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The imitation Game

Chissà dove saremmo senza Alan Turing e le sue intuizioni. Non solo a livello di tecnologia ed informatica, perché qualcuno avrebbe probabilmente potuto raggiungere il medesimo risultato, quanto a livello etico, politico e sociale. Sorprende credere che un gruppo ristrettissimo di persone, capeggiate da un The-Imitation-Game-Quad-poster-Benedict-Cumberbatch1ventisettenne quasi autistico, abbia potuto cambiare le sorti del secondo conflitto mondiale. Proprio questo sembra essere l’elemento che scatena la curiosità del regista norvegese Morten Tyldum che presenta il critto analista Alan Turing mentre svolge l’interrogatorio che lo porterà ad una delle condanne più crudeli della storia britannica recente. Solo nella stanza costringe il suo giudice ad ascoltare l’incredibile racconto di un nucleo operativo segretissimo deputato a svelare, avvalendosi solo della scienza dei numeri, i messaggi di guerra nazisti e criptati attraverso la sofisticatissima macchina Enigma. Migliaia di calcoli giornalieri che non riescono comunque a produrre risultati determinanti. Turing capisce presto che solo una macchina può eguagliare una macchina e così costruisce quello che di fatto sarà il primo computer della storia.

Dalla vicenda era già stato tratto un film nel 2001, intitolato semplicemente Enigma. In quel caso però l’imbarazzo storico veniva evitato dal regista Michael Apted attraverso la fiction in chiave spy story e, naturalmente, eterosessuale. The imitation game ha invece il merito di affrontare di petto la scandalosa verità e di usarla come unico perno narrativo. Tyldum osserva con distacco il suo protagonista mentre si dibatte senza tregua nel tentativo di creare lo strumento perfetto per imitare i comportamenti del cervello umano, senza però il peso dell’umanità, sacrificabile a causa della durezza dei tempi e della rigidità delle convenzioni sociali. Turing, proprio perché incapace di comprendere i normali codici comunicazionali, può affrontare a mente fredda anche il più indecifrabile dei messaggi, sia esso riferito ad azioni belliche o all’amore di un ragazzo per il suo compagno di classe. _TFJ0226.NEFEcco la peculiarità che va sfruttata o distrutta a seconda delle necessità ed ecco dentro quale agghiacciante memoria lo sceneggiatore Graham Moore trova il cuore del suo lavoro. La genialità di questa sceneggiatura, già destinata a fare scuola, non sta soltanto nella potenza del tema e nell’originalità della trattazione, ma anche per l’abilità di interpretare in maniera audace la lezione di Aaron Sorkin. Da quest’autore Moore ricalca la struttura ricca di salti temporali che si avviano da un interrogatorio (come accade in The social network), ma lo stile è più naturale, persino poetico e non eccede mai verso la tracotanza della verbosità. Anche gli aspetti scientifici della storia si armonizzano con la vicenda personale, diventando profondamente accessibili nei suoi molteplici significati.
Lo scheletro narrativo è talmente compatto da consentire all’attore Benedict Cumberbatch di lavorare sulla sottigliezza dei toni dell’espressività caratteriale, ma anche di costruire un maestoso e misuratissimo one man show. Gli altri interpreti, compresa un’insolitamente matura Keira Knightley, spariscono nel meccanismo assieme ai guizzi autoriali ed alle trovate sceniche. L’Inghilterra appare grigia ed austera come nella pellicola premiata con l’Oscar Il discorso del re, quasi a sancire una continuità nella volontà del cinema britannico di dare il massimo quando si tratta di raccontare la propria storia e dimostrando che, se ci si avvale delle migliori maestranze del continente, si può davvero riuscire a creare vera bellezza.

Giulia Colella

Regia: Morten Tyldum. Sceneggiatura: Graham Moore. Fotografia: Oscar Faura. Montaggio: William Goldenberg. Musica: Alexandre Desplat. Interpreti: Benedict Cumberbatch, Keira Knightley, Charles Dance, Mark Strong. Origine: Usa, 2014. Durata: 114′.

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