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These Final Hours

these-final-hours-posterPrima che l’australiano Zak Hilditch spiegasse agli spettatori della Quinzaine des Réalisateurs il senso profondo della fine dei tempi, il mondo ignorava bellamente la sua presenza, quella dei suoi film precedenti e persino il fatto che fosse ancora possibile stupire con una storia semplicissima a base di meteoriti, omicidi e isteria di massa. Persino Wikipedia, che sovente riporta vita, morte e miracoli di persone che forse nemmeno esistono al di fuori delle sue pagine virtuali, è stranamente silenziosa a riguardo. Eppure These Final Hours è una pellicola formalmente perfetta, equilibrata, illuminata da una fotografia rossastra e sabbiosa, come il grande polverone informe che ridurrà il pianeta a un cumulo di tizzoni ardenti in seguito all’impatto con gli asteroidi. Non ci sarà speranza per nessuno, la vita organica sarà annientata dal primo all’ultimo essere cellulare, gli uomini bruceranno e con loro tutti le opere, i manufatti e le azioni che hanno contraddistinto la specie nel corso dei millenni.these final2

Il tema ricorda un po’ lo spagnolo Tres dìas (2008) di F. Javier Gutiérrez, scene di follia generale prima del blackout. Qui siamo però a Perth, location favorita del regista, e il protagonista è quel belloccio di James (Nathan Phillips), che fa delle cose deliziosamente trasgressive nelle ultime dodici ore rimaste, come tirare di coca a ripetizione, trombarsi l’amichetta del cuore e metterla pure incinta (tanto…), ritornare alle strisce di coca e guidare a zonzo per le strade deserte del quartiere. Nel suo tragitto verso la casa della fidanzata e del di lei fratello, James si imbatte in una sequenza di violenze e brutalità degna di un circo dell’orrore: fanatici religiosi, disgraziati ammazzati a colpi di machete, pedofili grossi, sudati e pelosi che sequestrano una bambina per poterne abusare. E qui c’è il colpo di scena. Sì, James non è cinico come sembra, ed è forse ancora l’unico a conservare un briciolo di senso morale nella generale atmosfera di dissoluzione. Afferrando un martello, spacca il cranio ai due sequestratori, salva la piccola Rose (Angourie Rice) e sfreccia dalla fidanzata racchiusa come una Barbie sotto Prozac tra le mura sicurissime della sua villa. Altra scena da umanità al crepuscolo: tutti scopano con tutti peggio che in un club di scambisti, si drogano, giocano alla roulette russa in un tripudio di cervella e risate, poi ballano, cantano e fanno il bagno in piscina. Un incrocio di godimento tra Mykonos e Cap D’Adge con una spruzzata di Grand Guignol.

these final1These Final Hours non ha colpi di scena, intrecci particolarmente elaborati, conclusioni alternative a quelle che tutti ci aspetteremmo: la fine è vicina e non c’è modo di procrastinarla. L’intento del suo regista è allora condurci per mano in un mondo allucinato, pozzo di ogni vizio, turpitudine depravazione e che dinnanzi alla contemplazione dell’annientamento non può far altro che manifestare il lato peggiore di sé. È quindi l’aspetto visivo a rendere These Final Hours così degno di attenzione, questo banchetto di cadaveri accatastati in giardino, suicidi a rappresaglie, orge da antichità classica, bagordi da alta borghesia in preda agli allucinogeni, pazzia, inseguimenti e abusi di ogni genere. Non si cade mai nella gratuità dell’eccesso, i morti restano tali e non si alzano per divorare i vivi, la gente attende di scomparire con la più raffinata delle rassegnazioni. In tutta questa bruttezza, nel disgusto della distruzione, nella caduta dei valori, ecco però che inspiegabilmente emergono gli slanci altruistici di James, sempre più legato a una ragazzina che come lui morirà a breve, il suo desiderio di restare umano nonostante la totale mancanza di prospettive, il suo pervicace attaccamento all’etica della sopravvivenza. E tutto questo, come dirà qualcuno in chiusura di film, la spuma infuocata delle meteoriti che divora l’orizzonte, le fiamme che cancellano la vita, è davvero bello.

Marco Marchetti

These Final Hours

Regia: Zak Hilditch. Sceneggiatura: Zak Hilditch. Fotografia: Bonnie Elliott. Montaggio: Nick Meyers. Musica: Cornel Wilczek. Interpreti: Jessica De Gouw, Nathan Phillips, Angourie Rice, Sarah Snook, Daniel Henshall. Origine: Australia. Anno: 2013. Durata: 87 min.

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