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SPECIALE Fatherland

Alla Festa del Cinema di Roma il film di Pawlikowski già premiato a Cannes

Fatherland del polacco Paweł Pawlikowski, uscito il 16 ottobre nei cinema italiani, è passato anche dalla Festa del Cinema di Roma nella sezione Best of 2026. A Cannes il film aveva vinto il premio per la miglior regia: certo il bianco e nero ben calibrato, il formato quadrato, e la messa in scena precisa, eloquente seppur minima, fanno la loro figura. Così come la storia raccontata, vera, cioè il tour letterario di Thomas Mann in Germania accompagnato dalla figlia Erika (anche se in realtà ad accompagnarlo fu la moglie), intrapreso nel 1949, cioè al termine della guerra, dopo anni di auto esilio in California. Il tema è raffinato e intellettuale, con al centro la figura carismatica e misteriosa dello scrittore tedesco premio Nobel, che nei suoi libri parlava in modo molto pessimista, quasi sgradevole, della decadente vecchia Europa. Lo sfondo del racconto è la seconda guerra mondiale (anche se presa alla fine), momento storico raccontato spesso al cinema, ma non così spesso dalla parte tedesca, che sembra ancora essere un mezzo tabù perché assume il punto di vista dei carnefici, e non quello più accettabile delle vittime. Vedendo il bianco e nero delle città distrutte che Mann e Erika attraversano nel loro viaggio si pensa per forza a Germania Anno zero di Rossellini, che infatti è un film di quasi ottant’anni fa.
L’austero Mann (interpretato da Hanns Zischler) è accompagnato dall’affettuosa ma altrettanto rigida (o solo tedesca?) figlia Erika, interpretata dalla brava Sandra Hüller, l’attrice scoperta con Anatomia di una caduta del 2023, una sorta di Cate Blanchett tedesca, alla quale assomiglia nell’aspetto fisico, nella bravura, nella occasionale alterigia. Sul loro viaggio aleggia la non presenza del fratello-figlio Klaus (August Diehl, che in Bastardi senza gloria interpretava il maggiore della Gestapo che smaschera Michael Fassbender), che non ha voluto accompagnarli e che è depresso. Erika nei confronti del padre è divisa tra la devozione (sobria, non siamo in un film americano) e il risentimento, perché freddo, addirittura impassibile nei confronti del figlio sofferente – quando Klaus mostrerà al massimo la sua fragilità (non si può dire come senza fare spoiler), Mann commenterà, quasi oscenamente, qualcosa come «è sempre stato un ragazzo viziato».
La repressione dell’emotività all’interno dei legami famigliari viene vissuta da Mann come un dato di fatto, è connaturata al suo essere un uomo totalmente radicato nella vecchia Europa. E questa intuizione del film è giusta, perché il Mann scrittore capì che le vecchie categorie si stavano disfacendo, ma non seppe mai andare oltre l’osservazione inorridita del venir meno di un mondo, diventato mortifero. Non seppe mai descrivere un’alternativa a quel che sentiva ormai come passato, ma per il quale non aveva un’alternativa. E così viene descritto nel film, come un uomo finito perché non sa rinnovarsi. Ma per la figlia, di una sola generazione più giovane, questa condizione tragica è incomprensibile, e alla fine insopportabile. E infatti le è incomprensibile la fiducia che il padre ancora ripone nelle «parole»: «Credi che le tue conferenze cambieranno qualcosa?» gli grida. Il Thomas Mann di Fatherland non capisce più la propria Germania (la sua «Heimat», termine tedesco intraducibile che indica la casa come radicamento), non capisce il figlio, e infine nemmeno la figlia. Il film restituisce questo senso di spaesamento, di non saper bene dove andare a parare: i personaggi attraversano le città del loro paese quasi indifferenti alla distruzione, non perché insensibili, ma perché incapaci di assimilarla.
Il film risente di questa condizione dei personaggi, perché dà l’impressione, come loro, di girare su sé stesso senza sapere dove andare a parare: cattura il momento appena dopo il caos, quando la polvere deve ancora depositarsi, è ancora nell’aria e la satura rendendo impossibile orientarsi, o distinguere alcunché a un palmo dal naso.

da Roma, Roberta Bennato

La storia scorre come un sussurro

Nella tragedia secolare che prende il volto di una chiesa violata dalle bombe, un organista suona, scordato, il Jesus bleibet meine Freude (lett. Gesù rimane la mia gioia) di Johann Sebastian Bach. Siedono, al centro dell’immagine, sulle macerie di una terra, di una famiglia, dilaniate dalla guerra, un padre e una figlia. «Papà, torniamocene a casa». «Ma quale casa?».
Miglior regia alla 79a edizione del festival di Cannes, ex aequo con La Bola Negra (2026) di Javier Calvo e Javier Ambrossi, con Fatherland Paweł Pawlikowski chiude la sua “Trilogia del Novecento” iniziata con Ida (2013) – Premio Oscar, nel 2015, come miglior film internazionale – e proseguita con Cold War (2018) – vincitore

