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79° Festival di Cannes: Palma d’oro a Mungiu

Una Cannes ancora più politica del solito e un bel palmarès per un concorso di buon livello. Vince l’Europa dell’est con un filotto dei premi maggiori. La Palma d’oro dell’edizione 79 è stata assegnata al romeno Cristian Mungiu per Fjord, pellicola ambientata in Norvegia con protagonisti Sebastian Stan e Renate Reinsve.

Cristian Mungiu

Mungiu, premiato da Tilda Swinton in abito rosso, aveva già trionfato nel 2007 con 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni ed entra nel ristretto circolo dei doppi vincitori (tra gli altri ci sono Francis Ford Coppola, i fratelli Dardenne, Ken Loach, Emir Kusturica e Michael Haneke). Un lungometraggio narrativamente compatto e coinvolgente, che mette a nudo in maniera articolata le contraddizioni del mondo odierno e tratta di tolleranza, educazione, normalità e fondamentalismi. “Il film tratta di cose che in molti pensiamo ma che non osiamo dire ad alta voce. Parliamo tanto dei problemi del nostro tempo e del bisogno di cambiamento, ma dobbiamo cominciare il cambiamento da noi stessi. Tolleranza, inclusione ed empatia sono parole che usiamo abitualmente, ma dobbiamo metterle in pratica più spesso” ha affermato sul palco il vincitore, che in precedenza aveva ricevuto i premi della giuria ecumenica e della stampa Fipresci. Fjord, accolto con lunghi applausi dal pubblico, succede a Un semplice incidente dell’iraniano Jafar Panahi nell’albo d’oro.

Minotaur di Andrei Zvjagintsev

La giuria presieduta dal regista coreano Park Chang-Wook ha poi attribuito il Grand Prix a Minotaur dell’esule russo Andrei Zvjagintsev, altro film duro di dilemmi morali che parla direttamente dell’invasione dell’Ucraina partendo da un manager che nell’autunno 2022 deve scegliere 14 tra i suoi dipendenti da far arruolare nell’esercito invasore. Il premiato si è espresso nella sua lingua madre rivolgendosi a Vladimir Putin senza nominarlo: “milioni di persone da una parte e dall’altra del fronte non aspettano altro che si metta fine a questa carneficina. L’unica persona che può farlo è il presidente della Federazione russa. Metta fine a questa carneficina”.
La lunga cerimonia di chiusura, condotta dall’attrice Eye Haïdara nota per C’est la vie di Nakache e Toledano, ha visto vari ex aequo, cominciando dal Premio per la regia andato a La bola negra degli spagnoli Javier Calvo e Javier Ambrossi e al polacco Pawel Pawlikowski per Fatherland. Curiosamente si tratta di due pellicole storiche che ruotano intorno a due grandi scrittori del Novecento: da una parte il dramma teatrale perduto di Federico Garcia Lorca, in un film troppo calcato, dall’altra Thomas Mann di ritorno in Germania alla caduta del nazismo.

Virginie Efira e Tao Okamoto in All of a Sudden

L’Italia assente dal concorso è stata rappresentata da Pierfrancesco Favino che ha consegnato il premio di migliore attrice a Virginie Efira e Tao Okamoto per All of a Sudden del giapponese Ryusuke Hamaguchi. Il cineasta di Drive My Car è tornato con un’opera forse meno elegante e stilosa della precedente, ma più sentita, di un umanesimo profondo, che porta a riflettere sulla malattia mentale, la vecchiaia e il fine vita, sottolineando il valore dell’esistenza fino al termine. In condivisione pure il premio per i migliori attori, andato ai giovanissimi Emmanuel Macchia e Valentin Campagne per Coward del belga Lukas Dhont (Close e Girl), ambientato nelle trincee della Prima guerra mondiale, quando i reparti si alternavano nei compiti, tra la consegna dei rifornimenti, i trasporti dei feriti, la sepoltura dei cadaveri nelle fosse comuni e gli attacchi con le baionette. Gli spettacoli di intrattenimento per le truppe sono l’occasione per cementare il rapporto tra la schiva recluta Pierre, il “codardo”, e il carismatico e inventivo Francis. Un film di guerra diverso dagli altri, nel quale l’arte può offrire una salvezza.
Meritatissimo anche il premio della miglior sceneggiatura al francese Emmanuel Marre per Notre salut con uno straordinario Swann Arlaud, altra vicenda storica (e parecchie assonanze con Minotaur) ambientata negli anni ‘40: l’autore è partito dagli scambi epistolari del bisnonno, impiegato della Repubblica di Vichy, con la moglie.
Il Prix du jury è andato a Das Geträumte Abenteuer – The Dreamed Adventure della tedesca Valeska Grisebach, presentato l’ultimo giorno, dramma rurale in Bulgaria, tra traffici del confine con la Turchia e l’eredità comunista.
In precedenza Isabelle Huppert aveva tenuto un appassionato discorso per la Palma alla carriera (la terza dopo quelle consegnate a Peter Jackson e John Travolta) al mito Barbra Streisand, purtroppo assente a causa di un infortunio. La Caméra d’or per il miglior film d’esordio al ruandese Ben’imana di Marie-Clémentine Dusabejambo, incentrato su una sopravvissuta al genocidio del 1994, e presentato nella sezione parallela Un certain regard.

da Cannes, Nicola Falcinella

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