Viscido, oscuro, mesmerico. La nuova pellicola di Paolo Strippoli, germoglio fruttifero del cinema horror, è come un organismo stratificato che, racchiuso da una scorza ruvida e respingente, contiene in verità una matassa di radici profondamente interconnesse. Basta trovare un punto di inizio, una fessurazione del testo o una variazione di linguaggio, e da lì, da quel buco, sgorga un insieme articolato di significati che scomodano ogni sfumatura
delle patrie tradizioni: a partire dal cinema propriamente detto. L’estranea non è cosa di per sé metacinematografica, eppure rifiuta e sovverte radicalmente la memoria filmica degli ultimi trent’anni almeno, per celebrare il ritorno, sanguinario e viscerale, letteralmente, alla tradizione antica: quella dei Bava, Argento e Fulci – la Sacra Trimurti che rese il cinema nostrano oggetto di gloria imperitura per il mondo intero. Ecco, Strippoli assembla una strumentazione di qualità e assai costosa, e si diverte lui – come un regista mattacchione e un po’ illusionista – a sfavillare con le luci, stordendo e colpendo con una fotografia che ora è levigata e levigante, e che ora si abbuia appena il dramma si intinge di tenebra. Dedicandosi allo smontaggio del film, rivelandone anzi il meccanismo interno, l’abilissimo regista rischia il monumentalismo estetizzante, dove tutto è allisciato e ben scolpito – ma è soltanto un modello, il pattern metodologico che ormai, in questo cinema intestinale, fondato sull’oscurità delle pulsioni, persegue una strada non dissimile da quella dell’altrettanto visionario Andrea De Sica con Gli occhi degli altri (2025). Il degrado e la violenza sono cioè raccontati con eleganza, come se meritassero elevatezza di stile e profusione di investimenti. Comunque Strippoli connatura la sua regia, geometrica e implacabile, tutta giocata su forma e simmetria, a una sceneggiatura dettagliatissima ideata con Salvatore De Chirico. Non si dà l’una senza l’altra, significato e significante si intrecciano come un nastro di Moebius dove la superficie del primo è il prosieguo naturale del secondo.
All’apparenza, appunto, è il patto con il demonio: l’estranea del titolo (Valeria Bruni Tedeschi) è archetipo dell’inconscio profondo, creatura magmatica del sogno che tutto può e tutto fagocita. Questa emanazione del destino stringe un accordo con una madre (Jasmine Trinca) la cui figlia rischia di perdere una gamba a causa del morso di un cane. Le condizioni sono assai semplici: la salute della figlia in cambio del sacrificio del fratellino che, promessa del calcio e amatissimo da papà (Adriano Giannini), andrà incontro al progressivo ma inesorabile sfacelo del corpo. Dapprima prenderà qualche chilo, innocentemente, come una debolezza adolescenziale destinata a transitare nell’età adulta; poi come malattia invalidante, che trasforma la carne soda della vittima in una mostruosità cetacea sconvolta da una perpetua brama divoratrice. Basandosi su una tribale legge di contrappasso – una vita per una vita, un dolore per un dolore, una rinuncia per una rinuncia – Strippoli innesca un effetto valanga, con sottotrame che preludono ad agghiaccianti colpi di scena e che sussumono a una specie di cannibalica ed ellenica Ananke. Dal microcosmo della famiglia, scomposta, analizzata e declinata lungo un arco temporale di venticinque anni, fino al macrocosmo dell’orrore primordiale, Strippoli allestisce un progetto di ampio respiro, che si sfrangia in ogni declinazione del genere e del sottogenere: body horror, orrore psicologico, thriller demoniaco, elevated horror e via discorrendo. Sì, L’estranea è una specie di monade concettuale, uno spazio narratologico che si satura di cose quotidiane, di paure ancestrali e dei rapporti disagiati con cui noi tutti affrontiamo le nostre esistenze; ma è anche e primariamente una riflessione sul cinema e sulla sua storia, sulle origini e sulle futuribili declinazioni di una categoria in continua mutazione.
