati. Un tronco ritorto coperto di ghiaccio. Dell’acqua che scorre, gocciola e si infiltra nel terreno fangoso. E sopra: un cielo grigiastro, che non è bello né brutto, soltanto inquietante. Una scuola, una campanella che trilla, una fiumana di ragazzini festosi che si riversa nel cortile. La macchina da presa si concentra su un dodicenne biondo con la giacca rossa, lo sfiora appena, lui esce dall’inquadratura che invece rimane fissa sulla strada, tante persone brulicanti come coriandoli che continuano a esistere suo e nostro malgrado. Un americano avrebbe scelto inquadrature deflagranti, con azioni centrifughe, ogni atomo di vita che si scapicolla verso l’esterno in un boato tumultuoso. Invece siamo in Russia e i russi accarezzano, suggeriscono, accennano. Basta un ammiccamento a un personaggio, una giacchetta rossa che sventola sul fondale plumbeo di un’anonima città dell’est, ed ecco che la storia è lì, srotolata davanti ai nostri occhi.
loveless3Un ragazzino di nome Alyosha (Matvey Novikov) cresce in una famiglia (disfunzionale) come tante, due genitori stanno divorziando: il padre (Alesksey Rozin) non dorme più a casa, ha un’altra donna che è pure incinta, ritorna soltanto per litigare con la moglie e per questionare sull’appartamento in vendita. La moglie (Maryana Spivak), che pure lei ha un altro uomo, è vestita sportiva, maglietta scollata, pantaloni aderenti e felpe da palestra, un cellulare sempre pronto a consacrare la sua bellezza in tanti, inopportuni selfie: ristorante, messa in piega, estetista. Andrej Zvjagincev ci risparmia le foto al gabinetto con la boccuccia a culo di gallina, perché non ne ha bisogno: la Russia che riprende è essa stessa un cesso smaltato e disinfettato, dove gli escrementi ribollono sotto l’apparente educazione di una nuova e rampante classe borghese.

loveless4Sì, quelli di Zvjagincev sono borghesi troppo simili a noi, amanti del buon vino, delle belle donne, della tecnologia, della dolcevita europea, ma non dei propri figli. Non li odiano, loro, semplicemente non li amano. Loveless, nelyubov: assenza di amore. E li amano talmente poco che questi stessi figli, intrappolati in un mutismo disarmante, chiusi nelle geometrie di appartamenti sempre bui, carichi di ammennicoli e chincaglieria, a un certo punto scompaiono dall’orizzonte degli eventi famigliari. Si fanno trasparenti come la tappezzeria e nessuno riesce più a vederli. In Loveless uno di loro, il giovane protagonista, scompare per davvero. Sguscia dall’appartamento, arrabbiatissimo con questi genitori indifferenti a tutto, non cattivi ma nemmeno premurosi, semplicemente assenti, e chissà dove finisce. Partono le ricerche, si perlustrano i boschi, le campagne di sterpaglie e ramoscelli rinsecchiti, di vecchie strutture sportive scorticate e piene di muffe che, come nel cinema di Tarkovskij, trasudano e sgocciolano acqua stagnante dai soffitti.
loveless5Come ne Il ritorno (2003), in Leviathan (2014) e un po’ nel meno conosciuto Elena (2011), Zvjagincev parla del buio che ci portiamo addosso, della tenebra che scava dentro di noi e che si irradia come un male depravato proprio in ciò che abbiamo di più caro: la famiglia. Colpiti dallo stesso dolore che li spinge all’irrimediabile allontanamento dai figli, questi genitori spaesati, che sono a loro volta figli di genitori abbandonati e abbandonanti, girovagano per la periferia, per i boschi dimenticati, per le campagne alla ricerca di se stessi, ma senza mai trovare nulla se non il vuoto di cui sono la speculare identità. Per il regista, cresciuto a cavallo tra il crollo dell’impero sovietico e il mondo che ne è venuto dopo, tra economia pianificata e liberismo, questo incolmabile senso di nulla è persino ereditario, viene dal passato e si muove verso un futuro imprevedibile, non risparmia nessuno e anzi finisce per diventare il fondamento della nostra contemporaneità. Le parole, quelle che si dicono ma soprattutto che non si dicono, alla fine tornano al mittente, in un dialogo esclusivo con se stessi di cui il selfie è l’incontrastato alfiere: la propria immagine, mediata dal computer, dalle reti sociali, dagli smartphone, diviene l’unico paradigma di un’esistenza altrimenti inesistente.


Per l’altro non c’è posto, né per gli affetti né per i propri figli. E come tanti cerchi concentrici scaturiti dal lancio di una pietra, che vibrano verso l’esterno fino a lambire i bordi dello stagno, questa indifferenza infetta l’intera società partendo dal piccolo, dal microcosmo: le famiglie che i due protagonisti tentano di ricostruire dopo il divorzio; la religione ortodossa, risorta dalle proprie ceneri come in Leviathan, e come in Leviathan capace di farsi apologeta di un capitalismo fondamentalista che cerca appoggio nella politica o nel terziario avanzato; la polizia e la magistratura che, di fronte alla scomparsa di un minore, tergiversano e lamentano la mancanza di tempo e fondi da dedicare all’indagine. Il sociale si rispecchia nell’economia politica, e il contesto politico è sempre determinato dalle scelte sociali. Noi siamo ciò che mangiamo, non dimentichiamocelo.

Marco Marchetti

Loveless – Nelyubov

Regia: Andrej Zvjagincev. Sceneggiatura: Oleg Negin, Andrej Zvjagincev. Fotografia: Michail Kricman. Montaggio: Anna Mass. Musica: Evgueni Galperine, Sacha Galperine. Interpreti: Maryana Spivak, Aleksey Rozin, Matvey Novikov. Origine: Russia, 2017. Durata: 127′.

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