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Milano. Capodanno 2005-2006. Il Notturno di Francesco Ballo

Un cameracar ipnotico lungo 220 minuti

Milano Film Festival 2021, 10 ottobre, Meet (ex Oberdan).
Occasione unica per vedere Milano. Capodanno 2005-2006, 220′ di camera car,
e riprendere il filo sul cinema di Francesco Ballo dopo i files e il bellissimo Alle origini, programmati tre anni fa

Sono seduto in poltrona e dentro un’immagine che potrebbe essere una soggettiva in movimento. Un’automobile in retro lascia un parcheggio che guarda Porta Garibaldi, 16 anni fa. Ore 19, 31 dicembre. D’ora in avanti solo la città.

Immagino di fermare l’auto in un punto qualsiasi di Milano e sgranare gli occhi. Da spettatore, ospite nell’inquadratura, posso immaginare qualsiasi cosa. Il 2005 è scivolato dalla Sony 1000 di Francesco Ballo per sbriciolarsi e farsi poltiglia sull’asfalto bagnato di nevischio e fango. Ho perso l’orientamento. Cerco di decifrare i segni particolari di un marciapiede, di un edificio senza portone, un divieto di sosta sbiadito, in questa strada secondaria, periferica, come fosse una frase di raccordo, un connettivo lineare, tra l’aristocrazia urbana di viali e corsi, Fori e archi trionfali, pavé luccicante, nel poema cinematografico che è Milano. Capodanno 2005-2006. L’auto invece non spegne il motore per 220 minuti, chiaramente un artificio narrativo che condensa le quasi dodici ore di girovagare compulsivo per Milano, dalla sopraelevata di Porta Garibaldi alla sopraelevata di Porta Garibaldi. I semafori rossi si fanno punteggiatura nell’incedere morbido che potrebbe durare all’infinito. La macchina da presa guarda come fosse un bambino poggiato sul cruscotto, ipnotizzato, tanto da dimenticarsi di chiedere quanto manca alla fine del viaggio?.
Già questo ha del miracoloso. Sei in un’auto di cui non vedi nulla se non il parabrezza e i tergicristalli che per metà film lottano per asciugare il lunotto, non hai idea di chi ci sia all’interno oltre all’autore, di cui sentiamo la voce ad ogni cambio di bobina (anzi di cassetta MiniDv), giusto per riportarci alla forma del documentario. La città scorre ai lati del campo visivo, come Venezia o il Nilo o la ferrovia nei piccoli film Lumière, e il movimento sinuoso tra le vie della città sembra bruciare il tempo invece di appesantirlo. Inizialmente è questione di archeologia, tra fantasie di reperti sparsi – un Blockbuster, cabine telefoniche, la colonnina di benzina API in Visconti di Modrone – e agglomerati oggi scomparsi. Certamente è un caso (c’è della veggenza in Ballo?) che il film inizi e finisca circolarmente laddove la città nell’ultimo decennio più si è trasformata. L’eco delle Varesine che sedici anni fa già avevano perso traccia delle giostre del Luna Park – un ricordo da cineteca! – diventa struggente.
Ogni svolta segue la logica della scrittura automatica, il camera car come inchiostro per sovrascrivere le strade di Milano con la logica del piano sequenza, che poi sono piani a seguire. Un detour pulsionale che trasforma ogni fluviale inquadratura in un mosaico situazionista.
La festa dovrebbe essere dietro l’angolo: ma dove le luminarie annunciano allegria, le strade deserte in prossimità della mezzanotte sorprendono, e trasformano questa visione – perché è una visione – in uno spettro. Ho in mente un Requiem, la descrizione immersiva in un corpo che non esiste più, scomparso: in una delle immagini più spiazzanti del film, c’è un’auto nel senso opposto di marcia che non procede come naturalmente dovrebbe fare, ma retrocede, pare fuggire dall’inquadratura, i fari si allontanano, sembrerebbe un rewind all’interno del quadro, un gioco con lo spazio che diventa gioco con il tempo, roba da far impallidire Deleuze.
Se il tempo convenzionale resta struttura lineare nel film, è grazie ai rintocchi vocali dell’autore che puntellano il racconto in un countdown alla rovescia verso la mezzanotte e, in seguito, verso l’alba. La festa sembra una parantesi accidentale: annunciata da timidi botti, riempie il quadro improvvisamente tra Foro Bonaparte e piazza Castello a un terzo di film, in un climax a struttura rovesciata. Ci sono auto incolonnate, la sosta forzata è teatro, un uomo scende dalla sua vettura con una bottiglia in mano, brinda e benedice, diventa protagonista della scena senza nemmeno sapere di essere in scena. In alto fuochi d’artificio. Quando l’auto riparte attraversa una fiumana eccitata; dopo qualche isolato l’orologio in Piazza Cadorna segna i primi minuti del nuovo giorno, il termometro -1. Il “cambio scena” è repentino, il documento filmato da qui in avanti vira all’astrazione, al sogno.
Nuovamente verso le periferie, passando per il Naviglio Grande, e di nuovo la città si fa cupa e vuota. Un autobus squarcia in due l’inquadratura scura in un isolato strappato al cinema noir, la festa è lontana, ma il punto ora non è più attendere l’anno nuovo, semmai aspettare senza fermarsi la prima alba del 2006. Quando dalla Circonvallazione esterna si ritorna verso il centro, non c’è dettaglio che non dia la sensazione di un ritorno sulla scena del delitto. Di nuovo Gioia, di nuovo Cadorna, di nuovo piazza Diaz, ma attraverso quali strade? Perdersi è un godimento. Forse Porta Ticinese, poi nel buio pesto emerge appena la Rotonda della Besana. Ma è la Rotonda della Besana? Quel che è certo è che dell’euforia di qualche ora prima non è rimasta traccia, nessun fuoco d’artificio a scoppio ritardato; c’è da chiedersi se ci sia stata davvero gente nelle strade, o non sia stato un incidente dell’immaginazione. Il Duemilaesei intorno al Duomo è silenzioso, la macchina da presa che indugia sulla piazza vuota è commovente.
Mentre le auto spazzatrici sono al lavoro in prossimità dell’alba, qualcosa ai margini del campo visivo rinvia ai risvegli, ai profumi di croissant appena sfornati, allo stridio di una saracinesca aperta.
La pioggia ha smesso di battere e adesso tutto è a fuoco. Lo sguardo del bambino poggiato sul cruscotto lo immagino ancora più intenso, teso a catturare tutto, davvero tutto, come farebbe un occhio innamorato, sapendo che niente è eterno e tutto cambia forma. La tua città, la vita, il cinema che le racconta.

Alessandro Leone

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