Marco Marchetti
Una deriva psicologica a forma di spirale
L’estranea, quarto film di Paolo Strippoli, conferma il talento di questo giovane astro nascente del cinema italiano, che già da anni porta sul grande schermo ottimi titoli di un genere, l’horror, per il quale noi italiani eravamo l’avanguardia e abbiamo fatto scuola, per molto tempo, a una moltitudine di registi anglosassoni. Strippoli, però, ama utilizzare i codici del genere per raccontare storie che vanno ben al di là del genere stesso e lo dimostra limpidamente proprio con questo film.
Roma, 2026. Anna (una gelida ed algida Jasmine Trinca) è la protagonista di questo labirintico dramma familiare che, all’inizio della pellicola, vediamo recarsi, tra i flutti di una pioggia torrenziale, quasi biblica, nell’appartamento della figlia trentenne (Alice, una sempre più brava Romana Maggiora Vergano), con la quale ha un rapporto conflittuale. Vuole confessarle una storia, la vera storia nascosta e taciuta della loro famiglia, e ciò che lei ha fatto nel corso degli anni e come le sue scelte hanno portato alle situazioni e ai rapporti che stanno vivendo.
Da questo momento, la pellicola torna indietro e, tramite una suddivisione a capitoli, uno per ogni membro della famiglia, inizierà il racconto vero e proprio della storia dei Colonna, una famiglia di nuovi ricchi baresi che, alla fine degli anni ’90, è riuscita a fare “il grande salto” e ad arricchirsi enormemente grazie ad una sartoria frequentata da tutta la “Bari bene”. Per festeggiare il loro nuovo status sociale, organizzano uno sfarzoso white party a Ferragosto e sarà proprio durante questa occasione di ostentazione e teatralità che avverrà la tragedia: Zuppa, il novello cane di famiglia, azzanna la figlia più piccola, Alice, la quale rischia di perdere la gamba.
I membri della famiglia, la madre, il padre Walter (interpretato da Adriano Giannini) e il figlio adolescente Tobia, si precipitano in ospedale e riescono a farci percepire un dolore vero, un’angoscia disarmante ed è, proprio in questa occasione che la madre, ritiratasi in preghiera nella cappella dell’ospedale, entra in contatto con l’elemento magico della pellicola, una melliflua e mefistofelica Valeria Bruni Tedeschi che inizia a farle da confidente e le offre una soluzione, uno scambio tramite un patto: la salvezza della gamba della figlia per un progressivo e apparentemente innocuo aumento di peso del figlio.
Da questo momento in poi, il film assumerà la forma di una spirale, un vortice che trascina in giù, verso abissi morali sempre più profondi, facendo reiterare alla protagonista scelte e simili patti in un’escalation di conseguenze sempre più distruttive per le coscienze e la tenuta dei legami, tentando, il più possibile, di optare per il male minore o di preservare le apparenze e l’immagine che il mondo esterno ha delle loro vite perfette, delle vite “da invidiare”.
La messa in scena di questa deriva psicologica passa attraverso la sapiente e puntuale regia di Strippoli, il quale si avvale di ottime scenografie e confeziona il tutto con riprese evocative, significative e mai estetizzanti. Ad esempio, la bellezza della scenografia e la sua ricercatezza si mostra fin da subito attraverso la sequenza della grande festa: il bianco è il colore dominante, la brillantezza del sole è quasi accecante, vi sono da gestire molteplici comparse in una scena tutta in presa diretta, l’attenzione ai particolari, ai vestiti, agli atteggiamenti, alle risate oscene e a agli elementi di disturbo (le bocche, il cibo, le sigarette tra i denti, i gioielli…) mostrano come Strippoli sia un regista con già una grande padronanza del linguaggio cinematografico. Tendendo poi l’orecchio ai discorsi dei familiari e degli astanti si evincono le tematiche su cui il regista indirizzerà il nostro sguardo per il resto della pellicola.