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anch’esso della miglior regia a Cannes –, pellicola, ad oggi, più celebre (e più celebrata) del polacco.
Se, tuttavia, Ida ragionava, nella Polonia del ’62, sul “rimosso” post bellico e sull’assenza di fondamenta identitarie – attraverso la storia di Anna (o Ida), una novizia che apprende delle sue origini ebree alla vigilia della pronuncia dei voti –; e se, invece, Cold War metteva in scena il tentativo ideologicamente pregno, posticcio e fazioso, di rifondare quest’identità all’indomani del “divorzio” tra Oriente e Occidente, con Fatherland si ritorna direttamente all’origine: a quel fallimento primigenio dei padri di un’Europa i cui presupposti storici crollarono su loro stessi quando Gavrilo Princip premette il grilletto.
Pawlikowski sceglie, questa (ultima) volta, di dare al Novecento i severi lineamenti di Thomas Mann – insignito nel ’29 del Premio Nobel per la Letteratura per I Buddenbrook (1901), il suo romanzo d’esordio – e della figlia Erika. L’occhio del regista li mette a fuoco per una brevissima parentesi storica – l’estate del ’49 – che vede padre e figlia ritornare, per la prima volta dal (volontario) esilio bellico, in una Germania che riecheggia il rosselliniano anno zero.
Da Francoforte sul Meno (Repubblica federale di Germania, FRG) a Weimar (Repubblica Democratica Tedesca, RDT), le macerie delle (allora) due Germanie riflettono e si riflettono nella Storia familiare di un uomo, Mann, chiamato a essere tre volte padre: storico (della nuova? Germania, ove tenta una posizione ideologicamente super partes), letterario (del XX secolo, per chiari meriti culturali) e umano (di Erika e delfiglio, Klaus, morto suicida).
In Fatherland lui e la figlia Erika diventano, quindi, sintesi visiva di singolare e collettivo: una monade (con)tesa tra un’ingombrante e fallace eredità teoretica – Mann che recita, a Ovest come a Est, il Goethe – e un futuro ignoto; un futuro abitato da quei fantasmi – in primis, quello di Klaus – rifiutati dal padre, ma gelosamente custoditi dalla figlia.
Come anche per Ida e Cold War, a Pawlikowski non serve “gridare” la Storia: la lascia scorrere come un sussurro. Così che, al centro delle macerie, in un giardino di statue o in una chiesa dalle pareti scrostate, come Mann, come Erika, come un benjaminiano Angelus Novus, rimanga soltanto l’individuo. E proprio in questo sussurro vive la forza di Fatherland, perché, per Pawlikowski, il cinema non è una tela bianca da “infarcire” di oggetti ma, al contrario, un blocco di marmo da scavare affinché rimanga soltanto, nudo nella sua autoevidenza, il cinema stesso.
Pertanto, il polacco lavora per contrazioni successive: della durata (82 minuti che, in un panorama votato ormai alla dilatazione, diventano quasi una benedizione); del suono (che alterna alla ricchezza barocca di Bach momenti di scomodo silenzio) e, com’è ovvio, dell’immagine. Il formato “quadrateggiante” in 4:3, il bianco e nero di Łukasz Żal, la semi-immobilità della macchina e del montaggio, gli stacchi neri, la rigida simmetria di un quadro (e di una scenografia) pressoché spoglio, … in Fatherland si fanno essenza, discorso che va oltre la mera scelta stilistica quanto il citazionismo come omaggio o come “gioco” spettatoriale postmoderno.
In fin dei conti, guardare immagini è esattamente quello che Pawlikowski, in Fatherland come in tutto il suo cinema, chiede di fare; e Il resto – in cui, d’altronde, figura anche questo stesso commento che nasce proprio da un’immagine – rimane un (più o meno giustificato) rumore di fondo.

Penelope Beltrami

Fatherland

Regia: Pawel Pawlikowski. Sceneggiatura: Pawel Pawlikowski, Henk Handloegten. Fotografia: Lukasz Zal. Montaggio: Piotr Wójcik. Musiche: Marcin Masecki. Interpreti: Sandra Hüller, Hanns Zischler, August Diehl, Anna Madeley, Joanna Kulig. Origine: Pol/Ger/Ita/Fra, 2026. Durata: 82′.

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