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Magic in the moonlight

Anni ’20. Stanley Crawford, in arte Wei Ling Soo, è un mago. Paradossalmente però non crede nella magia. Anzi, per essere precisi non crede che esista proprio nulla al di là di ciò che è fisicamente tangibile e razionalmente spiegabile. Nei suoi trucchi infatti cerca sempre di mostrare una padronanza assoluta delle tecniche dei grandi illusionisti. La sua specialità, nonché la ragione del suo tronfio egocentrismo, è quella di scoprire gli inganni di presunti spiritisti magic in thesmascherandone le mosse. Quando però un amico d’infanzia gli chiede di smascherare la giovane e adorabile chiaroveggente Sophie Baker, il protagonista vedrà messo alle strette il suo raziocinio e nemmeno il suo sarcasmo riuscirà a fermare il sospetto che la ragazza possa essere effettivamente una spiritista qualificata.

Woody Allen torna nella Francia degli anni venti dopo la recente esperienza di Midnight in Paris (2012) e alla commedia improntata sullo spiritismo, come era avvenuto in alcuni precedenti lavori tra i quali spicca il dimenticato Commedia sexy in una notte di mezza estate (1982) o il più recente Scoop (2006). Woody Allen affida questa volta il suo alter ego ad un inaspettato Colin Firth, che riesce bene nella parte del cinico gentiluomo inglese di mezza età. Al di là dello snobismo che tendenzialmente accompagna l’uscita di un nuovo film alleniano, ci si ritrova davanti ad un lavoro che riserva qualche piccola sorpresa. Anzitutto il proseguimento di un ragionamento pluridecennale sul sovrannaturale, in cui si include anche il discorso sulle credenze religiose e l’agnosticismo. Siamo però assai lontani dalla cupa malinconia che caratterizzava questo tema nelle passate pellicole. Basta ricordare in tal senso l’ironia del personaggio di Allen nel film Hanna e le sue sorelle (1986), ma anche dalle tragedie più nere che coinvolgono i protagonisti di Match Point (2005) o di Crimini e misfatti (1989). Qui sussiste una feroce speranza di essere in errore, di vedere la propria assenza di fede come una clamorosa cantonata. Il fatto che Sophie Baker possa effettivamente entrare in contatto con l’Aldilà e abbia percezioni ultrasensoriali spingono il protagonista maschile a riprendere fiducia nella bellezza del mondo, addirittura come nei tempi della gioventù. Non è un caso infatti che l’euforia della consapevolezza abbia luogo in un planetario durante un forte temporale, quasi ricalcando il momento dell’innamoramento nella scena del capolavoro Manhattan (1979). Attenzione però, non è che la senilità abbia reso Woody Allen religioso (e lo dimostra il fatto che faccia ammettere al personaggio di Stanley che la preghiera è la più sciocca ed inutile delle abitudini), quello che è assolutamente capovolto è il secondo tema di questo film e di tutto il cinema alleniano in generale, ovvero l’amore.
In questo snodo concettuale percepiamo una novità interessante perché proprio il rapporto sentimentale sembra essere l’unica forma di irrazionalità accettabile per i personaggi. Il concetto, si noti bene, è lo stesso che vedeva espresso nel finale di Io ed Annie (1977), solo che questa volta non c’è bisogno del filtro del cinema per rendere la magia amorosa possibile. Addirittura si ribalta in un certo senso il  finale de La Rosa Purpurea del Cairo (1985) nel quale MagicMoonlightCecilia scopriva che l’amore è bello e romantico soltanto nei film. Questa volta Allen lo rende vero e possibile nel mondo reale, addirittura come meraviglioso antidoto alla caducità della vita all’assenza del paranormale. Non sappiamo se possa centrare la relazione scandalosa con la sua figlia adottiva che lo coinvolge direttamente, ma maliziosamente si potrebbe considerare che Emma Stone (Sophie) ha molti meno anni di Colin Firth e che forse la circostanza non è del tutto casuale.
Ancora una volta Woody Allen usa il cinema per riflettere su se stesso, mettendosi sotto i riflettori e psicanalizzandosi. A noi resta un film gradevole, anche se a dirla tutta infastidisce un po’ la cornice patinata della Costa Azzurra e la descrizione di un mondo borghese profondamente ottuso. In ogni caso è  bello scoprire un senso di appagamento personale del regista finora mai espresso così nitidamente. Le delusioni sono state tante, lo spaesamento del diventare una celebrità troppo in fretta, con tutti gli obblighi del caso e una profonda stanchezza che si trascina di film in film sono sempre stati la caratteristica di questo regista. Questa volta però, ci viene mostrato come anche il fardello più pesante diventi leggero se condiviso con qualcuno a cui si tiene davvero.

Giulia Colella

Magic in the Moonlight

Regia e sceneggiatura: Woody Allen. Fotografia: Darius Khondji. Montaggio: Alisa Lepselter. Interpreti: Emma Stone, Colin Firth, Marcia Gay Harden. Origine: Usa, 2014. Durata: 98′.

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