E qui emergono tutte le proiezioni narcisistiche che i genitori hanno sui propri figli (Anna vorrebbe per la figlia un futuro d’attrice – che lei non ha avuto – ed è orgogliosissima della pubblicità della Barilla per cui è stata selezionata Alice), mentre Walter vede in Tobia un futuro calciatore di successo e lo obbliga ad estenuanti allenamenti che il figlio preferirebbe evitare. In particolare, saranno le scelte della madre ad ogni incontro con l’estranea a rispecchiare la sua(nostra) profonda e inquietante voce interiore, egoistica e interessata al soddisfacimento del piacere più immediato o del desiderio più afferrabile. Un desiderio che è proprio di Anna e non dei figli e che nasconde anche un’altra terribile e indicibile verità: la preferenza di un figlio rispetto ad un altro o, addirittura, il disprezzo, borghesemente nascosto, verso ciò che sta diventando il giovane Tobia (quando quest’ultimo inizierà ad essere oltremodo in sovrappeso).
Complementare al desiderio narcisistico dei genitori, vi è, però, anche la creazione, sempre da parte loro, di corazze, perlopiù mentali, intorno ai propri figli, mostrandosi disposti a tutto pur di proteggerli e di non far loro sperimentare alcun tipo di sofferenza, ma intrappolandoli in una gabbia dorata che, a alla lunga, può risultare più dannosa e traumatica dell’esperienza stessa del dolore. Ciò sarà ben visibile dai rapporti che avranno Tobia e Alice con la madre nel 2026, ad anni di distanza dagli eventi che hanno segnato la loro giovinezza.
E infine vi è lei, l’estranea: la figura diabolica, il demone sussurrante, la seconda possibilità, la scorciatoia, il fine che giustifica i mezzi o, molto più semplicemente, la parte più nera e meno visibile dei nostri pensieri, delle nostre aspirazioni e insoddisfazioni, il male stesso e la possibilità di compierlo, il diavolo. Un diavolo che non è mai esistito o che è sempre esistito ed è dentro di noi.
In conclusione, è utile segnalare quella che, per chi scrive, rappresenta una delle scena più terrificanti viste al cinema in questo 2026 e che può benissimo essere la chiave di volta interpretativa del film: durante la serata finale dei mondiali del 2006, Anna si ritrova, dopo che un fatto terribile ha di nuovo colpito la sua famiglia, sola, bloccata in macchina, subissata dai festeggiamenti sguaiatamente eccessivi, quasi ripugnanti; la sua sofferenza è anch’essa paralizzata, sospesa. Anna è costretta a viverla fino in fondo, impossibilitata a uscire da quell’ “inferno”, avviluppata da un’orda di anime che sbattono sui finestrini della sua auto, che gridano di gioia e che non possono comprendere e non hanno tempo per capire cosa sta succedendo all’interno di quel veicolo, dentro quella vita, nella psiche di una donna e di una madre distrutta. La scena risulta, così, fortemente allegorica, come lo è tutta l’opera imbastita da Strippoli, un’opera che è disseminata di trovate che vanno in direzione dell’horror ma che è anche un film profondamente psicologico e freudiano ma che, altresì, vuole giocare con un pizzico di sovrannaturale e con i sogni e gli incubi borghesi, in quello che risulta essere un piatto variegato ma cucinato con gusto ed eleganza.
Stefano Luppi
L’estranea
Regia: Paolo Strippoli. Sceneggiatura: Paolo Strippoli, Salvatore De Chirico. Fotografia: Cristiano Di Nicola. Montaggio: Federico Palmerini. Interpreti: Jasmine Trinca, Adriano Giannini, Valeria Bruni Tedeschi, Romana Maggiore Vergano. Origine: Italia/Francia/Belgio, 2026. Durata: 115 ′.




