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Venezia 78: Il collezionista di carte

Film sofisticato, stranissimo, senz’altro coraggioso e impopolare. Quando lo si guarda si resta basiti, come se, non interpretandone appieno le potenzialità, i collegamenti segreti e i rimandi a un magmatico e misterioso metatesto, non comprendessimo nemmeno e anzitutto noi stessi. Che sia questo l’intento del settantacinquenne Paul Schrader, al galoppo per i lidi veneziani, dove il film è il lizza per il Leone d’Oro, e sorprendentemente magnificato dalla patria distribuzione? Recensendo il suo terzultimo film, Cane mangia cane (2016), ipotizzavo un audace paragone con la figura di Icaro, che “vola radente al suolo, e di nuovo su, verso i cieli corrivi della fantasia, dove non c’è moralista, non c’è censore”. Invece Il collezionista di carte, che mutua dall’opera appena citata Willem Dafoe con i suoi baffi perturbanti, sembra piuttosto un contrasto ragionato, un ossimoro strutturato su equilibri interni e molto ponderati: Cane mangia cane era un pastrocchio compiaciuto di sperimentazioni di linguaggio, decostruzioni e deflessioni della materia cinematografica che si faceva pura e orgiastica liquidità; qui parliamo piuttosto di cose estremamente costruite, così tanto intagliate da apparire legnose, dure, a tratti indigeribili. Ma è squisita apparenza. Il collezionista di carte segue una strada tutta sua, interna al discorso sul cinema, una strada che è tracciata nella testa dell’abile regista, e che da lì si snoda secondo percorsi e modalità non sempre intelligibili, ma che restano comunque ben chiari a chi li ha appunto concepiti.

La storia, e le sottotrame che da essa si dipanano come rami cadetti di un grande albero, è quella di un giocatore d’azzardo professionista (Oscar Isaac): ex carcerato ed ex carceriere di Abu Ghraib, dove sotto l’egida del mentore John Gordo (Dafoe) aveva imparato a torturare e uccidere presunti terroristi, il nostro protagonista vagabonda per l’America dei casinò alla ricerca di espiazione. È un giocatore calmierato, lui: tiene un basso profilo, vince poco e smette quando deve, occupa anonimi motel di periferia dove non tocca nulla. Apre la valigia e avvolge l’arredamento in grandi lenzuola immacolate. Tavolini, sedie, lampadari: tutto. Va avanti così, senza meta e scopo, fino a quando non si imbatte in un ragazzino (Tye Sheridan, quello di The Tree of Life, Joe, The Forger- Il falsario, Dark Places…) che proprio come lui deve fare i conti con gli ingombranti fantasmi del passato.

Si diceva: film ostico, impenetrabile. Paul Schrader parte dalle carte, la matematica, i calcoli probabilistici, quindi affonda nel passato recente, traumatico e non ancora debitamente metabolizzato delle sanguinarie guerre al terrorismo. Però ci mette il senso di colpa e la rielaborazione del lutto. In altre parole, riprende le intuizioni de Il nemico invisibile (2014), il suo film maledetto e abiurato, incrociandole mendelianamente con il corredo genetico di First Reformed (2017): il risultato è spiazzante, lunare, indefinibile. Non tanto per la mutazione di generi e forme, ma per la cristallina nitidezza dell’operazione, che rinuncia agli orpelli, alle aggiunte, per farsi tutta logica, pragmatica ma respingente. Immaginate un film che passa dagli interni tappezzati delle sale da gioco, i tavoli, le slot machine, le strizzatine d’occhio alla Stangata, ai budelli delle carceri irachene; dalla fauna umana dei giocatori (segnaliamo la bellezza nera di Tiffany Haddish) alle mostruosità degli apparati democratici occidentali; infine l’incursione nel religioso, la tensione alla liberazione morale, il divino che si manifesta attraverso il dolore della carne in quel continuo ribaltamento di prospettive a cui Schrader ci ha abituato nell’ultima fase del suo cinema: la fase ellenistica, di stile agglutinante e composito, che cita sfacciatamente Paul Verhoeven e forse anche un certo Refn… Il pubblico non lo capirà né perdonerà, preferendovi sempre un divertimento alla portata della propria scarsezza intellettuale.

Al cinema fast food, Schrader antepone la distonia, la distorsione, il bello ragionato e non estetizzante. Allora che c’entra il gioco d’azzardo con un ex aguzzino dell’esercito? Linguaggio del gioco, linguaggio del cinema che si ripensa. Metalinguaggio. Linguaggio che entra dentro un altro linguaggio, ricodificandone le modalità espressive. Debito di gioco, debito di sangue. No, al pubblichino da varietà tutto questo resterà puntualmente precluso. Per tale motivo, oggi più che mai, è importante recuperare e valorizzare la critica cinematografica: non più, o non solo, strumento di mero accompagnamento alla visione, ma meccanismo pratico di decifrazione e contestualizzazione dell’oggetto cinematografico. Il critico aiuta il pubblico a comprendere un regista che, a sua volta, in un continuo rapporto di rimandi, comprende se stesso inscenando l’incomprensione della Storia.

Marco Marchetti

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