RecensioniSlider

Speciale Il figlio di Saul

figlio_saulNegli ultimi tempi è difficile sorprendersi totalmente al cinema, questo è uno di quei casi poiché László Nemes realizza il film più potente e innovativo dell’ultimo decennio, nonostante il tema sia l’Olocausto, che ha avuto maree di rappresentazioni. All’ultimo Festival di Cannes il film ha sbalordito e ha incontrato un consenso pressoché unanime, aggiudicarsi il Grand Prix, il secondo premio dopo la Palma d’Oro.

Aushwitz, l’ebreo ungherese Saul è un Sonderkommando, uno di quegli internati scelti, al prezzo di qualche privilegio, per spogliare chi viene condotto alla camera a gas, per ripulirle dopo l’uso, per bruciare i cadaveri nei forni. Un giorno tra i corpi tirati fuori dalla camera a gas c’è anche quello di un ragazzo ancora vivo, verrà finito subito da un medico tedesco ma questo episodio provoca un sussulto in Saul: si autoconvince che è suo figlio e da quel momento ha solo un obiettivo in testa: trovare un rabbino per celebrare un funerale e dargli una sepoltura degna. Inizia così un vorticoso viaggio nel girone infernale del campo di sterminio.
Nemes dimostra di avere un’idea di cinema vera e fa una scelta di campo precisa: racconta tutto attraverso il volto di Saul, uno straordinario non saulattore (Géza Rӧhrig è un poeta e scrittore ungherese). Il film è girato in pellicola col formato 4:3, che restringe il campo visivo, e con un unico obiettivo, il 40 mm, così tutto il quadro è quasi sempre riempito dal volto, dalla nuca e dagli occhi di Saul. L’inquadratura è quasi sempre un’auto-soggettiva e, con camera a mano, il regista pedina Saul in questo suo errare. Il punto di vista è sempre il suo, una prospettiva esemplare, ridotta all’essenziale. L’inferno di Aushwitz è fuori campo, quasi sempre fuori fuoco, fuori controllo, ci viene restituito solo con le espressioni del volto di Saul e attraverso un lavoro sonoro clamoroso, brutale, sconvolgente. Piani-sequenza non sempre lunghi e mai estetici, senza virtuosismi, Nemes non abusa mai del formalismo, alterna brevi e lunghe sequenze in cui l’autosoggettiva diventa a volte soggettiva, il punto di vista è però chiaro e preciso: noi spettatori siamo con Saul, vediamo e sentiamo l’orrore come lo subissimo, ci ritroviamo in questa sua testarda volontà, soffochiamo e respiriamo con lui, e così riscopriamo un’identità che era stata spogliata (cinematograficamente nella prima sequenza, storicamente molto più in là).
Il film è ancora più importante poiché è un’opera prima, il trentottenne László Nemes, già assistente di Béla Tarr, aveva all’attivo solo tre cortometraggi, ma uno di questi With a little patience (cortometraggio pluripremiato del 2007 che si può vedere qui) è già un anticipo di Saul e ne è uno straordinario controcampo: il corto è girato esattamente alla stessa maniera, ma la protagonista è una giovane burocrate del campo di concentramento impiegata in pratiche amministrative mentre fuori c’è l’orrore.


Una delle questioni che sempre ci si pone davanti a film sulla Shoah è come si possa rappresentare una fabbrica di morte. Nemes ci dà con questo film una possibile risposta attraverso uno straordinario discorso formale ed è paradossale notare che proprio la forma, quando è abusata, può rendere un film finto e orribile (il famoso carrello di Pontecorvo in Kapò definito abietto da Rivette), oppure può essere così incredibilmente coerente e vera, come in questo caso. Tutto ciò dimostra quanto il cinema possa essere pericoloso se messo in cattive mani, bisogna essere dei grandi registi per poterlo “utilizzare”. E László Nemes è uno di questi.

Claudio Casazza

Il girone della carne

… e tutto intorno i corpi venivano spogliati, spinti brutalmente verso l’inferno che aveva colori bruni squarciati da improvvise fiammate e, dove non v’era fuoco, si aprivano direttamente larghe fosse scavate senza criterio che non fosse quello dello spazio sufficiente per un rogo di carni. E quando i gruppi numerosi di donne, uomini e pure bambini e vecchi, prendevano altre vie, venivano freddati a sangue freddo con un proiettile in testa, per cadere pesanti sulla propria ombra. Poi, con ordine maniacale, le carni senza vita e imbrattate di sangue finivano al macello, il-figlio-di-saul-5spezzettate a dovere per entrare nei forni, aggiungendo cenere ad altra cenere. E questa cenere, che ancora tratteneva le urla soffocate dal terrore e doppiate nell’incubo sonoro di un colpo di pistola, queste ceneri, grigie, volatili, dalla creazione alla cremazione, venivano caricate su mezzi di trasporto prima e riversate sulle rive di un fiume dopo, spalate dai prigionieri sotto l’egido zelo dei kapò. Tutti imbrattati dalla macchina della morte, tutti spenti dalla terribile miseria della storia. Anche Saul vede, illuminato per un attimo dalla follia di un figlio mai concepito, o concepito nella fantasia di un rapporto incestuoso, con la Storia forse, puttana insaziabile del Novecento. L’unica risposta all’esecuzione di un bambino che diventa figlio, è adottarne il corpo e darne dignitosa sepoltura.
Sullo sfondo del più scioccante e lungo primo piano che io ricordi, la cornice, costretta ai 4:3, è impalcatura fragile intorno a un rudere in rovina: brandelli di uomini e donne, appena visibili, tinteggiature di rosso abbozzato sui grigi e ocra spenti delle superfici del mattatoio; e il 40mm che perde la profondità di campo, che non la cerca nemmeno, che perde il fuoco e la nitidezza, che si vergogna di scavalcare lo sguardo di Saul, eroico e visionario. I suoni agghiaccianti cercano un varco in ogni inquadratura. Si salvano dall’orrore i sordi e i ciechi. Il cinema non si tocca per fortuna. Il ritratto più doloroso e spietato di un campo è un film horror che mina il subconscio, per farlo saltare in aria trenta secondi prima dei titoli di testa.

Alessandro Leone

Il figlio di Saul

Regia: László Nemes. Sceneggiatura: Clara Royer, László Nemes. Fotografia: Màtyàs Erdély. Montaggio: Matthieu Taponier. Interpreti: Géza Rӧhrig, Levente Molnàr, Urs Rechn. Origine: Ungheria, 2015. Durata: 107′.

Topics
Vedi altro

Articoli correlati

Back to top button
Close